sabato 31 agosto 2013

il nuovo rettore rinunciera' alla sua indennita' di carica?


Nessuno dei Candidati al Poliba ne ha parlato!!!

vogliamo saperlo prima, se possibile....

MC

da espresso di questa settimana...



dal piano varato dall’ex ministro Mariastella Gelmini). «Arriveranno», assicura la senatrice Puglisi: «Il premier Letta in persona
si è impegnato per far sì che non scompaiano i contributi statali». «Speriamo», replica
l’assessoreTargetti: «Se il ministero non
interverrà sarà un disastro». Ma la risposta
alla crisi arriva anche dagli stessi atenei.
Attraverso gesti “grillini” come quello del
neo-rettore dell’Università di Trieste, Maurizio Fermeglia. Prima dell’estate ha dichiarato che lui e il suo staff, quindici persone,
si autoridurranno lo stipendio del 20 per
cento. I risparmi? Andranno tutti in borse
di studio. Una lezione concreta di diritto
costituzionale.



FUTURO TAGLIATO. Che succede? Che le Regioni riducono i fondi, banalmente. Lo fanno
seguendo l’esempio dello Stato: se il governo
Letta non interverrà, dall’anno prossimo gli
investimenti diretti di Roma passeranno da
103 a 13 milioni di euro. Il 90 per cento in
meno. Una decisione che potrebbe demolire
il futuro di migliaia di persone. Tutto mentre
altri Paesi fanno scelte illuminate: in Spagna,
Germania e Francia, proprio per fronteggiare la recessione, gli stanziamenti per il diritto
allo studio aumentano. Hollande ha appena
annunciato un ennesimo incremento dei
sussidi, grazie a 120 milioni di euro in più
assegnati all’istruzione. Il confronto è impietoso: da Aosta a Canicattì ottiene una borsa
solo il 10 per cento degli iscritti all’università,
contro il 30 di Parigi. Oltralpe per aiutare “i
meritevoli” a proseguire gli studi si spendono
quasi due miliardi di euro. Da noi governo e
Regioni hanno tolto in due anni cento milioni: erano 492 nel 2010, sono precipitati a 392
l’anno scorso.
GIOvAnI eSOdATI. Il mal di borsa è sempre più
acuto in tutta Italia: in media riesce ad ottenere un contributo solo il 67 per cento di chi
ne avrebbe diritto, per reddito e costanza
negli studi. Nel 2010 era l’84 per cento. In sei regioni ormai non si raggiunge nemmeno
la metà delle risposte: Piemonte, Campania,
Calabria, Abruzzo, Umbria e Liguria sono
tutte al di sotto della soglia psicologica del 50
per cento. Ma anche in Sicilia o in Molise
ottiene il sussidio solo uno studente su due.
Agli aspiranti laureati non resta così che andare altrove: 38 mila ventenni siciliani hanno
scelto di studiare lontano dall’isola, partecipando a quella che in molti definiscono la più
grande emigrazione dopo quella novecentesca di chi andava alla ricerca di occupazione.
«A diciott’anni mi sono trasferita a Milano
per frequentare sociologia», racconta Anna:
«Sapevo che era una delle facoltà migliori e
che in Lombardia avrei potuto ottenere una
borsa. Ho fatto subito richiesta: il mio reddito non supera i 13 mila euro all’anno, rientravo pienamente nelle condizioni. Ma era il
2011: l’anno dei primi tagli anche in pianura
Padana. Sono risultata “idonea” ma non
beneficiaria: non c’erano soldi sufficienti per
tutti, e l’ho scoperto a dicembre. Ho stretto
la cinghia per un po’: nei dormitori dell’ateneo pagavo solo 180 euro al mese d’affitto.
Ma nel 2012 la situazione è peggiorata: 250
euro per un letto, niente più servizi come lavanderia o trasporti. Non potevo permettermelo, e sono tornata in Sicilia. Ma non rinuncio al mio sogno: proverò ad andare a Siena,
dove mi dicono che ci sono più chance».
MODELLO TOSCANO. Sono in tanti a fare
rotta sulla Toscana: insieme al Trentino AltoAdige e alla Basilicata è una delle sole tre regioni che riescono ancora a tutelare tutti
quelli che hanno bisogno. Non solo: negli
ultimi due anni ha aumentato gli investimenti, arrivando a mettere in tasca un sussidio a
duemila universitari in più (oggi sono quasi
12mila), oltre a mense, alloggi e abbonamenti anche per chi supera il reddito previsto.
«Piuttosto che tagliare sul diritto allo studio
vendiamo i palazzi della Regione», dichiara
combattiva Stella Targetti, vicepresidente
della giunta con delega all’Istruzione: «Abbiamo il dovere costituzionale di restituire ai
ragazzi quello che incassiamo con le tasse».
Gli effetti si vedono: a Siena metà degli iscritti arriva da altre regioni. “Esodati” come
Anna alla ricerca della loro occasione.
iO pAgO. Per garantire nel 2013 a 127 mila
universitari meno abbienti un gettone con cui
pagarsi corsi, casa, libri e da mangiare serviranno oltre 400 milioni: un assegno personale di circa 3.200 euro, in media, per un anno.
I fondi arriveranno come sempre da tre
strade: la cassaforte statale, quella che rischia
di ridursi al lumicino; gli investimenti regionali; e infine il tesoretto della “tassa di scopo”
per le borse di studio, un obolo che ogni
studente è costretto a pagare per rimpolpare
i diritti suoi e dei suoi compagni d’ateneo. Un
principio nobile, in teoria, per cui chi è già in
corso aiuta chi vorrebbe laurearsi e non se lo
può permettere. «Ma nella pratica le borse di
studio finiscono per reggersi solo sulle tasche
degli universitari», denuncia Alberto Campailla, portavoce dell’associazione studentesca Link: «Per noi gli impegni aumentano,
mentre per governo e regioni diminuiscono».
Tutto vero, dati alla mano. L’anno scorso
il dazio sborsato dagli immatricolati è raddoppiato praticamente dappertutto. «È stata
una decisione imposta dall’alto», racconta
Crescenzo Marino, direttore generale
dell’Ente per il diritto allo studio della Puglia:
«Qui è passato da 77 a 140 euro circa, cifra
standard in tutto il Paese. Gli studenti giustamente erano inviperiti. Abbiamo quindi
preso un impegno: se per loro aumentavano
le tasse, anche noi avremmo raddoppiato lo
sforzo». L’hanno fatto: i milioni destinati ai
sussidi nel bilancio regionale sono passati da
4,6 a 9,5 in un anno, anche grazie ai contributi europei, e le risposte positive sono balzate negli ultimi mesi dal 50 all’80 per cento.
Un gesto condiviso da pochi.
REgiONi AViDE.Nel Piemonte di Roberto
Cota, nella Lombardia di Roberto Maroni
e nella Liguria di Claudio Burlando i soldi
del Palazzo sono praticamente scomparsi: i
sussidi si reggono tutti sul governo nazionale e sui portafogli dei ragazzi. Torino è
stata addirittura costretta a restituire agli
studenti due milioni di euro: i collettivi
universitari si erano accorti che sommando
l’obolo ai contributi statali si sarebbero
dovute pagare molte più borse di quelle
effettivamente distribuite. Il Tribunale ha
dato loro ragione, stabilendo che gli esclusi
venissero subito risarciti. In Campania «le
tasse universitarie sono raddoppiate ma
dagli uffici non arrivano nuove risorse»,
denuncia Angela Cortese, consigliere regionale del Partito democratico: «E oltre alle
borse, poche, non si migliora niente: né alloggi, né mense, né trasporti. Ci vantiamo
di avere la popolazione più giovane d’Italia.
Poi però questa gioventù non la curiamo, e
scappa», come dimostrano i 37 mila transfughi negli atenei più distanti da Napoli.
QuESTiONE Di STATO.Ogni Regione fa a
modo suo, insomma. E non solo nello scegliere se e quanto scucire. «Anche i regolamenti sono diversi», racconta FedericaLaudisa, ricercatrice, esperta di diritto allo
studio e consulente di diversi istituti in tutta
Italia: «In Lombardia ad esempio conta il
voto di maturità, anche se la legge non lo
prevede. In Emilia Romagna sono arrivati
a creare dei “diritti retroattivi”: se uno
studente non fa abbastanza esami perde la
borsa per quell’anno ma anche per quello
precedente». Le disparità così aumentano,
complice anche la differenza nel tetto massimo di reddito per rientrare nelle graduatorie dei meritevoli: a Cosenza è di 15 mila
euro, a Perugia di 20 mila. «È giusto adeguare il valore del sussidio al costo della
vita», sostiene Laudisa: «Ma è sbagliato che
questo diventi uno sbarramento per chiunque». Così infatti succede che il figlio di una
famiglia modesta di Catanzaro si ritrovi
escluso da ogni aiuto, se resta a casa, mentre
se si trasferisse a Milano riceverebbe oltre
4 mila euro all’anno per arrivare alla laurea.
«È fondamentale stabilire al più presto dei
livelli essenziali, degli standard comuni a
tutto il Paese», sostiene Francesca Puglisi,
senatrice e responsabile Scuola del Pd:
«Tutti gli studenti devono avere gli stessi
diritti, a prescindere da dove siano nati o
abbiano scelto di laurearsi».
La risposta dovrebbe essere in un decreto
che le università aspettano da tredici anni,
in cui dare regole precise al mercanteggiare
scomposto delle borse di studio. Ma gli
enti locali insistono: più che nuove leggi
servono soldi, costanti nel tempo e sicuri,
non un cassetto di riserve in cui si possono
trovare un anno 150 milioni di euro (2008),
quello dopo 245 milioni (2009) e il successivo ancora meno di cento (2010), con la
minaccia che a breve non restino che i
bruscolini (i 13 milioni previsti per il 2014

1 commento:

  1. Sulle indennità, un minimo di trasparenza sarebbe già un inizio. Ci sono atenei in cui le indennità sono poche migliaia di euro (o anche meno) e altri in cui valgono un secondo stipendio (senza che nessuno ne sappia nulla, tanto più ora che sono votate da consigli di amministrazione nominati, con conflitto di interessi annesso).

    Nel 2007, una commissione parlamentare capitanata dall'on. prof. Valditara raccolse dati sui bilanci universitari, chiarendo tra l'altro che il capitolo "gettoni/indennità ai membri degli organi istituzionali" valeva allora quasi 30 milioni di euro, più 5-6 altri milioni per "missioni e rimborsi spese trasferta organi istituzionali" (il rettore di allora ad una richiesta di chiarimenti mi rispose che certo non ci potevamo aspettare che per le riunioni romane pagasse il MIUR o la CRUI - e nemmeno il diretto interessato).

    Di fatto stiamo quindi parlando di un "tesoretto" oggi equivalente al PRIN (come siam caduti il basso, con il PRIN e non solo, in tutti i sensi).

    In precedenza e fino (credo) agli anni '60-'70 esisteva una specifica normativa che fissava queste indennità a livello nazionale, "calmierandole" al di sotto di soglie comunque inferiori a una singola mensilità.

    Oggi la trasparenza dovrebbe essere il primo passo per poi tornare a una situazione calmierata (e più decente), nella quale l'indennità sia fedelmente proporzionata alle effettive responsabilità e soprattutto agli stipendi del comparto.

    M.Cosentino

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