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venerdì 16 marzo 2012

Lettera a Tito Boeri: come Profumo può uscire dalla Palude dell'Università per ascoltare Tito Boeri e tutta italia?

Risposta a Tito Boeri: come Profumo può uscire dalla Palude dell'Università?

Abbiamo letto l'editoriale su Repubblica di Tito Boeri, importante economista Bocconiano, che critica per la prima volta in modo nettissimo quanto sta facendo Profumo proseguendo la Riforma Gelmini (e dire che finora i bocconiani, ossia Giavazzi, parlavano di “riforma sana”, e Perotti pensava fosse la “riforma radicale” che aveva auspicato qualche anno fa sulla rivista La voce.info appunto di Tito Boeri).

Io penso che sia molto peggio di come dice Tito Boeri, in quanto mi sono convinto, leggendo la storia delle Riforme in UK che mi ha inviato un Ex Rettore dell’Università di Leicester, Alan Ponter, per un convegno di domani Sabato 17 Marzo al Politecnico, che di palude si tratta in italia da almeno 50 anni. Se si sono create Università al Sud come al Nord, nessuno sa per quanti studenti e per fare cosa. Andreotti disse che non e' mai fatto un vero piano strategico per l'università, si andava dal ministro a chiedere nuove universita' e nuove cattedre.

Ma fotografiamo la situazione oggi. Mentre Germania, Russia, Inghilterra, e altri si basano su un finanziamento che dipende dal numero di studenti che vai a formare, ad un costo standard per studente (come oggi si dice in Sanità, e in questo caso in senso inverso, ossia al Sud si dice che costa di piu' il paziente), qua al Sud viene fuori che lo studente costa meno! Ovvero, che ci sono meno docenti da pagare per ogni studente. Sarebbe giusto investire di più, invece si vuole togliere persino quel poco che si “concede”.

Stamattina ho fatto semplici calcoli, sommando FFO del 2011 (il Fondo di Finanziamento Ordinario alle Università), diviso per macroaree: si ha che il Nord si becca il 32% del totale di FFO, il centro il 41%, e il sud solo il 27%. E come se non bastasse, abbiamo anche una riduzione maggiore al SUD nei tre anni da 2008 a 2011 (% riduzione -10,6% al SUD, -3,2% al Centro, e -2,82% al Nord) grazie al tagli della ditta Gelmini & Profumo.

Siamo ancora ai tempi di prima dell'Unità di Italia, e non sappiamo nemmeno cogliere l'opportunità di un SUD che puo' svezzare i figli pigri della ricca borghesia milanese, magari i figli di Tito Boeri e dei bocconiani, che certo studiano alla Bocconi, mentre in USA, se nasci ad Harvard, tutto fai tranne che restare a casa sul divano comodo e frequentare Harvard.

Ecco come si forma la generazione ne' ne', un milione di giovani inattivi che non studiano né lavorano, perche’ dove non c’e’ lavoro, non c’e’ università, e dove c’e’ lavoro, c’e’ troppa Università!

Se Tito Boeri sarà daccordo con me che occorre investire in Università, sarebbe meglio chiarire che occorre farlo soprattutto al Sud, invertendo la tendenza Gelmini ma di molto! “Parcheggiare i giovani disoccupati”, al limite! Ma non parcheggiamoli tutti alla Bocconi, che costa tantissimo al contribuente, tantissimo allo studente, e tantissimo alla famiglia che lo deve mandare e sostenere per 10 mila euro di tasse all'anno, e 1500 euro di vita al mese a Milano.

Dalla palude dell'università si esce facendo scelte radicali. Si deve investire al sud, trasferire a costo zero docenti e studenti al sud (magari si son stancati di stare nelle grigie città del nord i tanti meridionali trasferitisi), facendo anche grandi residence per studenti, anche sfruttando le nostre coste e i nostri poli artistici, creando grandi campus al sud, dove anche gli studenti del nord, vanno a studiare, con beneficio e risparmio di tutti. E' finita l'epoca della Universita' sotto casa per gli studenti, ed e' finita l'epoca delle universita' sotto le grandi aziende, dato che ormai non vedo un vero motivo per restare -- persino la FIAT ha quartieri generali in USA ormai.

E in UK hanno fatto proprio questo. Leggete dal discorso di Ponter a COSAU - POLITO sabato 17 Marzo

Un aspetto che chiaramente distingue i nostri sistemi è il reclutamento di docenti e degli studenti. Tutte le nostre università sono residenziali e ora c’è la tacita aspettativa che il diplomato o laureato andrà in una Università ad una certa distanza da casa. Questo nasce dalla demografia; una percentuale elevata della popolazione vive nelle città e nei villaggi. Ci sono certamente schemi ricorrenti di reclutamento e le Università scozzesi trovano ancora la maggior parte degli studenti tra i propri cittadini, ma la popolarità di Exeter, Bath e Bristol tra i figli e le figlie delle classi medio-alte di professionisti di Londra è stata attribuita alla ferrovia Brunel e alla loro distanza da Londra, ancora in Inghilterra e non nel Nord. Città universitarie con una reputazione per una buona vita studentesca, come Newcastle, sono popolari. Infatti, e questo contrasta maggiormente con l'Italia, le città in recessione industriale, dove il costo della sistemazione è basso, hanno un vantaggio. Città in declino industriali come Leicester, Manchester e Newcastle sono diventate città universitarie dove la presenza di Università forti fornisce la migliore speranza per la ripresa economica ed è vista e apprezzata come tale.

Altra proposta innovativa. Basiamoci una volta per tutte sul merito. H-index avrà tanti difetti, e per es. dipende dalle materie, ma certo permette una prima scrematura tra ciuccissimi, e bravissimi. La Gelmini la voleva mettere nell'ANVUR come criteri concorsi, il parlamento ha bocciato, ora non so a che punto siamo.

Allora, in parallelo ad ANVUR, creiamo un gruppo di Top Italian Scientists che hanno h-index almeno pari a 30, come ho lanciato (in inglese) sul blog di Harvard ieri (http://imechanica.org/node/12111) insieme ad alcuni colleghi, e allargando il gruppo anche agli holders di grants ERC, di fellowships Fulbright, e Humboldt, come Google Group (
http://groups.google.com/group/topitalianscientists?hl=en), Facebook group (https://www.facebook.com/groups/316993078364403/), e un Blog http://topitalianscientists.blogspot.com/

Siete invitati ad unirvi, e a partecipare alle discussioni. Spero questa lettera venga letta da Tito Boeri, e tutti i bocconiani, fino a Monti che e’ il presidente onorario credo ancora.

Cordiali Saluti
Michele Ciavarella
Politecnico di BARI, delegato del Rettore al CNR
Humbolt Fellow, TUHH Hamburg, DE

lunedì 20 febbraio 2012

Come i ricercatori, specie i "non virtuosi", verranno fregati ancora, per non aver ascoltato un associato che li difende contro il proprio interesse!

di Michele Ciavarella, 20 Febbraio. 2012

I ricercatori italiani dopo scioperi, formazioni di sindacati autonomi (CNRU, Rete29 aprile, et al), non hanno ottenuto ancora nulla, e secondo me continuano a muoversi male! Essi hanno ottenuto sulla carta un PIANO STRAORDINARIO DI RECLUTAMENTO, che doveva promuovere 9000 di loro (che sono 20 mila), ossia quasi la meta'. Ma il Ministro Gelmini, che aveva promesso, aveva in serbo parecchie sorprese e trucchi. Il Min Profumo sapientemente le sta utilizzando tutte, anzi ci sta mettendo del suo per fregare i ricercatori.

1) A Dicembre esce il Piano, e conferma, in barba alla proposta PD (emendamento Ghizzoni, Tocci, Nicolais e altri), che il Piano vale solo per le Universita' che NON superano il 90% del rapporto AF/FFO, in virtu' della legge tuttora in atto di blocco assunzioni. La proposta Ghizzoni, del Settembre 2011, aveva tutto il tempo di essere recepita dal nuovo Governo Monti, ossia da Profumo, insediatosi a Novembre. Invece nulla, il Piano esce con la spaccatura. Almeno 16 universita' sono fuori dal piano. Grande sorpresa, ma i ricercatori, stanchi di tanta protesta, chiedono ai Rettori che fare, ai loro sindacati. Tutti sono confusi... e non fanno l'unica cosa da fare, almeno per i NON VIRTUOSI. Impugnare al TAR, e convincere i propri Rettori a farlo per loro, come dovrebbe essere normale in un Paese del G8 in cui i Rettori difendono i deboli della propria istituzione prima di tutto. Vedasi mio appello, inascoltato.
http://www.corriereuniv.it/cms/2012/01/ricorso-al-tar-lappello-ai-rettori-non-virtuosi/

2) alla prima delusione segue una nuova. Siccome il decreto di idoneita' nazionale, che serve per far partire l'articolo 24c.6 (quello che in origine aveva suscitato le ire dei ricercatori perche' era una chiamata diretta per Ricercatori a Tempo Determinato di tipo B, che per ora in Italia sono solo 4!!), non c'e', allora i soldi del Piano, dice Profumo, inventando un kafkiano sovraconcorso da manager consumato, si possono usare
- per "chiamare gli idonei" associati, e persino
- con sovraconcorsi, mai visti prima, associati gia' in servizio non virtuosi, possono competere con idonei virtuosi, per essere presi in servizio presso universita' virtuose con i soldi del Piano, tramite concorsi aperti art.18 (la Chiamata Diretta)
Quindi una bella fetta di soldi della prima assegnazione sono stati gia' consumati cosi. Oltre al paradosso che una Universita' Virtuosa chiama gente non virtuosa, proprio a dimostrare come la confusione tra colpe collettive e meriti individuali e' massima, e riconosciuta persino da Profumo con la invenzione dei sovraconcorsi per "mescolare il sangue": quanti soldi se ne vanno cosi'? C'e' un limite inferiore, il 20%, ma in realta' non c'e' limite superiore, in quanto si possono bandire fino al 50% dei fondi del Piano, e cmq nessuno sa che punizione c'e' se uno ne spende anche di piu', prendendoci gusto.

3) Ma non basta: gli ingenui ricercatori non virtuosi, non sono riusciti essere voluti andare al TAR, e preferiscono la strada "istituzionale". Allora il RIUNIBA per primo, convoca una grande assemblea con Parlamentari, presenti il sen. Procacci, i Rettori di UniBA e PoliBA, e proclamano lo studio di un emendamento al milleproroghe che, ispirato alla prima richiesta di Ghizzoni, ossia di saltare il parametro 90% come aveva fatto Mussi con i fondi per il riequilibrio dei ricercatori, dovrebbe salvare la situazione. Il passaggio al Senato del DL milleproroghe avviene con il seguente emendamento, che SI CREDE FACCIA rientrare in gioco nell'assegnazione dei fondi straordinari per gli associati gli Atenei "non virtuosi"

2-quinquies. Le risorse di cui all’articolo 29, comma 9, della legge 30 dicembre 2010, n. 240, degli esercizi 2012 e 2013 destinate alla chiamata di professori di seconda fascia sono ripartite nei rispettivi esercizi tra tutte le universita` statali e le istituzioni ad ordinamento speciale. A tal fine la distanza dal limite di cui all’articolo 51, comma 4, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e quanto previsto in materia di assunzioni del personale dal decreto legislativo attuativo della delega di cui all’articolo 5, comma 1, lettera b), secondo i principi e criteri direttivi di cui all’articolo 5, comma 4, lettera b), della citata legge 30 dicembre 2010, n. 240, sono presi in considerazione esclusivamente per graduare le rispettive assegnazioni senza che cio` comporti l’esclusione di alcuna universita` nell’utilizzo delle risorse ai fini della chiamata di professori di seconda fascia, perequando in particolare le assegnazioni alle universita` escluse dalla ripartizione del 2011. Poiché il decreto deve ripassare alla Camera, ma decade il 27.2 sarà quasi sicuramente approvato così come uscito dal Senato.

Ma guardiamo bene. Che vuol dire? Che se DOVESSERO uscire bandi art.24, ossia se DOVESSERO esserci state le IDONEITA' NAZIONALI, allora il PIANO STRAORDINARIO deve arrivare nelle prossime tornate 2012, e 2013, ossia 90 M EUR e 30 M EUR (al più) secondo Marco Torchiano (http://mtorchiano.wordpress.com/2011/12/21/piano-straordinario-per-il-reclutamento-di-professori-associati/), allora essi soldi dovranno essere distribuiti a TUTTE le Universita'. E non solo a quelle che soddisferanno i nuovi requisiti per assumere, che TUTTAVIA serviranno per avere fondi ORDINARI, ossia Punti organico, per assumere anche essi.

4) E se, visto questo stato di cose, il MIUR si impunta, e si arrabbia? Non fa uscire i Decreti di Abilitazione, e quindi non viene bandito proprio niente, A PARTE chiamate di IDONEI e di TRASFERIMENTI di associati gia' in servizio. Ai fondi gia' consumati nel 2012, restano INUTILIZZATI per le Universita' non virtuose le nuove tranche di fondi PIANO straordinario, o succede una rivoluzione, e quindi si consumano ancora in chiamate di idonei e di trasferimenti? Io credo la seconda!

5) Non avete notato una cosa. Il meccanismo assurdo dovuto ad un abuso del senso dell'AUTONOMIA universitaria per cui un esterno costa 4 volte un interno, crea di FATTO una SPARIZIONE DI FFO. Infatti, un esterno che si trasferisce, alla sua Universita' lascia poco o niente (con il blocco turn over e il blocco del 90%, dubito che resti in media piu' del 20%), mentre invece CONSUMA del Piano Straordinario 4 posti di Professore Associato interno da DELTA. Ecco che gli iniziali 9000 posti possono diventare 2000 chiamate di idonei e di trasferimenti, e COMPLETAMENTE SPARIRE le chiamate di nuovi associati !!

6) Ancora peggio, parte ora la Valutazione VQR della ANVUR. In pratica, i prodotti scientifici migliori devono essere selezionati dalle Universita' coscienziosamente per poi avere impatto nel 60% della quota premiale del famoso FFO, basata sulla ricerca, che torna alle Universita' "buone" o "virtuose" per assumere altri docenti come fondi ORDINARI. Ebbene, questi prodotti sono magari scelti bene, perche' chissenefrega se poi la persona che li ha prodotti non viene promosso, per ora li mettiamo! E sono anche valutati bene, perche' ANVUR ha fatto un panel con i fiocchi, tanto non aveva paura che questo desse dirette implicazioni sui concorsi. Allora succede che il bravissimo ricercatore della Univ. non virtuosa produce molto dal 2004 al 2010, NONOSTANTE la didattica che ha dovuto fare, e poi i SUOI prodotti migliori vanno a dare posti a chi? A chi vince i concorsi, che non ha niente a che vedere con lui ! Questo assurdo, non mi pare che nessuno lo abbia notato.

7) SOLUZIONI VERE.

A) Entro il 31 Marzo occorre andare al TAR contro la Prima Assegnazione del Piano STRAORDINARIO
B) Occorre puntare rapidamente a scavalcare il Decreto su Abilitazioni Nazionali, e permettere SUBITO l'uso dell'art.24, e facendo anche uso della migliore valutazione possibile, quella del VQR. Come, semplicemente accogliendo la proposta di un associato che sta dalla parte dei ricercatori, ma CONTRO il suo interesse, che sarebbe magari di trasferirsi in una Universita' Virtuosa "RUBANDO" soldi dei Ricercatori del PIANO!

La proposta si trova nel mio blog e sulla rivista BaresiNelMondo.it, ed e' stata ben accolta dal COSAU. Spero che anche RETE29Aprile e tutti i ricercatori di buon senso aderiscano.

http://www.baresinelmondo.it/index.php/2012/02/18/proposta-di-istituzione-di-titoli-di-distinzione-da-professore-associato-o-ordinario-per-merito/
Si puo' anche commentare o firmare a questo indirizzo http://www.baresinelmondo.it/modulo_questionario2.htm


Cordiali Saluti

Michele Ciavarella
pubblicato sul Blog rettorevirtuoso.blogspot.com e su baresinelmondo.it

giovedì 16 febbraio 2012

PROPOSTA DI ISTITUZIONE DI “TITOLI DI DISTINZIONE” DA PROFESSORE ASSOCIATO O ORDINARIO PER MERITO INDIVIDUALE SCOLLEGATA DALLO STATO FINANZIARIO DELLE

Di Michele Ciavarella, 16 Febbraio 2012.
Da presentare alla riunione COSAU del 17 Febbraio 2012, come variante della proposta CNRU – COSAU in deroga all’articolo 16 comma 4, di inquadramento nei ruoli di professore associato e ordinario sul modello “Title of Distinction” della Università di Oxford degli anni 1990

La seguente proposta parte dalla proposta CNRU – COSAU di avanzamento automatico (saltando quindi la valutazione locale) dei ricercatori e associati in possesso del titolo di idoneità nazionale, che era avvenuta durante la approvazione della legge 240 Gelmini che è molto ben documentata, e provvista di curve di fattibilità economico-finanziaria, e che non è passata come emendamento allora.
Visto lo stato di stallo dei decreti attuativi della idoneità nazionale, che creano enorme disagio nella docenza italiana;
Visto che nessuna categoria, a parte pochi fortunati, sta godendo di concorsi, bloccati da anni, per motivi finanziari, di generale riduzione dei finanziamenti, e in particolare per alcune Università (con criteri peraltro discutibili e che creano sperequazioni enormi).
Considerato che il sistema di valutazione “meritocratico” delle Università in vigore da alcuni anni, per cui i meriti o i demeriti collettivi delle Università, comunque misurati, si riflettono in maggiori o minori disponibilità economiche delle Università, come continuerà ad essere sempre maggiormente vero anche con la nuova valutazione VQR della Agenzia ANVUR. Considerando che poi però si riflettono su altri individui, creando la possibilità che il merito di alcuni eccellenti possa o servire ad altri, o non servire affatto, o solo in casi fortunati essere attribuito al singolo che ha prodotto tali risultati, o non li ha prodotti.
Propongo
di invertire il processo, ossia saltare la idoneità nazionale, e di permettere alle singole Università, tramite i Rettori e i Direttori di Dipartimento, di assegnare “Titoli di distinzione” di professore associato o ordinario, proprio agli individui i cui prodotti di ricerca sono talmente notevoli da essere selezionati per le valutazioni VQR della ANVUR. Tali Titoli di distinzione, seguono il modello di Oxford, introdotto per arginare una fuga di cervelli e uno stato di sofferenza, analogo a quello italiano di oggi, dovuta al fatto che in USA persone meno qualificate dei “Lecturer” di Oxford, godevano del titolo di Professor, seppure magari “Assistant” o “Associate”.
Tali titoli di distinzione non si inquadrano nella categoria retributiva di Professore Associato o Ordinario, e come tali non richiedono una variazione (perlomeno non drammatica) dello stato giuridico.

Referenze
1) http://en.wikipedia.org/wiki/Professor#The_United_Kingdom.2C_Ireland_and_other_English_speaking_countries
In the United Kingdom, the Republic of Ireland, and most Commonwealth countries (but not Canada), traditionally, a professor held either an established chair or a personal chair. An established chair is established by the university to meet their needs for academic leadership and standing in a particular area or discipline and the post is filled from a shortlist of applicants; only a suitably qualified person will be appointed. A personal chair is awarded specifically to an individual in recognition of their high levels of achievements and standing in their particular area or discipline. In most universities, professorships are reserved for only the most senior academic staff, and other academics are generally known as 'lecturers', 'senior lecturers' and 'readers' (in some Commonwealth countries such as Australia and New Zealand, the title 'Associate Professor' can be used instead of 'Reader'[5]). In some countries, senior lecturers are generally paid the same as readers, but the latter is awarded primarily for research excellence, and traditionally carries higher prestige. A few UK universities have recently begun using the Australian terminology, with both "Senior Lecturers" and "Readers" now being called "Associate Professors." Traditionally, Heads of Departments and other senior academic leadership roles within a university were undertaken by professors.[6]
During the 1990s, however, the University of Oxford introduced Titles of Distinction, enabling their holders to be termed professors or readers while holding academic posts at the level of lecturer. The University of Exeter and University of Warwick have adopted the antipodean style of 'associate professor' in lieu of 'reader'. The varied practices these changes have brought about has meant that academic ranks in the United Kingdom are no longer quite as consistent as they once were. The same trend to move towards the North American system is also observed in the former British colony of Hong Kong. Academic ranks there are now becoming more consistent again, with The University of Hong Kong, the oldest university in the territory, having switched to the North American system.
In general the title of 'Professor' is reserved for full professors; lecturers and readers are properly addressed by their academic qualification (Dr for a PhD DPhil etc. and Mr/Mrs/Miss/Ms otherwise). In Australia, New Zealand and Singapore associate professors are by courtesy addressed as "Professor". In official functions, however, Associate Professors are addressed as Dr or Associate Professors and not Professors. As in the USA, the title of 'professor emeritus' may be awarded to a retired or former professor, who may well retain formal or informal links with the institution where the chair was formerly held.

lunedì 13 febbraio 2012

La Riforma Gelmini comincerà a puzzare come la peste bubbonica!

A Tutti i Rettori
Al Gruppo2003
Al Ministro Profumo
Al Ministro Monti
Al Forum PD
Parlamentari della Commissione VII
Categorie varie sindacali e non della docenza


Carissimi,

a sentire la lista UNILEX di 1300 docenti che ha appena riportato la notizia di seguito, credo che la popolarità della Riforma Gelmini subirà prestissimo un CROLLO VERTICALE pari a quello della Grecia quando hanno cominciato a licenziare gli statali. Chiunque si faceva portavoce di un minimo di utilità della Riforma Gelmini, farebbe bene a tacere, o perderà qualsiasi forma non solo di consenso, ma persino di saluto dagli amici. Potrebbe in cambio avere "favori" e "promesse" dal Ministro nel tentativo di andare avanti in questa marcia diabolica e silenziosa di una distruzione della Università senza nemmeno che ci sia chiesto un parere, ma non so se nemmeno quello conviene come gioco. Viveversa, sarà naturale creare ora un fronte COMPATTO e SOLIDALE molto più forte persino di quello che mandava avanti la Riforma Gelmini quando è nata. Si tratterebbe anche di salvare qualche idea iniziale che non era male, tipo le graduatorie nella idoneità nazionale, insomma, si tratterebbe, forse forse, di tornare al sistema baronale della Università italiana degli anni 60. Altra idea ancora migliore per compattarsi, copiare il sistema Tedesco, che un mio studente mi ha ben sommariamente descritto nell'allegato.

ps. Il presente comunicato verrà inserito nel blog

Saluti, Michele Ciavarella


---------- Forwarded message ----------
From:
Date: 13 February 2012 13:46
Subject: [UNILEX] Nuovo trattamento economico
To: UNILEX@list.cineca.it


Da Unilex, lista di legislazione universitaria fondata da Tristano Sapigni
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al link:
http://www.gazzettaufficiale.it/guridb/dispatcher?service=1&datagu=2012-02-09&task=dettaglio&numgu=33&redaz=012G0018&tmstp=1329070339869

il provvedimento che "rimodula" la retribuzione dei docenti universitari, di tutte e tre le fasce (e definisce la retribuzione dei ricerc. a tempo determinato).

Ricordo di essere andato in audizione alla VII Commissione della Camera per dare il parere della Rete 29 Aprile sul provvedimento. Non è stata recepita neppure una delle osservazioni sui punti discutibili del provvedimento, che di fatto taglia la retribuzione con un effetto che si sente soprattutto al momento del pensionamento. Inoltre si osservi che si perde la ricostruzione della carriera, stabilendo che i ricercatori che diventano professori associati accedono automaticamente alla prima classe di anzianità (tre anni) mentre i PA che diventano PO accedono automaticamente alla seconda classe (sei anni). Viene tolto il collegamento tra le retribuzioni degli universitari e i dirigenti di prima classe dello stato, rendendo la retribuzione variabile in funzione delle decisioni del legislativo o anche del governo (decreto legge).

Inoltre, per quanto riguarda i RTD, viene fissata una retribuzione identica sia per il tipo A sia per il tipo B, il che significa che un ricercatore a tempo determinato assunto con contratto di tipo A per tre anni (poi magari prolungati a cinque) e poi - se fortunato - passato al contratto di tipo B (tre anni), per otto anni avrebbe la stessa identica retribuzione (potrebbe solo sperare negli adeguamenti istat, che però sono bloccati fino al 2014, oppure in adeguamento legislativo.

Il provvedimento entra in vigore il 24 febbraio.

Saluti,
PG

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Unilex, fondata nel 1995, ha 1184 iscritti al 4 giugno 2011.
Le regole di funzionamento sono scaricabili da
http://www.ing.unitn.it/~devol/regole_di_unilex.pdf



SE IN GERMANIA TI PAGANO PER STUDIARE
by Gianvito Volpe on Tuesday, February 7, 2012 at 8:43pm •
La stragrande maggioranza dei politici italiani non sa cosa significhi esattamente vivere in Italia. Molti di loro vivono in una specie di Olimpo, isolati in un mondo tutto loro, completamente distaccato dalla realtà. Giù da quell’Olimpo ci siamo tutti noi. Quelli che devono fare i salti mortali per pagare le bollette e le tasse. Quelli che non hanno l’auto blu e quindi la benzina se la devono pagare di tasca propria, che ogni giorno si alzano per andare a lavorare o a cercarsi un lavoro. Mentre loro litigano su cose che non miglioreranno la vita di nessuno. Parliamoci chiaro: la riforma del digitale terreste era più urgente di altre questioni? sarebbe morto qualcuno se fossimo rimasti un anno in più col tubo catodico...? Ne dubito. Oggi parlavo con una mia amica che vive e studia in Germania, e mi sono fatto qualche domanda su quello che da noi si chiama "diritto allo studio".

Fotografiamo la situazione italiana. L'Italia è terzultima nell'Unione Europea per numero di giovani laureati. Tra i ragazzi di età compresa fra i 25 e i 35 anni, soltanto 18 italiani su 100 risultano in possesso di un diploma di laurea. La media scende a 15 su 100 se si considerano le lauree di secondo livello e le lauree magistrali di nuovo ordinamento. Soltanto Romania e Repubblica Ceca fanno peggio di noi. La media europea è invece del 30 per cento. Poi ci sono Paesi come Francia, Svezia, Danimarca e Inghilterra attorno al 40 per cento. E la Germania davanti a tutti al 42 per cento di giovani laureati. In Italia tre studenti universitari su quattro (73%) vivono con i genitori. La metà è pendolare e il 39% oltre a studiare fa lavori part time. Come mai così tanti pendolari? Nel 2011 chi non ha avuto aiuti economici ha pagato in media 1.160 euro di tasse. Il pendolarismo è una strategia di sopravvivenza. In Italia infatti solo 3 studenti su 10 ricevono aiuti economici per lo studio, due su dieci e uno su trentacinque della media complessiva usufruisce invece di un alloggio isu. In generale, tra lezioni in aula e tempo trascorso sui libri, ogni studente dedica all’università una media di 41 ore a settimana, contro le 32 dei primi anni ‘90. Nonostante la crisi economica influenzi le loro scelte, questi ragazzi si applicano e fanno sacrifici, considerando ancora l’università come un ascensore sociale.

Nel 2011 il 68,5% degli studenti non ha ricevuto alcun aiuto economico. Il 15,2% ha ottenuto un esonero parziale, il 9,3% l’esonero totale, il 7,1% una borsa di studio da enti di diritto allo studio. Questi enti erogano il 56,7% del totale degli aiuti, mentre le università partecipano con il 31,2%. Gli enti privati concorrono per il 6,8%. L’importo mediano delle borse di studio è pari a 1.600. L’Italia spende quattrocentottantuno milioni per le borse di studio ai giovani universitari. La Germania spende 1 miliardo e 400 milioni.

Il sistema tedesco è davvero interessante e penso sia utile conoscerlo almeno sommariamente.

Dal 1º ottobre 1971 gli studenti ricevono degli aiuti grazie alla legge per il sostegno alla formazione individuale degli studenti: la cosiddetta BAföG (Bundesausbildungsförderungsgesetz). Il termine BAföG indica il denaro mensile disponibile mediamente per ciascuno studente. In linea di principio non è su base meritocratica, è un assegno per tutti, tuttavia si riduce per gli studenti che non concludono gli anni di università nei limiti di tempo previsti. Si tratta più propriamente di un prestito per metà a fondo perduto (sotto forma di borsa di studio), e per metà da restituirsi, a tasso zero, a partire dal quinto anno successivo alla laurea. In prima approssimazione possiamo dire l'ammontare medio del BAfoG è di 417 euro mensili. Poi vedremo più precisamente come viene calcolato. In altre parole in 5 anni lo stato tedesco finanzia ogni studente con un assegno che gli permetterà di comprarsi libri, pagarsi tram, metro e di non pesare sulle famiglie. Trascorsi cinque anni dal completamento del percorso universitario, nei quali si presume l'inserimento lavorativo del soggetto, il cittadino comincerà a restituire rateizzate e a tasso zero la metà dei soldi ricevuti per il sostentamento accademico.

I fondi per il BAföG prevedono una copertura del 65 % da parte del Governo Federale, mentre il restante 35 % è a carico dei Länder (più o meno le nostre Regioni). E’ interessante notare come, al contrario delle altre materie lasciate alla competenza dei Länder, quella relativa al diritto allo studio è disciplinata a livello centrale, a garanzia di un trattamento uniforme e di pari opportunità in tutto il territorio nazionale.

In linea di principio, il sostegno viene garantito a coloro che ne fanno richiesta e iniziano il percorso formativo prima di aver compiuto il trentesimo anno di età. L’ammontare medio del BAföG come detto è di 417 euro ma in realtà è proporzionale ai bisogni degli studenti, sulla base della stime dei costi di mantenimento. La legge federale prevede degli importi fissi che dipendono dalla tipologia del corso di studi (se si tratta di allievi o di universitari, l'equivalente della nostra differenza tra diploma di laurea e laurea vera e propria) e anche dal fatto che lo studente viva a con la famiglia di origine o fuori casa. Il livello dell’importo in concreto viene stabilito sulla base del bisogno standard dello studente (che comprende i costi di mantenimento e i costi d’istruzione) e delle spese di alloggio. Le spese per l’alloggio sono previste per gli studenti che vivono fuori casa e quindi andranno ad incrementare l’importo di base. Questo, inoltre, può essere ulteriormente aumentato nel caso in cui lo studente sostenga dei costi di assicurazione sanitaria. Ma questo aspetto è meglio trascurarlo. L'importo del BAfoG è quindi variabile. Considerando tutti i possibili incrementi della quota di base, l’ammontare mensile massimo del BAföG è pari a 630 euro al mese per gli studenti che non vivono con i genitori.

Gli importi sono consessi al 50% sotto forma di borsa di studio mentre il restante 50% viene concesso come prestito a tasso zero. Solo per i disabili è prevista l’erogazionevdell’intero importo come borsa di studio. La restituzione inizia dopo cinque anni dalla fine degli studi e può essere rateizzata in un termine non superiore a 20 anni con una rata minima di rimborso di 105 € al mese.

Solo queste considerazioni basterebbero a stropicciarci gli occhi per lo stupore. Ma i tedeschi hanno fatto di più. Nel 1999 hanno elevato il BAföG a livello costituzionale e lo hanno inserito nella Costituzione. Il nuovo schema di aiuti comprende anche strumenti per eguagliare il carico delle famiglie: ossia oltre alla mensilità del BAfoG prevista per tutti, sono previste detrazioni di imposta per figli a carico e concessione di assegni esenti d’imposta. Naturalmente questa seconda categoria di aiuti può essere richiesta solo nel caso in cui l’individuo rispetti specifici requisiti economici. Il sostegno dipende dal reddito della famiglia, dal quello dello studente e da quello dell’eventuale partner. Sono inoltre previste tutta una serie di agevolazioni economiche come forniture elettriche e telefoniche a prezzi ridotti, sconti sul canone televisivo e sugli abbonamenti ai trasporti pubblici. Se poi lo studente ha anche un figlio, prende altri 113 euro al mese e se ne ha più di uno, prende altri 85 euro per ogni figlio.

Ma ancora non basta. Una recente riforma ha stabilito forme di riduzione del debito dipendenti dalla performance dello studente: se lo studente finisce gli studi nel tempo previsto per il proprio corso di studi, otterrà una riduzione del debito del 20% sulla restituzion. Esistono poi casi particolari in cui il rimborso può essere rinviato o addirittura prescritto: per esempio, se, trascorsi i 5 anni, lo studente risulta disoccupato o con figli a carico di età inferiore ai 10 anni, non ripaga subito il debito, ma il periodo viene prolungato. Inoltre implicitamente lo Stato rinuncia alla restituzione totale nei casi limite dal momento che per legge nessuno può mai ripagare un ammontare superiore a 10.000 €, anche se il prestito ricevuto eccede tale soglia. Questo vuol dire che prendendo il caso estremo del BAfoG da 670 euro mensili, in un percorso universitario di 5 anni fanno 40 mila euro, di cui la metà 20 mila euro andrebbe restituità, ma in realtà la restituzione pretesa è solo di 10 mila euro. La stessa riforma ha stabilito che a godere del BAföG non siano solo gli studenti di nazionalità tedesca, ma anche quelli di nazionalità straniera fuori dall'Unione Europea con diritto di asilo, e gli universitari provenienti dagli stati dell'Unione Europea qualora abbiano trasferito la propria residenza ed abbiano sottoscritto un contratto di lavoro in Germania.

Un sistema efficiente ed ingegnoso. Questo probabilmente spiega perché la Germania voglia una applicazione rigorosa del trattato di Maastricht secondo cui i paesi UE non possono farsi garanti del debito di un paese appartenente alla Comunità stessa: di fatti gli aiuti economici ai Paesi come la Grecia aumentano il debito pubblico dei singoli Stati che partecipano agli aiuti. Ovviamente un aumento del debito pubblico non permette di fare ulteriori investimenti nel proprio Paese.

La ricetta tedesca è investire e contenere le spese, garantendo nel frattempo una minima rete di protezione sociale per chi è stato individualmente colpito dalla crisi; questo comporta quindi l’ingresso, rigidamente regolamentato, di soggetti privati nel finanziamento del welfare e, dall’alta l’opposizione al salvataggio di paesi dell’area Euro. Ma la domanda di fondo è: perché la Germania spende tanto per il diritto allo studio? Perché è un investimento, non un costo. Per uno Stato la formazione, la preparazione, le competenze di una persona sono un investimento. Una persona con un buon grado di istruzione ha maggiori possibilità di trovare un lavoro ben retribuito. Così si producono due effetti: un lavoratore qualificato e preparato che offre un servizio al suo Stato e un buon contribuente perché, avendo un lavoro ben retribuito, pagherà più volentieri le tasse. Ma c’è anche un vantaggio immediato: i BAfoG sono un modo ingegnoso per non far calare i consumi. Gli studenti sono portati a spostarsi fuori sede quindi a stipulare contratti di locazione per usufrure delle maggiori agevolazioni, su quei contratti di locazione lo Stato fa cassa, ma non solo: gli studenti spendono più ragionevolmente soldi che di fatto per metà gli vengono concessi a fondo perduto, e spendendo e fanno girare l'economia. In questo modo i consumi nazionali si mantengono stabili anche in periodi di crisi.
Che qualcuno prenda nota.

mercoledì 1 febbraio 2012

Fermiamo l’attacco all’Università pubblica -- una proposta anonima di appello COSTRUTTIVAMENTE contro la abolizione del valore legale della laurea


Appello agli Universitari, agli studenti, ai cittadini da mandare al
Ministro Profumo, al Parlamento, al Governo, e al Presidente Napolitano



Innanzitutto, l’abolizione del valore legale del titolo di studio è un progetto della P2 di Licio Gelli, che è istruttivo rileggere oggi perché dice i veri possibili obiettivi della abolizione del valore legale. Dal programma di rinascita "democratica" di Licio Gelli e la P2. b) Provvedimenti economico-sociali: b1) abolizione della validità legale dei titoli di studio (per sflollare le università e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione).(NDR: sflollare è un refuso nel testo, si intende per “sfollare”).


Quindi questo chiarisce subito che nelle intenzioni dichiarate del piano P2, l’abolizione ha il preciso scopo di diminuire il numero di studenti, in contrasto con gli obiettivi che ci siamo dati già nel processo di Bologna, e ancora oggi siamo lungi da attuare, di aumentare il numero di studenti fino a raggiungere le lontane medie europee che sono ancora al doppio circa.


Nell’attuare “i precetti della Costituzione” invece, il piano intende probabilmente far riferimento all’art.34 della Costituzione, che sancisce “La scuola è aperta a tutti. I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Dove in questo articolo c’è da un lato il diritto allo studio fino ai gradi più alti (quindi quasi la necessità della Università Pubblica --- de facto, una Privata potrebbe sostituirla solo se ci fosse la concreta possibilità di pagare le tasse in forme di prestiti obbligatori per legge e con condizioni particolarmente tutelate, cose non ancora viste).


Dall’altro punto di vista, si parla di “meritevoli”, e su questo la Università Pubblica ha spesso fatto poco, nel senso di aver dato maggiore spazio alla corsa al reclutamento delle masse, proprio per via del ritardo anche in quella direzione! E i concetti di meritocrazia, che solo da poco sono “tornati di moda”, lo sono stato in modo non solo puramente retorico nella Riforma Gelmini, ma anche strumentale, nascondendo invece ben altri intenti sotto la “meritocrazia”, che sono quelli di avvantaggiare con criteri clientelari e politicamente orientati, la creazione di “Aziende” universitarie sotto controllo politico.


Per fare meritocrazia in forma più quantitativa, andrebbe introdotto l’uso, ormai indispensabile, di criteri di misura standard, affidabili, robusti, trasparenti di tests che hanno decine di anni di esperienza e di correttivi alle distorsioni che possono nascere (vedasi Abravanel, Meritocrazia, Garzanti, 2008), totalmente assenti invece nella Riforma Gelmini.

Si propope oggi la abolizione del titolo di studio, confondendo con le “liberalizzazioni” del governo Monti, ma lo stesso Governo ha fatto già doppia marcia indietro data la sollevazione generale dell’Università a fare qualsiasi cosa che sia cosi’ brutale e poco condivisa, profittando di una maggioranza sciacciante del Governo stesso, che tuttavia ha il compito di SALVARE L’ITALIA dalla crisi, non di distruggere l’Università pubblica!


Mantenere il valore legale, dicono queste sirene della sua abolizione, è “chiudersi nella torre eburnea dell'Accademia trascurando le diversità”. Peccato che il piano nasce dalle stesse correnti politiche che hanno approvato la Legge Gelmini, che più che trascurare le diversità, le annulla proprio, salvando solo i ricchi e i “potenti”, centralizzando tutto sui Rettori, ingrandendo i Dipartimenti come luogi di vero potere, e rendendo i singoli molto meno liberi e autonomi.

In un recente dibattito, per es., il Prof. Gustavo Zagrebelsky, sollecitato dal Prof. Michele Ciavarella del Politecnico di BARI ha dichiarato, testualmente:

“Che il modo con cui si affrontano i problemi dell’Istruzione è purtroppo un modo aziendalistico e questo è un tradimento profondo della vocazione degli studi di Istruzione soprattutto quelli superiori. Perché poi quando si fanno le graduatorie (tra Università, ndr) si va a vedere la “Produttività”, il rapporto iscritti / laureati, il tasso di assorbimento dei laureati nella forza lavoro, nel tessuto produttivo locale. E’ la prosecuzione della “logica delle tre i”: “Impresa, Internet, Inglese”, lanciata questa logica da governi precedenti per le Scuole medie, ma che adesso si sta estendendo all’Università. Se ci riflettete tutto ciò con la “Cultura” non ha quasi nulla a che fare. Queste “tre i” e ciò che si preannuncia (vediamo cosa succederà con l’Università), ciò che è accaduto, inserisce, colloca, i problemi dell’Istruzione nella logica e-se-cu-ti-va, le “tre i” indicano una formazione di tipo esecutivo, ma la cultura è un’altra cosa”.Aldilà dei problemi di Costituzionalità io credo che dovremmo avere anche l’orgoglio di dire che l’Università non può ridursi ad una cosa di questo genere"
.

La stessa Riforma sta stravolgendo i “concorsi”, prima ancora di rendere le Università del tutto Private, creando concorsi inusitati e probabilmente molto meno meritocratici (ex. Art.24 c.6 della Legge Gelmini 240/2010). Non ci sarà più bisogno di far ritirare misteriosamente i concorrenti alternativi ai candidati “iper raccomandati”, come dichiarato da un commissario anonimo del Concorso del Vice Ministro Martone al SecoloXIX, visto che altri candidati non ci saranno, saranno tutti scelti ad personam da Rettori e Direttori di Dipartimento come se fossero vertici di azienda.

Il rischio che la abolizione del titolo legale porti ad un aumento sconsiderato delle tasse universitarie è più che realistico. Lo sottolinea il fatto che tra i firmatari di appello a favore figurano persone come Alberto Alesina e Andrea Ichino che da tempo si battono per aumentarle, creando prestiti che sarebbero pesanti per la maggior parte delle famiglie già gravate dalla Crisi Economica.


Gli Atenei potrebbero avviare una competizione di tipo economico al rialzo, al tempo stesso svilendo la qualità. In definitiva, si affida la valutazione al "mercato", prima ancora di verificare che il Paese sia maturo per una Etica vera. Le valutazioni a posteriori finora fatte in Italia dimostrano il contrario.
La competizione tra Università italiane poi è sempre esistita, e funziona bene, la qualità tra private e pubbliche cambia pochissimo, ed è il complesso delle Università italiane che è carente – parliamo prevelentemente del criterio produzione scientifica, che è il criterio più semplice e oggettivo da misurare. Lo dimostra la classifica mondiale della ricerca delle classifiche SCIMAGO, (che misura indicatori normalizzati per dimensione, con criteri come output, collaborazione internazionale, specializzazione tematica, e impatto scientifico, secondo gli ultimi trend anche in UK),: con risultati sorprendenti. 1) il Politecnico di BARI, nel 2010 considerato dal MIUR “non virtuoso” sulla base di parametri economici, e quindi escluso nel 2011 e 2012 da grossi finanziamenti del Piano Straordinario di Reclutamento di Professori Associati, “risulta l’ateneo al primo posto tra le 67 accademie pubbliche italiane per la qualità dei lavori scientifici prodotti, staccando tutte le altre, da Milano a Palermo comprese le sedi blasonate come Bologna, Padova e Roma la Sapienza.


Soprattutto, il Politecnico barese offusca le concorrenti più dirette, i Politecnici di Torino e Milano nei vari settori dell’architettura e dell’ingegneria.”. La Bocconi è si migliore del Politecnico di BARI, ma di pochissimo, e la sola, tra le private! Tutte le altre invece scompaiono. Tra le Scuole statali ma a statuto speciale (Napoleonico, come le Scuole Normali francesi che volle Napoleone che credeva ai test durissimi di ammissione e al merito, anche sul campo), invece, si ottengono leggeri miglioramenti, con la Scuola Santanna di Pisa al 613° posto.
Ma il punto vero è che lo stato Italiano non tutela i “meritevoli” in quanto non offre nessuna Università in Italia di livello competitivo al mondo! I meritevoli, non solo non sarebbero avvantaggiati dalla abolizione del valore legale, ma non sono aiutati affatto nell’unica soluzione oggi possibile per avere educazione di livello superiore: studiando nelle migliori Università del mondo, e non alla Bocconi che è solo 629° nel mondo. Ci sono ben 628 Università migliori dove studiare. Se tra Bocconi al 629° posto, e il Politecnico di Bari al 642° posto, ci sono solo 13 Università di differenza sul totale di 3042, la differenza è trascurabile, eppure pesata già oggi enormemente come costo dello studente, sia per lo stato che per lo studente stesso.



Semmai quindi dovremmo finanziare molto di più il Politecnico di BARI, e ridurre finanziamenti e tasse Universitarie alla Bocconi. Ma questo potrebbe creare un conflitto di interesse in un Governo guidato dal Presidente della Bocconi stessa. Un governo che ha già il conflitto di interesse enorme del Ministro Profumo, che per la prima volta nella storia italiana, è anche contemporaneamente Presidente del maggiore Ente di Ricerca, il CNR.



Il problema va impostato correttamente allora, perché uno studente e una famiglia che conosca questi dati, messa di fronte alla possibilità di studiare all’estero, a volte a costi persino inferiori (in alcuni Paesi Scandinavi accolgono studenti italiani in condizioni di estremo favore, e anche in Germania le tasse universitarie sono bassissime, e le vogliono completamente azzerare presto), sarà presto de facto invogliato a emigrare.


Al vero top della Classifica SCIMAGO tendono a esserci istituti di ricerca, invece che Università, come è ovvio visto che SCIMAGO misura solo la ricerca. E allora troviamo il Broad Institute of MIT and Harvard, ma anche la Spagna con “Institut d'Estudis Espacials de Catalunya” o il Dana Farber Cancer Institute e il J. Craig Venter Institute (quello che ha sequenziato il genoma, per intenderci), o l’Howard Hughes Medical Institute, o la Microsoft Research a Cambridge vicinissimo alla Università.



Per trovare un istituto di ricerca di livello mondiale tra i primi cento se ne trovano alcuni, come al la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano, al 73 gli Ospedali Riuniti di Bergamo, e al 76 l’Istituto Europeo di Oncologia. Occorre invece scendere parecchio, per trovare l'Istituto Italiano di Tecnologia, che se si trova al 240 posto, ma che con una spesa paragonabile a quella di una Università italiana di medie dimensioni, si sta collocando bene, nonostante le critiche, a solo un posto di distacco dal famoso Caltech.



La fuga dei cervelli quindi ora comincia ai 18 anni, e non è un caso infatti che ormai sono decine di migliaia i giovani italiani che vanno a studiare nelle Università straniere.

Sui concorsi pubblici, se essi devono essere obbligatoriamente aperti a tutti i cittadini europei (come in realtà la Legge Gelmini limita tantissimo, per via dei concorsi ex art.24c.6), allora attribuire un peso diverso alla laurea in base all'ateneo che la ha rilasciata sarebbe non solo sbagliato, ma anche impossibile, a meno che l'ANVUR non stili un ranking di tutte le università dei 27 (quasi 28) Stati membri della UE, se non di tutto il mondo.



In definitiva, un problema sbagliato, e come detto da Luciano Modica su Europa del 26 gennaio 2012, l’abolizione viene proposta “rifacendosi alle “prediche inutili” di Luigi Einaudi o a qualche modello straniero più o meno frainteso”. “Inutilmente analisi rigorose tra cui quelle di Sabino Cassese, ora giudice costituzionale, di Giovanni Cordini, del Servizio Studi del Senato hanno segnalato la complessità del problema. Inutilmente tutti coloro che si intendono davvero di università hanno espresso perplessità.” Basti ricordare il recente caso del ritiro a furor di popolo dell’autorizzazione ad istituire un’università privata che prendeva il nome dal suo proprietario ed era ubicata in una palazzina di sua proprietà nella piccola cittadina di residenza. Si noti peraltro che il regime autorizzativo è presente in forme diverse in tutti i Paesi dell’Unione Europea e una sua abrogazione nel nostro rischierebbe di porci fuori dall’Area Europea dell?Istruzione Superiore (EHEA).



La competizione tra le università scatta veramente e funziona positivamente solo quando si verifica attentamente e si premia la bravura dei rispettivi laureati nel mondo del lavoro, non quando si approntano tabelle in base a complicati e largamente arbitrari parametri quantitativi generali. Inoltre, una volta garantite eguali opportunità di partenza mediante un solido e ampio sistema di diritto allo studio, la valutazione del merito personale dei laureati è l’unico vero motore dell?ascensore sociale. Una proposta di “affievolimento” del valore legale è contenuta in un documento della Conferenza dei Rettori del 1995; le classi di equivalenza del valore legale di lauree differenti sono contenute nel decreto ministeriale del 1999 che ha introdotto la nuova architettura europea degli studi universitari, il cosiddetto 3+2. E sono proprio gli interventi di cui il Ministro Profumo ha fornito anticipazioni. Da molti anni sono sul tavolo dei ministri competenti senza che nessuno sia mai riuscito a realizzarli. Speriamo che anche in questo caso sia la volta buona”

Insomma, un piano complessivamente vicino a quello della “scuola di partito” che profetizzava Calamandrei nel celebre discorso del 1950 . Nell’interpretare l’art.33 della Costituzione “La repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”, egli afferma che “La scuola è aperta a tutti. Lo stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’articolo 33 della Costituzione”. La preoccupazione qui è quella di creare cittadini, non cattolici, né protestanti, non fascisti, né comunisti, collegandosi anche ai concetti di eguaglianza e parità sociale dell’art.3, e dell’art.51 nell’accesso agli uffici pubblici.

Forse, rileggendolo dopo 50 anni, l’enfasi nella visione che lo Stato possa creare apertura a tutti, con scuole ottime per tutti, di tutti i gradi e tipi, e dovunque, lasciando in secondo piano la questione dei “capaci e meritevoli”, pare criticabile, e crea il dibattito di oggi. Dimenticando che le risorse non sono infinite, e scelte vanno fatte La scuola pubblica, non è priva di rischi di creare cittadini “politicizzati”, o di diventare essa stessa non seria, e mal organizzata.

Ma come sono stati valutati i “meriti” anzi le “virtuosità” delle Università? A partire dal primo esperimento del Settembre 2009 (Classifica Gelmini), quando i criteri, fissati a posteriori, in modo non trasparente, sono emersi solo per una fuga di notizie tramite il giornale online lavoce.info! Si veda noisefromamerika.org con l’articolo di Alessandro Figà Talamanca “Università: una graduatoria di merito?”

Una delle firmatarie dell’appello pro Abolizione, Margherita Hack (in "Margherita Hack, Libera scienza in Libero Stato", Rizzoli, 2010), dice che la riforma Berlinguer del 3+2 della fine degli anni 90, ha “certamente avuto un effetto positivo” nel senso, per esempio, che nello stesso anno 2003, mentre con il vecchio ordinamento si laureavano “in corso” meno del 5% degli studenti, con il nuovo ordinamento si sono laureati il 44.1%! Ma un salto in un solo botto di 10 volte, non fa rabbrividire qualsiasi ottimistica previsione di miglioramento? La Margherita Hack pare notevolmente ingenua. Nell’articolo “Il Manuale del Rettore “virtuoso” --- I rischi della meritocrazia “all’italiana” nell’Università” del 7/1/2010, forse si spiega qualcosa.


Si segnalava che con una media nazionale del voto di laurea saltata dal già troppo alto 103, a ben 108.7 (con la lode assegnata ad oltre il 30% dei laureati in media, e con punte di proporzioni incredibili in alcune università), gli effetti degli incentivi per acquisire “virtuosità” da parte del Ministero sono perversi, e lo sarebbero ancora di più con l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Sarebbero “todos caballeros”, e in un Paese dove tutti sono Re, nessuno è Re!

Il problema va affrontato con un approccio radicalmente diverso, che con la selvaggia abolizione del valore legale!

La visione della proposta è notevolmente provinciale. Quando si opera per il DIPLOMA SUPPLEMENT, ossia per integrarsi in Europa, già oggi siamo in difficoltà. Secondo le linee guida lo schema ECTS prevede la suddivisione dei voti per percentuali prefissate.
• voto A: contiene circa il 10% dei voti a partire da quelli più alti,
• voto B: contiene il successivo 25% circa dei voti,
• voto C: contiene il successivo 30% circa dei voti,
• voto D: contiene il successivo 25% circa dei voti,
• voto E: contiene il rimanente 10% circa dei voti.

Ma come si fa se il i voti piu' alti sono ben oltre il 10%?? Non si riesce a rispettare le regole pensate in Europa, e noi abbiamo la lode che coincide con le categorie A, B, C del Diploma Supplement! Il che' in effetti chiarisce che da noi la lode vale quanto mediamente un B in Europa.

Il valore legale va tenuto, ma i voti vanno contenuti! Quindi il problema è italiano, e NON della Università Pubblica! Abolire il valore legale non risolve proprio nulla, anzi peggiora lo status quo.

Gli americani, cui sembra la proposta di Abolire il valore legale si ispiri, hanno loro stessi notato il problema della inflazione dei voti, ma loro li inquadrano subito come fasulli, e corretti con misure drastiche --- che da noi non ci sono, perché la nostra Etica non funziona. Sarebbe un Far West. Princeton prese posizione nel 2004 pubblicamente contro la propria politica di eccessiva larga manica.

Tornando ancora al discorso di Calamandrei, egli segnala come un partito dominante che volesse creare scuole di partito (qui il riferimento scottante è sempre all’esperienza del fascismo da cui si era appena usciti): “comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private”. “Tutte le cure cominciano ad andare alle scuole private”. Il circuito vizioso sarebbe quindi quello di allentare i controlli sulle scuole private, e addirittura finanziarle con denaro pubblico, “il metodo più pericoloso”, come si fa in molti casi in Italia! Insomma, nel privato si annida il rischio della “concorrenza al ribasso”, con una “equipollenza” aggirata di fatto. Il pericolo è il “disfacimento morale della Scuola”.

La Hack lo riconosceva nel libro riconoscendo che quanto stava facendo il Ministro Gelmini con “tagli insopportabili alle scuole di ogni ordine e grado”, per cui “invece di migliorare le Scuole pubbliche, in nome di una presunta libertà di favorire le private che, per attirare più studenti, sono notoriamente di manica larga, e hanno docenti spesso sottopagati e alle prime armi”. Come mai la Hack ora ha cambiato idea radicalmente?

La Riforma Gelmini, rischiano di rilanciare la corsa alla concorrenza al ribasso delle Università pubbliche, visto che, con i parametri “meritocratici” introdotti, hanno anche esse vantaggio ad aumentare slealmente gli studenti, e devono farlo se non si vuole rischiare il fallimento, o il commissariamento! La Hack invece non toccava la Bocconi, riconoscendo che “e' di ottimo livello, ma molto cara”.

Da dove viene questa proposta? Da alcuni economisti italiani della Bocconi (Perotti, Giavazzi) o di Harvard (Alesina), che hanno sostenuto che l’università statale fosse talmente “malata”, “truccata” e sfinita, che solo la privatizzazione può ripristinare il merito. Siamo al paradosso del paradosso, tenendo conto che in realtà, dati alla mano, l’Università statale italiana è la meno cara di Europa, mentre la privata italiana è troppo cara (si veda “La cura "privatizzazione" -- Non sarà che la Bocconi spreca molto piu' delle Università pubbliche?”) dimostrando che la Bocconi costa molto più, in proporzione alla Statale, di quanto costi Harvard rispetto alla università statale americana!


Insomma, in materia di Riforme Universitarie, il Governo Monti pare molto più in conflitto di interesse del governo Berlusconi, e la situazione non a caso sta degenerando.

PRIMI FIRMATARI ANONIMI

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sabato 28 gennaio 2012

Proposta a costo zero geniale di Giacinto Scoles, FRS, per mescolare il sangue!

ECCO LA PROPOSTA:
Lasciamo che i ricercatori/professori votino "with their feet" come si dice in inglese.

Cioe' lasciamo che il personale docente/ricercatore inquadrato che desideri cambiare
il posto del proprio lavoro lo possa fare portandosi dietro il prorio stipendio sempreche' trovi un'universita' o centro di ricerche che voglia assumerlo.

Alla fine di un periodo di un anno o due nel quale si lascia il sistema ragiungere l'equilibrio si fotografi la situazione e cosi' si vedra' dov'e' l'eccellenza in Italia.

Non si tema di dare troppo personale ad alune facolta' perche' con la tradizione
di non mobilita' italiana prima che da alcuna parte si raggiunga il rapporto studenti per docente di 10 (che sarebbe circa ideale) dovrebbe cambiar e il tessuto sociale ti tutto il paese.

Circa il temere di depauperare alcune facolta oltre il limite del sostenibile (da definirsi a priori) perche' preocuparsi? Non sarebbe questo un metodo obbiettivo per deciderne la chiusura?

Io personalmente non ho alcun dubbio che se in Italia rimescolassimo il personale
rendendolo veramente mobile (stimolando la mobilita' se la spontaneita' non fosse sufficiente)per l'insegnamento e la ricerca italiane incomicerebbe un nuovo "Rinascimento"!

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This message was written in FRIULI VENEZIA GIULIA
by G. Scoles, F.R.S., University of Udine, Faculty of Medicine
Department of Medical and Biological Sciences, Ospedale di
S. Maria della Misericordia in Udine , Italy.

http://www.princeton.edu/~chemdept/Scoles/SCOLES%20NEW/Scolessite/

Gustavo Zagrebelsky risponde a Michele Ciavarella su "Riforme Universitarie e Costituzione Italiana" Aula Magna Aldo Moro Bari 24.1.2012



Incontro organizzato dall'associazione studentesca LINK, dal Circolo UAAR di Bari e da ADI. Il prof. Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, ha trattato il fondamento normativo del supremo principio costituzionale della laicità dello Stato e i problemi pratici legati alla sua applicazione.

Nel dibattito il Prof. Michele Ciavarella del Politecnico di BARI ha posto al Prof. Zagrebelsky una domanda.

TRASCRIZIONE FEDELE
MICHELE CIAVARELLA DOMANDA DAL PUBBLICO (min.20.35)

Io volevo fare una domanda su “Università e Costituzione”. Da quello che mi risulta non è scritto sulla Costituzione che l’Università debba essere pubblica, mentre invece c’è la scuola dell’obbligo. L’Università che io sappia non è proprio garantito dalla Costituzione che debba essere Pubblica.

Tuttavia, nel corso di molti secoli l’Università italiana di fondo è stata Pubblica e fino ad un certo punto, si è molto espansa. Fino almeno agli anni ’80 (del secolo scorso), è sempre andata crescendo, è stata sempre centralizzata sotto un Ministero. Poi è diventata Autonoma (Riforma Ruberti, interpretando l'art.33 Costituzione, ndr), e ultimamente, sulla base di questa Autonomia, il finanziamento che arriva all’Università non è più basato su “serie storiche”, ma ci sono parti cosiddette “meritocratiche”, per criteri “meritocratici” su cui vi è stata via via sempre più critica e più ribellione da parte di varie autorevoli fonti.
(anche perchè definiti a posteriori, sempre mutevoli, e facilmente aggirabili in un contesto privo di etica, ndr)

Ultimamente si è raggiunto uno scontro davvero forte, che penso porterà alla abolizione del valore legale del titolo di studio e in particolare, 3 Università Statali su 4 in Puglia sono oggi oggetto di obiettivo sottofinanziamento da parte del MIUT con l’obiettivo chiaro di depauperare di risorse, nonostante siano anche grandi Università di grande Tradizione.

Ora, in tutto ciò, creando anche delle discriminazioni tra persone che sono assunte in queste Università e quindi sono oggi incolpevoli rispetto a tali presunte colpe collettive di tali Università.

Io credo che ci siano vari profili di Incostituzionalità in questo processo, che addirittura assume degli atteggiamenti di pura propaganda politica quando per es. l’ultimo Governo ha scritto nell’ultima lettera all’Europa (quella in 39 punti, ndr), che la parte serie storiche del finanziamento andrà (entro 5-7 anni) a zero! Come si fa ad andare a zero quando ci sono dei contratti a tempo indeterminato da dover essere pagati (e che pesano persino per circa il 90% del finanziamento, altro che zero!)?

Quindi, volevo dire, a livello filosofico, Lei ritiene che la Costituzione preservi e protegga un certo grado di Università Pubblica anche ben distribuito nell’ambito del Paese? E’ possibile che una Regione intera possa essere attaccata e depauperata con risvolti poi generali sulla “Virtuosità” del Paese, del “rating” del Paese, che infatti non è “Virtuoso” al momento? Grazie. Min.23.22









GUSTAVO ZAGREBELSKY RISPONDE. Min.27.00

Illustre Professore (Ciavarella si sorprende e schernisce, e Zagrebelsky gli domanda se lo fa per la per averlo chiamato “Illustre”),

io da quando sono uscito dalla C.Costituzionale non ho mai detto nulla di preciso su questioni che possano poi arrivare alla C.Costituzionale.

La “deontologia dell’ex” dovrebbe essere quella di non fare da fuori il “grillo parlante”: ricordo che dava fastidio a me questo quando qualcuno lo faceva.

Però posso solo dire una cosa. Che il modo con cui si affrontano i problemi dell’Istruzione è purtroppo un modo aziendalistico e questo è un tradimento profondo della vocazione degli studi di Istruzione soprattutto quelli superiori.

Perché poi quando si fanno le graduatorie (tra Università, ndr) si va a vedere la “Produttività”, il rapporto iscritti / laureati, il tasso di assorbimento dei laureati nella forza lavoro, nel tessuto produttivo locale.

E’ la prosecuzione della “logica delle tre i”: “Impresa, Internet, Inglese”, lanciata questa logica da governi precedenti per le Scuole medie, ma che adesso si sta estendendo all’Università.

Se ci riflettete tutto ciò con la “Cultura” non ha quasi nulla a che fare.

Queste “tre i” e ciò che si preannuncia (vediamo cosa succederà con l’Università), ciò che è accaduto, inserisce, colloca, i problemi dell’Istruzione nella logica e-se-cu-ti-va, le “tre i” indicano una formazione di tipo esecutivo, ma la cultura è un’altra cosa.

Aldilà dei problemi di Costituzionalità io credo che dovremmo avere anche l’orgoglio di dire che l’Università non può ridursi ad una cosa di questo genere.

Il chè poi ulteriormente sollecita la nostra responsabilità perché i discorsi che oggi si abbattono, le proposte che oggi si abbatono, e si sono anche abbattute, hanno terreno fertile in che cosa: nei limiti della inefficienza di cui tutti noi dobbiamo farci carico, non siamo incolpevoli.

Io oramai sono in pensione, quindi non sono stato incolpevole nemmeno io. MIN.30.09

giovedì 8 dicembre 2011

Elogio dell'anzianita': la speranza di carriera e' l'ultima a morire in Italia



Come sapete, la Riforma Gelmini della meritocrazia nei concorsi sta per vedere la luce. Ma la montagna di meritocrazia ha partorito o sta partorendo un TOPOLINO di merito e una montagna di protezione della anzianita' di servizio, che gia' era protetta abbastanza finora con gli scatti automatici a pioggia senza valutazione.

Il documento ufficiale del regolamento, così come depositato alla camera e successive modifiche proposte dal Consiglio di Stato e' invece
http://www.camera.it/682?atto=372&tipoatto=Atto&leg=16&tab=2#inizio

E' un DPR di inquadramento generale dell'abilitazione scientifica e non entra in dettagli tecnici. All'art. 4, comma 1 dello stesso DPR si dice che "Il Ministro, con proprio regolamento, definisce criteri e parametri differenziati per funzioni e per area disciplinare.... ".

Una bozza di tale regolamento per l'abilitazione nazionale, il testo trasmesso a Crui e Cun, si trova qua
http://www.rete29aprile.it/forum/25-valutazione/326-nuova-bozza-decreto-abilitazioni.html


SPERIAMO CHE LA BOZZA SI POSSA CORREGGERE!

Guardiamo l'articolo 3 comma 4:

4. Nella valutazione di candidati già in servizio come professori associati o ricercatori o in posizioni equivalenti all’estero, fatta salva la considerazione complessiva dei titoli di cui all’articolo 4, comma 4, e all’articolo 5, comma 4, sono prese in considerazione esclusivamente le pubblicazioni prodotte dopo la nomina nella posizione in godimento.

Un chiaro vincolo per proteggere l'anzianità di servizio contro eventuali giovani candidati brillanti.

Il criterio dell'anzianità nel ruolo (che comunque ha sempre avuto un peso sicuramente eccessivo in Italia) viene istituzionalizzato in una forma, oserei dire, estrema, e formalizzata!

EVVIVA I MATUSALEMME, PECCATO CHE SE NON SONO STATI PROMOSSI MAGARI ERANO CIUCCI?

Per assurdo, sembrerebbe FAVORIRE un precario, ma ci si illuda poco!! Questo IMPLICITAMENTE e' una INDICAZIONE che si intendono per lo piu' candidati validi per associato i ricercatori anziani; e per ordinario gli associati anziani.

EVVIVA L'ITALIA, PATRIA DEI MATUSALEMME!

Prof Michele Ciavarella

mercoledì 30 novembre 2011

IDEE PER NOVITA’ NEI CONCORSI DELL’ERA PROFUMO

Circa un anno fa, durante le fasi calde della discussione sulla Riforma Gelmini, e le conseguenti proteste specie da parte dei Ricercatori, mi volli cimentare in un intervento che sottolineasse la necessita` di meritocrazia, parola talmente abusata,che e’ ormai forse megl io abbandonare. Sottolineavo tuttavia che persino nelle piu` rigide e severe migliori Universita’ USA (come MIT) almeno il 50% degli Assistant Professor viene « confermato », senza calcolare che esiston tutta una serie di altre possibilita’ di lavoro, a cascata in altre universita’. Quindi, dicevo anche che passare da un sistema di Ricercatori, Professori Associati e Ordinari tutti a tempo indeterminato e con conferma quasi automatica (ma con promozione incerta, e spesso fonte di tanti problemi), ad un sistema in cui solo i Ricercatori diventano a tempo determinato, quindi con conferma per nulla assicurata, mi pareva una soluzione non ottimale,esageratamente precariezzante per le nuove leve, e proponevo una soglia minima di « conferme » garantite. Creai molta reazione da parte dei ricercatori, che colsero solo una critica della loro protesta. Io ingenuamente difendevo una categoria non protetta, quella delle nuove leve che entrano nell`Universita’, e queste, per definizione non essendo organizzate, ne` rappresentate, non mi hanno letto ne` appoggiato.
Oggi, conoscendo la professionalita’ del nuovo Ministro, e la attenzione che il nuovo governo, composto in larga parte da docenti universitari, dovrebbe porre, mi permetto di dare qualche spunto, forse ancora ingenuo, tornando sul tema, specie in vista delle attuazioni di molte novita`, specie nei concorsi. Dico subito che non entro nel merito delle proposte della agenzia ANVUR di definire dei parametri oggettivi per rendere idonei nei prossimi concorsi solo i "migliori" definiti sulla base della produzione media nel settore disciplinare di riferimento, che in linea di massima mi sembrano condivisibili (Molto meno si e` discusso di come definire quale dei docenti tra vari settori e` meritevole di promozione, che pure e` un problema di forse maggiore importanza).
Dal punto di vista del reclutamento, si sa che la categoria dei Professori Universitari in Italia e' molto anziana, e oggi un problema e' quello della sua sostituzione, che tuttavia e' frenata per ora da blocchi del turnover al 20%. Molta attenzione e` stata attirata a se dai Ricercatori, che hanno a lungo protestato per la loro situazione « precaria » con la messa in esaurimento della categoria del ricercatore a tempo indeterminato. A valle della protesta, hanno strappato la promessa di 4500 posti da associato : non pare definito se questo avverra` subito, e se tale numero sia in esubero rispetto al blocco del turnover o meno. Questo sforzo come « una tantum ». La messa in parallelo e' in realta' abbastanza strumentale, perche' se e' vero che la legge 382 del 1981 che ha creato la figura del "ricercatore" a molti non piace, specie tra chi non ha fatto carriera per un motivo o per l'altro, e' anche vero che non piace nemmeno a chi vuole rendere l'entrata nell'universita' meno rigida, in un verso o nell'altro. Tuttavia parlare di precarieta’ mi pare errato, ed esagerato.

Probabilmente andrebbe fatta una proposta ad hoc per i vari problemi che non sono sovrapponibili. Se nei prossimi 5 anni andranno in pensione quasi la meta` dei docenti attualmente in servizio, il blocco del 20% significa al massimo 6000 nuove entrate, e chiaramente fa differenza se queste 6000 sono incluse nelle 4500, o incluse. Anche nella ipotesi migliore, 10mila nuovi docenti, non basteranno a coprire che 1/3 della fuoriuscita. Questo, tenendo conto che non vi e' flessione del numero di studenti, pare un problema.
Tuttavia, oggi nell`universita`, come in tanti settori, il rischio e' che si decidera` sulla base dei desiderata di chi gia` e` dentro, ed e' rappresentato dai sindacati, e puo` bloccare immediatamente il funzionamento . Ma non e` forse questo un meccanismo perverso che ha creato oggi una grande ed eccessiva disparita` tra i privilegi di una generazione che peraltro li ha ottenuti anche con grandi debiti pubblici, e le troppe difficolta` delle nuove generazioni, che sono conseguenza proprio di quei debiti pubblici ?
In particolare, alcune riflessioni preliminari:
1) molti dei ricercatori entrati con la 382 (o anche associati, in totale quasi 30mila docenti passarono) sono oggi anziani, almeno 60enni, e a questi solo una "macchina del tempo" potrebbe restituire una carriera brillante, ammesso che la meritino. Se oggi cercano una riabilitazione, non e' usando questi 4500 posti per loro che si risolverebbe granche', anzi ci troveremmo domani con lo stesso problema, amplificato nelle altre categorie. Inoltre, molti di loro dovranno pure ammettere che hanno avuto un posto che oggi molti sognerebbero, e che andranno in pensione a stipendio intero che i neo entrati, con la forma a tempo determinato, non avranno nemmeno al 50%.
Si da il caso che promuovere gli anziani peraltro e` una soluzione a costo nullo per l`universita`, visto che con la ricostruzione carriera, in pratica si raggiunge prima il pensionamento che uno stipendio piu` alto. Cui prodest quindi?

2) chi e' meritevole come nuova leva (ma anche come associate), per effetto di questa "infornata" ad hoc per i ricercatori, e’ anche giusto che non sia troppo penalizzato (un nuovo effetto debito pubblico)

3) come assicurare una nuova ondata fresca, magari anche dall`estero? Ci sono giovani che lavorano all'estero. E non parlo di presunti « grandi cervelli », i cui tentativi di rientro sono tutti falliti, e che magari all’estero ci restano tranne rare eccezioni. Parlo di ragazzi brillanti la cui formazione comunque e' costata centinaia di migliaia di euro allo Stato Italiano, e ora si trovano a fare i ricercatori all'estero, non sempre felici di restare a lungo. Tuttavia, certo non potrebbero tornare con un posto da ricercatore a tempo determinato. Dovendo scegliere tra le varie precarieta', molti temo sceglierebbero l'estero.

4) se ANVUR e i criteri bibliometrici paiono aver introdotto dei paletti all`interno dei singoli SSD, nulla si puo` dire per come vengo scelti i nuovi posti da assegnare nelle varie universita`, che peraltro restano le sole che chiamano gli "idonei" in servizio. Potrebbe presentarsi in futuro il problema di tanti idonei che non vengono chiamati, e allora a nulla sara` valso lo sforzo dei criteri ANVUR. E' e` sbagliato lasciare queste scelte completamente all`autonomia locale, che spesso puo` essere influenzata da aspetti parzialmente paradossali, come la dominanza di alcuni settori. Le « scuole » in parte producono ottimi nuovi ricercatori, ma in altra parte, tendono a saturare i vari dipartimenti con repliche ridondanti ed eccessiva concentrazione di sapere in una sola disciplina.


Perche' non pensare quindi anche ai giovani, alle categorie meno protette, e creare meccanismi differenziati e virtuosi, quali per esempio:

1) assegnare una promozione in concomitanza con l`andata in pensione, come si fa con i militari
2) assegnare un numero di posti congrui e predeterminati, e non solo prevedere questa ondata di 4500 posti da associato, disgiunta da qualsiasi altra programmazione
3) non dare meccanismi di posti riservati solo a chi e' gia' in servizio in italia, ma dare eguale valore al servizio prestato all'estero, o persino una riserva separata
4) per la scelta tra i vari settori, creare un percorso di accelerazione carriere in base ad uno screening a priori dei CV, come fu fatto proprio dal rettore Profumo in via sperimentale al Politecnico di Torino.

Grato dell`attenzione, porgo distinti saluti dall`estero!

Michele Ciavarella

domenica 20 giugno 2010

L'esplosione dell'università di massa in USA ha poco in comune con l'Italia

Mi sono molto meravigliato nel leggere questo articolo sul Washington post. Come dice Andrea Graziosi, la ns Università di massa è ormai paragonabile ai "community college" quasi gratuiti americani.

Ebbene, questi sono in crisi anche in USA, soppiantati, o integrati, da delle "Super-CEPU" come le chiamava qualcuno, che sono letteralmente esplose, e sono supportate dallo Stato che apprezza il loro lavoro, ma ora fanno preoccupare l'Amministrazione Obama. I numeri sono incredibili, e denotano una vitalità che in Italia non ha il minimo parallelo. Gli studenti di questi "for-profit colleges" è triplicato in 8 anni, da 673,000 nel 2000 a 1.8 million nel 2008. Oggi sono sotto accusa perchè seppelliscono gli studenti sotto montagne di debiti -- da dire ai ns studenti italiani che debiti in genere non ne fanno, eppure si lamentano e fanno muri all'aumento delle tasse di poche decine di euro.

Gli aiuti federali a questi "super-cepu" sono nel frattempo non triplicati, ma piu' che quintuplicati, da $4.6 miliardi nel 2000, a $26.5 billion nel 2009, e notare che la cifra è ora oltre 3 volte la spesa totale dell'Università italiana, che pure ha lo stesso numero di studenti! Insomma, gli USA finanziano le "super-CEPU" che hanno lo stesso numero di studenti italiani, con 3 volte la cifra spesa in spesso ben piu' nobili istituzioni. Non credo ci siano da fare commenti, occorrerebbe rivedere il modo di agire di studenti, famiglie, docenti, politici e imprenditori italiani in toto!

(da notare che il giornale Washington post possiede una delle università online for-profit di cui si parla).

domenica 13 giugno 2010

Dopo i ricercatori, anche i prof. a contratto scendono in guerra! Avremo 90mila da stabilizzare almeno prima dei ricercatori a tempo determinato.

Avremo ora 90 mila docenti da stabilizzare, prima che qualche povero ingenuo che vuole passare per merito e non è passato finora, magari perchè è all'estero, potrà tornare in Italia. Largo allora alle nuove stabilizzazioni! Poichè tuttavia tutti parlano di merito, ne torno a parlarne anche io, come alla lettera al direttore della Gazzetta, anche se mi attiro le critiche, ben meritate visto che ci sono grandi numeri di persone che si muovo contro il merito. Ora mi attirerà le critiche dei professori a contratto, ma ormai ci sono abituato. Chissà che alle urla rumorose degli arroganti, faccia eco il silenzio assordante dei giusti.

Cosa diranno infatti ora i ricercatori in sciopero, visto che i prof. a contratto chiedono regolarizzazione e minacciano la class action... si va avanti con cicli di assunzioni precarie e stabilizzazioni di massa ope legis -- avanti il prossimo!

E chi sarà daccordo ora con la categoria ultra-precaria dei ricercatori a tempo determinato? Nel resto del mondo, come ho già ricordato in precedenti post, per es. questo sui ricercatori, c'e' la categoria dei docenti in prova "Assistant professor", e dopo 5-6 anni, viene contemporaneamente valutato per la promozione ad "Associate professor" e per la conferma- tenure. In Italia, con la classe dei ricercatori, i docenti in prova vengono confermati praticamente al 99-100% delle volte, ma non promossi sempre, e questo ha creato un certo malumore, esploso pero' ora dopo 30 anni in modo curioso, in concomitanza con i tagli più severi della storia dell'Università, e con la messa in esaurimento della categoria. Si teme cosa esattamente? Che scelta di tempi è questa?


Sui corsi e ricorsi del reclutamento italiano, si veda questo commentando il bel libro di Andrea Graziosi sul degrado dell'Università Italiana ad università di massa per allargamento, e questo sulla proposta di prepensionamento Carrozza-Meloni.

Fino al 1968, c'era un sistema di ordinari-direttori di istituti monocattedra (i "baroni") che avevano un codazzo di assistenti e incaricati sottopagati e non regolari. Con il fallimento di tutte le proposte di Riforma, si arriva agli anni '80, in cui entrarono con "ope legis" ossia senza vero concorso, oltre 30 mila docenti, che nei prossimi 10 anni andranno quasi tutti in pensione -- i numeri esatti cambiano da un autore e un giornalista all'altro, ma in sostanza mi fido di questi numeri di Sylos-Labini e Zapperi.

Ora, non contenti di questo mega-concorso, e di altri mega-concorsi anche per ordinari (dal '73 ad oggi), l'Università italiana ha visto il "mega-concorso" Berlinguer negli anni a cavallo del 2000, con un 20% di incremento della classe docente (da 50 mila a 60mila) e un ben più sostanzioso progresso della classe degli ordinari (+50%). Sarebbe interessante capire dei ricercatori nati nel 1982 ossia 30 anni fa, quanti sono passati associati prima della Berlinguer e quindi probabilmente ordinari con il concorso Berlinguer. E sapere quanti degli associati ex-382 degli anni 80 sono passati ordinari. In definitiva, quanti dei 26 mila attuali ricercatori che vogliono passare associati allargando la categoria, non quelli originari degli anni '80, che hanno avuto fior fior di possibilità di passare associati con concorsi.

Comunque, stabilizzare oggi i 26 mila ricercatori, anche se non in modo oneroso subito (ma shiftato di qualche anno tramite una nuova scala di anzianità), è operazione pari quasi alla 382 come grandezza. E questa della class action dei prof. a contratto è una nuova ondata di stabilizzazione, con numeri senza precedenti.

Si tratta infatti di più dell'attuale classe di professori strutturati, visto che il CODACONS parla di 55% del corpo docente è composto da professori a contratto che, come dicono i ricercatori "pur essendo impegnati in mansioni del tutto paritetiche a quelle dei docenti interni, ricevono un trattamento economico a dir poco insignificante e sono privi di qualunque tutela assistenziale e previdenziale”. Se i docenti italiani sono 60mila, deduco che quelli a contratto sono almeno altrettanti.

Insomma, queste operazioni, guai a chiamarle "ope legis", potrebbero stabilizzare o far passare di grado un totale di 26mila + 60mila= quasi 90 mila docenti, mentre la Gelmini parla di tagliare il fondo FFO del 20%, ossia vorrebbe tornare ai 50 mila docenti del prima Concorso Berlinguer. Un gran casino, e certo, il merito di chi vorrebbe passare per concorso meritocratico, è cosa su cui non fare affidamento!

giovedì 10 giugno 2010

La Riforma Gelmini, i ricercatori e reclutamento nel quadro storico e internazionale

Sembra prendere piede la protesta dei ricercatori (anche allargandosi ad associati e ordinari, vi veda il link dove Claudio Procesi, accademico del Lincei e ordinario di algebra alla Sapienza, ha dato avvio a una lista di associati e ordinari già intorno a 1000) e ieri molti amici e colleghi mi hanno chiamato anche perchè è uscito sul sito CNRU il link all'articolo dell'amico David Naso collega del PoliBA che ha risposto a sua volta alla mia lettera al Direttore della Gazzetta, dicendo che ho irritato molti colleghi ricercatori con la mia premessa sugli aspetti "ope legis" di alcune varianti della loro richiesta.

Colgo l'occasione per spiegare meglio il mio punto di vista, anche inquadrando storicamente il "problema" di cui si parla, e peraltro cercando di indicare il quadro internazionale sull'organizzazione della docenza, tanto per fare chiarezza.

1) Quadro Storico
Nella mia lettera alla Gazzetta, io parlavo di "paura dei ricercatori" che la nuova categoria dei ricercatori a Tempo Determinato abbia una corsia preferenziale. Ebbene, dalla proposta ufficiale di Merafina su CNRU (testo qui) leggo

"Su questa crisi, il disegno di legge sceglie delle soluzioni che risultano assolutamente poco credibili e non attuabili se verranno mantenuti i tagli introdotti dalla legge 133 del 2008 e soprattutto impedisce ai Ricercatori Universitari, per la mancanza di concorsi, di uscire dal vicolo cieco cui sono stati posti dalla messa ad esaurimento operata dalla Legge Moratti e dalle cosiddette corsie preferenziali introdotte in questo DDL a favore dei giovani Ricercatori a tempo determinato che potranno essere inquadrati nella fascia dei professori associati con meccanismi più celeri di quelli previsti per chi è già nel ruolo."



Senza sottilizzare sulla parola "ope legis" ora, sempre dalla proposta ufficiale, leggo:-

"La proposta consiste nella richiesta di inquadramento alla seconda fascia docente per tutti quei ricercatori che hanno fatto didattica certificata dalle facoltà (anche diverse e/o di diversi Atenei) per almeno sei anni (in analogia con l’impegno richiesto ai ricercatori a tempo determinato nel DDL) e che mostrano di essere attivi nella ricerca superando i requisiti minimi scientifici già definiti dal CUN e diversificati per area scientifica.
"

Quindi un giudizio di idoneità di "requisiti minimi", forse non uguale a quello che si intende "ope legis" nella 382 del 1980, ma comunque non un concorso, e che si tradurrebbe probabilmente nel passaggio del 90% dei Ricercatori.

L'idea si completa con l'introduzione di nuove curve stipendiali uniche per ricercatori e associati, che al costo di far crescere le curve dei ricercatori, farebbero risparmiare nell'introdurre la classe dei ricercatori a tempo determinato, che si immagina in larga parte entrerà nella categoria associati, su gradini inferiori della curva. Non so bene come si può quantificare il risparmio di una categoria che ancora non esiste e che quindi a maggior ragione non si può sapere con che numeri entrerebbe nella categoria associati con regolare concorso. Ma lasciamo perdere questi dettagli, o creo altra "irritazione".

A me pare che esista già una categoria di "associato" di serie B, e sono i professori "incaricato stabilizzato" (anch'esso ruolo in esaurimento), che sono solo una cinquantina ormai che, per un motivo o per l'altro, non hanno conseguito il giudizio positivo d'idoneità a partire dal 1982. Essi svolgono attività didattica al pari di un professore di II fascia, ma godono di una retribuzione minore.

Ora, l'introduzione della categoria "Ricercatori" segue storicamente l'unico vero tentativo, quello degli anni '60, di studiare la realtà internazionale e ancorarsi ai successi mondiali (ossia degli USA) guidata in Europa dalla Francia. Mi riferisco alla "Commissione d'indagine" formata da parlamentari, da pedagogisti e da esperti nel settore del lavoro e dell'organizzazione industriale. Questa trovò un sistema già in ritardo, ma si concentrarono sull'università, ed emersero "carenze gravissime non solo per quanto riguardava finanziamenti, edilizia, biblioteche, personale, ma anche forme organizzative. Contro la sola presenza della facoltà si proposero tre nuove articolazioni: i corsi di laurea, i dipartimenti e il dottorato di ricerca."

Da questo studio nacquero però riforme fallite, che in parte sono entrate a pezzi negli anni successivi, in parte si ritrovano nella Riforma Gelmini, e in parte sono state distorte in modo abnorme da applicazioni di "testi urgenti" e concorsi finiti ope legis ossia «per il dettato della legge», un'espressione giuridica oggi tanto mal vista ma che a rigori significa solo che l'azione compiuta è stata compiuta "perché lo dice la legge".

Notevole la Riforma progettata da Tristano Codignola, che mirava ad una vera Riforma dal profilo alto e complessivo, DDL612 che nemmeno oggi con la Riforma Gelmini torna dopo 40 anni in modo cosi' radicale -- la soppressione delle facoltà a favore dei corsi di laurea, e la delineazione del docente unico, che rispondeva ad una profonda domanda di democrazia che veniva dai sindacati confederali, ormai presenti, con specifiche articolazioni, non solo nel settore della scuola, ma anche in quello dell'università.

Il DDL, come oggi la Riforma Gelmini, passò la Commissione Istruzione del Senato, e alla Camera furono discussi ed accettati i primi 30 articoli. Ma forti resistenze avevano creato soprattutto la proposta del docente unico e l'abolizione della facoltà. Il PSI si sentiva il vero padre del progetto, ma fu respinto in Senato con i voti contrari della DC, PSDI, PRI e con la sola approvazione del PCI. Oggi viene a poco a poco realizzato in frammenti senza però la forza della globalità.

Interessante in particolare che grandi resistenze avevano creato soprattutto la proposta del docente unico e l'abolizione della facoltà, entrambe proposte che sono poi state accantonate, ma che stanno tornando di fatto di moda.


La legge 382 dell'11 luglio 1980, Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica fu invece un meditato compromesso tra le forze politiche, le confederazioni sindacali, raccoglie il suggerimento del Consiglio Superiore universitario del 1979 di una doppia fascia per i docenti e l'assorbimento in una terza da istituire di tutto il personale precario, i docenti in formazione, o ricercatori, oltre all'istituzione del dipartimento e del dottorato di ricerca.

Per qualche anno l'università italiana fu impegnata nel difficile compito di realizzare la 382 non solo per quanto riguardava i concorsi per ordinari, ma soprattutto per la nuova fascia degli associati e, a livello prevalentemente locale, dei ricercatori. Per i secondi era previsto il giudizio di una commissione nazionale, con tre possibilità di appello, in modo tale che le esclusioni dal ruolo furono estremamente ridotte. Si optò tacitamente per una scelta poco selettiva, gonfiando la seconda fascia di personale non sempre qualificato. Questo nel tempo avrebbe mostrato tutte le patologie di un reclutamento così massiccio non per concorso, ma ope legis. Il numero molto alto di associati, fra l'altro quasi tutti di un'età relativamente giovane, non creava alcun possibile turn over con i ricercatori, condannati nella maggioranza a restare tali nonostante qualificazioni scientifiche e didattiche.

In seguito, i concorsi da ricercatore hanno sempre avuto una caratteristica piuttosto "locale", per cui sono entrati parecchi ricercatori con valutazioni discutibili. Insomma, una categoria che non piace a nessuno, abusata nella durata, e che ha lascia scontenti parecchi per come è stata utilizzata. Tuttavia, quale soluzione mentre si esaurisce? Un ope legis per 26 mila ricercatori italiani oggi, non pare giusto, non pare percorribile, non pare possibile, nemmeno nel transitorio. Ai lettori giudicare quale soluzione sia possibile.


2) Quadro internazionale

Da wikipedia è facile rintracciare i sistemi più in voga nel mondo. I "Ricercatori" sarebbero equivalenti agli "assistant professor" in parte, ma come ricorda Wikipedia, normalmente l'Assistant Professor "does not usually serve to "assist" more senior faculty". Noi subiamo quindi un retaggio storico in Italia, dove prima della 382 esistevano queste figure precarie (Assistenti e Incaricati) che erano molto mal pagati e precari, quindi subivano una dipendenza totale dall'Ordinario.

Grosso elemento a favore dei ricercatori: "There is usually a strict timeline for application for promotion from assistant to associate professor - usually 5 or 6 years following the initial appointment."

Quindi, come nello spirito della 382, che inquadrava nella categoria dei "docenti in prova" i Ricercatori, non si dovrebbe esserlo a vita. Non ha senso una prova a vita, anche se la Conferma da diritto al ruolo a vita.

In genere in effetti il passaggio ad associato "coincide" con la "tenure" ossia la conferma, per cui oggi i ricercatori potrebbero chiedere a posteriori, avendo tutti passato la conferma, di passare ad associati, ma questo ha il sapore dell'automatismo, anche se condito dalla verifica di "requisiti minimi". Non mi pare corretto per es. verso chi ha passato un vero concorso. Da questo punto di vista, la conferma infatti si è data in italia quasi a tutti, mentre il passaggio ad associato, teoricamente solo ai meritevoli.

Nel resto del mondo, la conferma non è automatica, coincide con il passaggio, ed è un processo più serio ed articolato di entrambi. Questo si potrebbe fare in Italia, ma nessuna proposta attualmente lo considera. "Tenure and promotion from assistant to associate levels is made at numerous levels, with a common sequence being: 1) external reviewers—several high-profile researchers will be asked to review the candidate's application for promotion and will submit a confidential report; 2) based on this report and letters provided by members of the university, a subcommittee of members from the candidate's department will make a recommendation for tenure/promotion or denial of such; 3) the department will vote; 4) the department decision is communicated to a university panel of individuals from outside of the department who evaluate the application and decide whether they agree or disagree with the departmental recommendation; 5) the dean; 6) the board of governors/president or other upper level governing body.


Il passaggio successivo a Full Professor invece non è sempre usuale, ma per la maggior parte si, anche se non sempre dopo i 5-6 anni come nel passaggio da Assistant ad Associate: "most will apply for the final promotion to full professor; the timeline for making this application is more flexible than that for assistant to associate positions and the associate professor does not normally lose his/her job if the application is rejected."

La promozione da associate a full comporta anche qui un lungo processo, "requires that the individual has maintained an active research program, and excellent teaching, in addition to taking a leadership role in important departmental and extra-departmental administrative tasks. Full professor is the highest rank that a professor can achieve (other than in a named position) and is seldom achieved before a person reaches their mid-40s. The rank of full professor carries additional administrative responsibilities associated with membership on committees that are restricted to full professors."

Ricapitolando:
* Assistant professor: An introductory level professor. A position generally taken after receiving PhD and/or completing a post-doctoral fellowship. After 4–8 years, assistant professors will be either tenured or dismissed from the university.
* Associate professor: A mid-level, usually tenured, professor.
* Professor (sometimes referred to as "full professor"): a senior, tenured professor.
* Distinguished professor / endowed chair (e.g., "the John Q. Smith Professor of Physics"): An honorary position in which a full professor's salary is increased by being tied to an endowment derived from the university, private individuals, firms, or foundations.

Da notare come interessante l'istituzione in Germania dello "Junior Professor" che ha notoriamente mantenuto molto più a lungo il sistema pre-68, con delle Università che sembrano ancora rette da un solo cattedratico per "Istituto", forse senza aver fatto i troppi danni del sistema italiano, con una promozione persino troppo dura, che pero' permette ricircolo di menti tra industria o l'estero e accademia, prima di stabilizzarsi. Quindi nel 2002 l'abolizione dell'equivalente della "libera docenza" o abilitazione, viene 30 anni dopo l'equivalente italiano (ma con la grossa differenza di avere in aggiunta il titolo di dottore di ricerca a disposizione da molto tempo in Germania). Lo "Junior-Professor" ha proprio i 6-anni previsti dal Ricercatore a Tempo determinato -- e dovrebbe permettere un rinnovamento via un "fast-track for the best", che poi potrebbero entrare come professori, ma che al momento in Germania non avrebbero posizioni cosi' a lungo. C'e' un grande dibattito, e il "main criticism" (ma anche una grande virtù, impensabile in Italia) è che ora i Junior Professor si immagina faranno domanda in altre Università e non quella di appartenenza, differentemente dal modello di tenure-track USA.

Da notare che questo tema è completamente assente dal dibattito italiano. Nessuno pensa, nemmeno la Gelmini, di mettere un tale freno alla conferma o al passaggio di Ruolo, e quando Berlinguer lo aveva inserito nella sua Riforma (insieme alle commissioni con membri internazionali) sappiamo che fine ha fatto, con la trasformazione/degenerazione della sua riforma nei concorsi più localistici e provinciali della storia dell'Università Italiana, che Perotti ha forse giustamente chiamato "il trionfo del cretino locale".

Da notare che queste posizioni in Germania ora non vengono più viste con favore dalle Università, e meglio vedere le pagine in tedesco per chi ha interesse.

Insomma, il nostro dibattito potrebbe respirare di più, volare più alto, e guardare all'estero, una volta per tutte. Per ora, si parla sostanzialmente di "ope legis" da un lato, e di forme di precarietà senza veri virtuosismi dall'altro. Un quadro sconfortante. Con il rischio che alla fine si creeranno solo ulteriori promozioni "a posteriori", riforme parziali, figure intermedie, ma non si avrà il coraggio di prendere il "toro per le corna".

sabato 5 giugno 2010

Commenti al libro di Graziosi e premesse per il fallimento della Riforma Gelmini, o l'ennesima illusione della meritocrazia nell'Università di massa



Il libro dello storico Graziosi (Andrea Graziosi, L’Universita’ per tutti: Riforme e crisi del sistema universitario italiano, ed. il Mulino, 2010) e’ certamente una piacevole e interessante lettura per chi vuole conoscere piu’ a fondo la storia dell’universita’ italiana, e come si sia arrivati alla attuale universalmente riconosciuta profonda crisi, con spunti interessanti di confronto di alcune realta’ europee e mondiali, e dati non tutti noti, che si completa naturalmente con un’ analisi della Riforma Gelmini attualmente in elaborazione. La storia italiana viene descritta in modo approfondito per un breve pamphlet, mentre semmai la parte relative ai confronti con le Universita’ straniere incuriosisce e meriterebbe persino maggiore approfondimento, cosiccome la discussione della Riforma Gelmini lascia in parte sorpresi rispetto alle premesse dei capitoli precedenti. Ma essendo la materia lunga e complessa, la scelta rimane personale e quindi piu’ che critiche, queste note brevi sono spunti di approfondimento.

Stupisce, a fronte della centralità delle questioni "differenziazione" delle Università, e dell'anzianità della classe docente italiana, peraltro passata in larga parte con gli ope legis degli anni '80 e poi promossa coi concorsi "locali" Berlinguer, che l'autore sia cosi' possibilista riguardo la funzionalità della Riforma Gelmini. Sul prepensionamento e la giusta paura di qualcuno di arrivare presto a 65 anni senza aver nemmeno maturato i contributi minimi, ho già scritto sul dibattito interno al PD, con il blocco turnover la proposta potrebbe essere persino un autogol dato che svuoterebbe le università senza aver alcun ricambio. Ricordo che l'anno di nascita con più alto numero di docenti in Italia è il 1947 con 2531 mentre tra i soli ordinari è il 1946, con 1014 ordinari che andrebbero in pensione l'anno prossimo in base alla proposta Meloni-Carrozza. E' chiaro che quest'ultima andrebbe articolata meglio, per es. mandando in pensione solo su richiesta come si fa nelle aziende, con incentivi, e magari segnalando chi è particolarmente non attivo. Su questo c'e' stato un interessante intervento di Ignazio Marino al convegno sulla ricerca, organizzato anche dal Forum Ricerca e Università del PD, alla sede nazionale.

"credo sarebbe opportuno valutare i circa 30.000 professori (associati e ordinari) entrati in ruolo successivamente alla legge del 1980 e chiedere il pre-pensionamento per coloro che nell'ultimo terzo di secolo non hanno prodotto nulla scientificamente. Al tempo stesso si dovrebbero ammettere nel mondo accademico altrettanti giovani pronti e felici nell'essere valutati sulla base dei loro risultati ogni 3-5 anni. Insomma, un criterio di merito più che anagrafico. "




Lo stesso avviene per il recente editoriale di Ernesto Galli della Loggia, che cita anche il testo di Graziosi tra i 3 migliori degli ultimi anni sul tema.

Il punto di vista dell’autore e’ sintetizzabile nei due commenti rispetto alle esperienze di insegnamento presso due famose universita’ private USA, Research Universities nella definizione corrente centrale nel libro, Yale (nel 1997) e Harvard (nel 2003), che certo arricchiscono il confronto con modelli funzionanti e che troppo spesso vengono tralasciati nelle discussioni italiane, per una spesso patetica pretesa di superiorita’ o diversita’, di natura decadente. Graziosi riporta l’impressione di essere passato da un ponte di terza classe (l’Universita’ di Napoli Federico II dove Egli insegna, che pure non e’ tra le piu’ piccole, anzi e’ la Universita’ con piu’ storia del Sud Italia, essendo l’unica che ha piu’ di centanni di storia) ad un ponte di prima nel passaggio a Yale, e addirittura in un bastimento che `ormai va in un’altra direzione` e che quindi con le Research Universities non ha piu’ ormai molto a che fare, per la successiva visita ad Harvard. Rimarrebbe da tener presente questi paragoni quando si pensa di trasformare una nave siffatta, in qualsiasi altra cosa. Ormai, infatti, le Universita’ italiane che si sono trasformate da Universita’ di elite a Universita’di massa, sono ormai indietro di due generazioni essendo le Universita’americane a loro volta minacciate dalle nuove Universita’asiatiche dove vengono investiti miliardi di dollari in ambiziosi programmi precisamente funzionali a raggiungere le piu’ alte posizioni delle classifiche, non a caso sviluppate anche da Universita’ asiatiche come Shangai.

Colpisce peraltro che la crisi si sia aggravata agli occhi dell’autore nello spazio cosi’ breve tra le 2 visite, a causa inevitabilmente delle Riforme Berlinguer, che hanno visto un’implementazione ben lungi da qualsiasi previsione e impostazione iniziale. In particolare, persino i bilanci delle Universita’ sono stati alterati profondamente, passando per la prima volta il capitolo del trasferimento dello stato a coprire quasi per il 90% gli stipendi del personale, le `tasse universitarie` a coprire una percentuale sempre minore dei costi, non solo con un tetto del 20% fissato negli ultimi anni, ma a volte con valori ben minori, specie al Sud, nella rincorsa frenetica e anacronistica verso una grande utopia, chiesta a gran voce ormai da tutti, dagli studenti alle famiglie, che inseguono, a suon di appelli ripetuti e continui cedimenti della qualita’, quello che e’ sempre piu’ un sogno distaccato dalla realta’, quello del pezzo di carta, la laurea, che permette l’accesso alle professioni e quindi ad un futuro certo e privilegiato.

Il processo di `degrado per allargamento` delle ns universita’ viene ricostruito dall’autore tramite le tappe fondamentali degli ultimi 100 anni, a partire da alcune scelte infauste del fascismo, anche con la Riforma Gentile, un `eroico anacronismo` degli anni 20 gia’ al tempo della sua impostazione (prevalentemente umanistica, in linea con gli studi del liceo classico) che ha profondamente pesato sui successivi lunghi decenni.

Se la trasformazione che Graziosi descrive e’ quella sotto gli occhi di tutti, risulta istruttivo pero’ certamente conoscere i numeri dell’universita’ italiana di centanni fa. Mentre infatti intorno al 1900 l’Universita’italiana era ancora tra le leaders mondiali, e vantava almeno 2 Scuole degne di Premi Nobel (e che infatti avrebbero maturato la maggior parte dei pur pochissimi Nobel italiani), quella di Levi e di Fermi, oggi tutte le classifiche ci collocano fuori dalla competizione delle Research Universities mondiali, con l’eccezione della presenza in posizioni comunque basse, di alcune realta’, da quali sembrerebbe ovvio partire per ricostruire dei tentativi di eccellenza, potenziandole nel senso di avvicinarle alle research universities appunto, specie per i numeri riguardanti la percentuale di graduate students, e in particolare aumentando di molto il numero dei dottorandi, rispetto agli studenti dei normali corsi di laurea.

L’Universita’italiana si sarebbe trasformata interamente per via dell’allargamento avvenuto senza mai essere riusciti ad impostare una sola Riforma (il riferimento in dettaglio e’ ai fallimenti delle riforme Gui, Ferrari Aggradi, Codignola, etc), ma con leggi e provvedimenti presi per urgenza, per ‘sanatorie’, megaconcorsi ed ‘ope legis’ successive ad ondate e periodi di fermo prolungato, l’uso anacronistico della ‘pianificazione e programmazione’ centralistica degli anni 70 e 80 ispirata al modello gia’ allora fallimentare sovietico, e per progressivo cedimento verso il provincialismo ed il localismo, senza preservare almeno in parte il ruolo originario di formazione delle elite.



In figura sono tracciati alcuni dati presi dal libro sul numero di docenti (qui si è voluto equiparare incaricati e assistenti ad associati e ricercatori del post 382 degli anni 80, anche se le figure precedenti erano molto piu' precarie delle successive), con i dati rapportati all'unità nel 2008. Si vede chiaramente che tutte le varie categorie hanno avuto un aumento all'incirca simile, con una certa differenza nella dinamica degli assistenti/ricercatori che sono diminuiti di peso negli anni '80 per via delle promozioni di massa ope legis, e invece curiosamene seguono come numero esattamente la dinamica degli ordinari dopo il 1990. La crescita piu' ripida comunque appare chiaramente quella della categoria degli ordinari, che, contrariamente a quanto si dice solitamente, era piu' numerosa in proporzione in passato, anche se con un ruolo infinitamente piu' importante.

Colpisce tutto sommato che le curve dell'aumento del numero di studenti e di docenti siano abbastanza simili, come dimostrato dal rapporto studenti/docenti, che non è nemmeno triplicato in 100 anni.

Cosi’, fa certo impressione vedere i dati nel passaggio da poco piu’ di 1000 ordinari e altrettanti assistenti e incaricati del 1900, a oltre 60mila docenti, dislocati su 3 fasce dalla legge 382 degli anni 80, che sano’ la posizione di quasi 30 mila tra precari e sottoinquadrati, oggi quasi paritetiche in numero dopo le ondate di concorsi Berlinguer del 1998/2003, con leggera prevalenza di quella dei ricercatori, peraltro quella con lo status piu’ discusso e in parte da sempre contestato, e che oggi e’ l’unica categoria a sembrare particolarmente attiva nella protesta, come se i problemi dell’Universita’ si esaurissero con lo status di questa categoria. Se alla contestazione del 1968 gli ordinari erano cresciuti di poco essendo ancora circa 3000, la categoria e’ quella che e’ letteralmente ‘esplosa’ a successive ondate, dai provvedimenti urgenti Malfatti del ‘73 che li quasi raddoppio’, all’aumento degli anni 80, fino allo tsunami del concorso Berlinguer, nato con premesse innovative e molto severe (commissari internazionali e obbligo di presa di servizio in Ateneo diverso da quello di partenza) e partorito in Parlamento invece completamente stravolto come `trionfo del provincialismo` o `del cretino locale`, secondo le parole di qualcuno, ovvero come `norme per l’avanzamento in carriera non competitivo del personale di ruolo all’interno delle Universita’italiane’ secondo altri, con i dati di Perotti messi in bella evidenza dall’autore a dimostrare che, come riportato da alcuni caposcuola, semplicemente negli anni 80 e poi nel concorso del 2000, le scuole migliori che pure in alcuni casi tenevano un “controllo” sulla qualita’, hanno perso tale controllo e non sono riusciti a formare tanti docenti quanti quelli che si trovavano a vincere concorsi. Ricorrente l`uso della parola `cretino` nella descrizione dei vincitori dei concorsi delle ultime due ondate e in particolare in quella degli anni ‘80 dove, secondo un caposcuola appunto, dovendo fare dei cretini, si `preferivano i propri`.

Ma la legge su cui Graziosi giustamente punta il dito con maggiore decisione e’ la 382 del 1980 che stabilizzo’ nelle categorie di associati e ricercatori senza vero concorso oltre 30 mila persone, che oggi costituiscono la `gobba` nel profilo di eta’ dei docenti italiani, costituendo circa il 50% , ormai in larghissima parte con oltre 60 anni, che cominciano ad andare in pensione nei prossimi anni in gran numero, e che essendo in parte transitati nel ruolo di ordinari, probabilmente occupano posizioni di rilevante peso all’interno dell’universita’ di oggi, un fatto da cui qualsiasi Riforma dovrebbe partire.

Graziosi giustamente ricorda che il processo di allargamento verso l’Universita’di massa e’ in parte stato salutare e necessario, richiesto peraltro da tutte le realta’ perlomeno europee rispetto alle quali si continua a stare indietro, con i vecchi vizi italiani che hanno precisi motivi, ossia quelli della eccessiva durata media dei corsi, dell’eccessivo numero di fuori corso, e degli abbandoni.

Il modello che Graziosi prende come paragone principale e’ il modello Californiano (e qualche spunto di paragone lo fa anche con l’Universita’tedesca o francese), con

• l’University of California (UC) che e’ notoriamente pubblica ma anche di primissimo livello, e che forma ca 200 mila studenti su 10 campus, permettendo pero’ l’entrata solo al migliore 12.5% degli studenti dei licei su base di test nazionale standard
• il California State University (CSU), di livello inferiore ma ancora discreto permettendo l’entrata solo al 30% dei voti piu’ alti, con stipendi piu’ bassi per i docenti e il personale, ma con circa 400 mila studenti e 23 campus
• 110 Community Colleges (CCCS) con oltre 2.5 milioni di studenti, aperta a tutti e completamente gratis per i residenti in California

Interessante notare, in eventuale parallelo con l'Università italiana che, dopo la crisi degli ultimi anni, il budget della UoC e della CSU sono stati profondamente e rapidamente rivisti, con un taglio di circa il 33% del budget, ma il governo regionale spende oltre il 3% del suo budget nel sistema educativo, e ciononostante le tasse sono quasi raddoppiate specie per i corsi dottorali, e i finanziamenti privati sono cercati con maggiore impegno (dati da Wikipedia).

L’Universita’italiana, oggi dislocata su 94 atenei (e 300 sedi) sarebbe secondo Graziosi quindi condannata ad essere, nel migliore dei casi, un CSU californiano, ma come numeri e per criterio (quello dell’assenza di selezione all’ingresso, della quasi gratuita iscrizione, e per numero di studenti), molto piu’ vicina ai CCCS. Peccato non avere dei dati precisi sul collocamento delle varie Universita’ Italiane rispetto appunto ai CSU e CCCS, dato piuttosto difficile da avere, visto che le classifiche internazionali si occupano prevalentemente delle Research Universities, in cui quasi non entriamo.

Soprattutto dalla storia dei vari tentativi di Riforma, falliti prima ancora di passare in Parlamento (Gui e Ferrari Agradi degli anni 60, Codignola del 1971) emerge il ritardo italiano ed la problematicita’ probabilmente dovuta ad un insieme di cause, tra cui quella persistente anche oggi, e in cui persino Graziosi sembra cadere, del voler trattare le universita’ tutte allo stesso modo nei processi di Riforma, e lavorando piu’ per abolizione di realta’ che pure in parte funzionavano, piuttosto che per proposizione e imitazione di modelli di successo. Un esempio importante e’ l’abolizione della libera docenza da parte di Codignola nel 1970 con l’appoggio delle sinister sull’onda di alcuni scandali alle Facolta’ di Medicina, che pure era equivalente ad un dottorato o all’abilitazione tedesca e che lascio’ un vuoto per molto piu’ del decennio che passa alla introduzione dei dottorati della 382 degli anni 80. Infatti, il vuoto e’ aggravato di molto dal fallimento dei tentativi di istituire reclutamento stabile e con concorsi seri, che porto’ infine all’entrata in massa degli anni 80, con successivo blocco fino ai concorsi Berlinguer degli anni ‘90, in cui tuttavia essendosi preferito di gran lunga promuovere gli `interni` locali, si e’ di fatto promosso gran parte dei docenti di una certa eta’ entrati proprio con le ope legis degli anni 80. In definitiva, una vera formazione di classe docente e’ mancata per quasi 30 anni.

Ne viene fuori un quadro crudamente ma realisticamente pessimista delle attuali possibilita’ di Riforma.

Da un lato, l’Universita’di massa funziona solo in parte, dal momento che i dati raccolti da Graziosi dimostrano il ritardo italiano nel risolvere alcuni problemi non solo sui fuori corso sulla durata media e sulla % di laureate nel paese, ma anche sull’ingiustizia sociale e sulla bassa redditivita’ dell’universita’ italiana come `investimento` per le famiglie (intorno al 6.5% contro un 18% delle Universita’inglesi). Ritardo che ha resistito persino alla grande occasione mancata della Riforma Berlinguer del `3+2` del ’98 che, mentre da un lato rispondeva alla urgente necessita’ di rientrare in parametri europei, non e’ stata colta appieno per cominciare a differenziare tra le Universita’in grado di offrire solo il `3` e quelle in grado di offrire anche il `2` e il dottorato, trasformandosi peraltro in un `3 e 5`, secondo alcuni autori, con i tentativi di tutti i successive ministri di centrodestra e centrosinistra di correggere il tiro, andati in parte a vuoto, e persino peggiorati nell’istituzione per es delle Universita Telematiche, in gran parte coperta da scandali delle lauree facili con riconoscimento generalizzato di crediti per esperienze lavorative soprattutto di impiegati e funzionari della PA, laureati in gran numero per facilitarne l’avanzamento in grado, in fondo parallelo a quello visto nell’Universita’. Distorsioni ci sono state anche nella creazione di un eccessivo numero di corsi di laurea, di materie, di strutture, tutte purtroppo maggiormente funzionali alla riproduzione della classe accademica, piuttosto che a presunte esigenze del Paese, poi solo in parte rientrate con successive disposizioni, come quelle comunque prevalentemente burocratiche e nemmeno troppo strette, dei garanti, dei requisiti minimi, etc.

Mi sarebbe piaciuto un maggiore approfondimento dei confronti con le crisi dei modelli sovietici, visto che, oltre agli errori generali del sistema sovietico, il cui collasso certo non permette un confronto diretto, alcuni parametri universitari potrebbero essere interessanti, cosiccome qualche confronto dei dati nelle numerose tabelle con i dati equivalenti di altri paesi europei o mondiali.

In altre parole il degrade per allargamento avvenuto in Italia e’ davvero unico nel panorama mondiale, o ci sono casi simili in altri paesi, perlomeno del terzo mondo? Siamo gli unici che hanno aperto ‘ad ondate’ per es la docenza, per incapacita’ di immaginare Riforme organiche e progressive? Certamente l’allargamento e’ avvenuto, e il solo esempio del caso californiano, o i cenni al confronto con il caso Francese, che ha mantenuto le “grandes ecoles” (in parte simili al caso italiano delle scuole normali volute da insieme in Italia e Francia da Napoleone) o il caso Tedesco con i piani di eccellenza che hanno preservato alcune realta’, sembra insufficiente alla mia curiosita’.

Come impressione personale, avendo anche io frequentato universita’ inglesi (Oxford durante il dottorato a fine degli anni 90, una Grand Ecole, il Polytechnique, in sabbatico nel 2008, e varie Universita’ USA in brevi visite), ritengo che le varie Riforme proposte in Italia e in genere fallite prima di diventare legge, e ben descritte dal Graziosi, compresa la proposta attuale Gelmini, hanno dei paragoni solo corrispondenti nelle universita’ di massa, mentre le grandi Research Universities non vengono da processi e impostazioni paragonabili, ma da lunghe tradizioni e da chiare strategie di impostazione verso l’eccellenza.

Colpisce a questo proposito l’analisi della Riforma Gelmini fatta dall’autore. Intanto, viene riconosciuta la criticita’ di un cambiamento di tale portata (se passasse sarebbe la prima riforma organica del dopoguerra) a `costo zero`, ma sembra strano che all’autore sia sfuggito l’intento del taglio del 20% del trasferimento statale, che porterebbe la spesa a prima della grande ondata dei concorsi Berlinguer, che ormai sono stati fatti, e al quale taglio della spesa non sembra corrispondere con chiarezza un piano finanziario serio di come farlo. L’unico passo concreto sembra quello della Manovra Tremonti, che ha aperto al taglio degli scatti di anzianita’ e quindi forse verso quelli solo per merito, dimostrando peraltro un preoccupante parallelo con le precedenti Riforme, non attuate e invece superate da leggi per urgenza. Si starebbe ripetendo gia’ oggi quindi la storia che tante volte si e’ vista in Italia, ancora una volta.

Sarebbe stato utile, a questo proposito, qualche sviluppo di calcolo sulla base di probabili pensionamenti dei prossimi anni, che vengono riconosciuti come critici, e che hanno motivato il blocco dei turn/over da parte del Ministro. La situazione quindi sembra confusa e simile ad un eterno transitorio che sembra preannunciare un nuovo percorso a ondate, come sembra annunciare l’introduzione del ruolo di Ricercatore a Tempo Determinato, che tanto ricorda le figure precarie che causarono le pressioni verso gli ope legis degli anni 80. In questo senso, le attuali agitazioni della categoria ‘ad esaurimento’ dei ricercatori a tempo indeterminato, nulla di buono fanno presagire riguardo al futuro e alla possibilita’ che la Riforma Gelmini sia davvero la Riforma organica auspicate dal Graziosi.

Semmai, sembra interessante ripercorrere i contenuti delle fallite Riforme Gui e Ferrari Aggradi, che nella istituzione dei dipartimenti e l’abolizione delle Facolta’ sembrano ispirare l’attuale Riforma Gelmini, ma nell’introduzione del docente unico, sembrano invece a mio avviso persino piu’ moderne ed organiche.

Graziosi insiste sulla necessita’ oggi di differenziare le universita’, invertendo la rotta rispetto a quelle che definisce, ed in parte condivido, le utopie della sinistra fino al Governo Prodi e al Ministro Berlinguer, che oggi e’ curiosamente aperto ad alcuni aspetti della Riforma Gelmini. Graziosi infatti trova il testo attuale della Riforma Gelmini poco chiaro e netto nei riguardi della differenziazione, che viene solo `annunciata` e `facilitata` da alcuni aspetti della Riforma, compresa la `valutazione`, una parola inseguita almeno da 15 anni ormai come ripercorso nel dettaglio nel libro con l’istutuzione dei nuclei di valutazione, del CIVR, cui mai ha seguito un serio seguito, a parte il caso peraltro molto discutibile del 7% meritocratico distribuito l’anno scorso a Settembre, che hanno visto, come anche notato dal Graziosi, Universita’ minori vedere posizioni di rilievo, solo per avere inseguito alcuni parametri chiaramente definiti a posteriori e di tipo eccessivamente quantitativo di flusso studentesco, come fatto negli anni passati, senza particolare riguardo alla qualita’, se non in piccola parte.
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Coerentemente, mi sarei aspettato nel capitolo sulla Riforma Gelmini qualche spunto in piu’ su come garantire da subito una differenziazione tra le universita’ italiane, e meno enfasi sui dettagli della Riforma, che proprio per la poca chiarezza potrebbe fallire miseramente o essere stravolta in Parlamento.

Interessante la discussione sui cambiamenti proposti dalla R. Gelmini sul ruolo del CdA e dei Rettori, che vengono ben inquadrati come possibili rischi di ulteriore peggioramento verso il regionalismo e l’inquinamento politico locale, come dimostrato dal cenno al caso Tedesco, di una parte del sistema non inquadrato nel piano di eccellenza tedesco.

Stupisce che la Riforma Gelmini non venga inquadrata nell’ambito della classe docente attuale, che in larga parte viene dagli ope legis degli anni 80. Come potrebbe inquadrare in una seria `valutazione` una classe docente che per quasi il 50% ha oltre 60 anni e viene da questo tipo di promozioni? Non sarebbe meglio aspettare il pensionamento, o accelerarlo in parte, o pensare prima a differenziare le universita’, magari creando nuove aggregazioni? Perche’ non valutare nuovamente i docenti prima di pensare ad una Riforma? Come si puo’ pensare di trasformare un ponte di terza classe in una nave di sola prima classe? Sembrerebbe molto curioso pensare di fare una Nazionale di calcio a partire dalla terza categoria, e allora perche’ non dirlo? Nel calcio in Italia mi pare le cose si fanno seriamente, e certo non in questo modo, dato che gli stranieri hanno invaso le squadre di calico, e vengono pagati in modo molto differenziato, cosiccome si faceva una volta anche nella Universita’ italiana di elite, come nel caso che ricorda Graziosi di Padova, che una volta aveva degli stipendi pari anche a 23 volte il salario minimo.

Ancora meglio, perche’ Graziosi non completa interessanti calcoli come quello relativo alla spesa per una famiglia italiana di mantenere un figlio agli studi, che ridimensiona la spesa della piu’ costosa (ma anche migliore) universita’ privata al mondo, Harvard, come solo il doppio di quella italiana, una volta considerati tutti i parametri, come il mantenimento di vitto e alloggio (coperto nelle tasse nel caso di Harvard), la durata effettiva degli studi, e il probabile periodo di disoccupazione che segue ormai la laurea italiana?

Se l’intento delle Riforme da fare e’ quello di garantire finalmente ai capaci e meritevoli l’accesso, tramite un Fondo al Merito (diverso pero’ da quello visto dalla Riforma Gelmini e criticato anche dal Graziosi) ad una istruzione di alta qualita’, perche’ non pensare a soluzioni piu’ semplici ed immediate, che non queste bozze di Riforma che difficilmente vedranno cambiamenti radicali?

Solo due esempi, il modello scandinavo, che permette ai migliori studenti di accedere direttamente ad Harvard, per es., oppure quello di pensare a facilitare, se proprio si deve pensare a modelli privati, l’istaurazione di sedi italiane di grandi Universita’ Private di consolidata reputazione, rispetto alla creazione o il finanziamento di nuove istituzioni come quelle del 2006, le Universita’telematiche, che tanto scandalo hanno suscitato, creando peraltro la falsa impressione che online sia necessariamente di infima qualita’, e perdendo cosi’ forse l’occasione per fornire un servizio di media qualita’ per incrementare il numero di laureati in modo sufficientemente garantito da qualita’, visto che ormai anche in USA il numero di studenti diminuisce nei college tradizionali?

Sulla necessita’ di un Test Standard Nazionale, non si puo’ non essere daccordo con l’autore, e stupirsi che non sia contemplato nelle attuali bozze di Riforma Gelmini, mentre invece faceva parte integrante di interessanti proposte di autorevoli consulenti come Roger Abravanel ex manager di McKenzie, nel testo “Meritocrazia” pubblicato proprio alla vigilia della vittoria del governo Berlusconi nel 2008.

Ma poiche’ il Test Standard Nazionale sara’ di difficile istituzione, perche’ non partire prima a livello sperimentale, solo come accesso alle nuove possibili Research Universities italiane?

Infine, criticabile sembra il poco spazio dato nel testo sul troppo ancora marginale ruolo svolto dalle donne, pare insufficiente il mero riferimento alle percentuali di donne nei vari ruoli, che vedono ora la quasi parita’ nei ruoli di ricercatore, ma solo percentuali minime nei ruoli maggiori.

In definitiva, un testo interessante, con dati in parte gia’ noti, spunti validi per approfondire le tematiche, e che speriamo contribuisca a migliorare il testo della Riforma Gelmini che, cosi’ come appare oggi, alla luce proprio della storia dell’universita’ italiana ben tracciata da Graziosi, appare destinato ad un sicuro fallimento, che potrebbe fare piu’ danni che benefici. A fronte di tanto discutere, se la Riforma passasse, sia cosi’ com’e’ sia magari ritoccata o persino stravolta dal Parlamento, si corre il serio rischio di non cogliere l’ennesima occasione per impostare un processo di cambiamento, quanto mai necessario, ma forse oggi nel momento peggiore per esser fatto, con la classe docente in gran parte vicina alla pensione, proveniente dai peggiori concorsi degli ultimi 40 anni, e con la prospettiva di non poter effettuare nuove Riforme correttive per chissa’ quanto altro tempo.

Appere auspicabile un ripensamento proprio alla luce di un piano di rinnovamento della classe docente che sia saggio ed equilibrato, e che permetta di rilanciare l’eccellenza italiana all’interno di apposite strutture da individuare, separandole dall’Universita’di massa, cui probabilmente la Riforma Gelmini si rivolge. A questo proposito, potrebbe essere utile anche pensare al ruolo dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che richiama nella sigla l’MIT, uno dei principali istituti universitari “Research University”, il cui nome da solo suscita perplessita’. Ebbene, l’IIT viene spesso richiamato dal Ministro Gelmini come paradigma da cui l’universita’ italiana dovrebbe ripartire. Ma allora perche’ non trasformarlo appunto propriamente in universita’? MIT, che come le altre “Research Universities”, ha nel numero di dottorandi (graduate students) quasi paritari con gli undergraduate, la maggiore differenza con le universita’ di massa italiane, certo non fa solo ricerca come IIT. Non si stara’ perdendo di vista un’altra possibilita’ di riforma organica per non aver colto il ruolo di IIT appieno?

Infine, perche’ sembra tanto difficile, persino per Graziosi, suggerire il modo in cui individuare le “Research Universities” italiane, se sono cosi’ chiaramente gia’ indicate dalle classifiche internazionali? Non sembra questo gia’ un segno di mancanza di coraggio dap arte delle Riforme? Non abbiamo la Normale di Pisa che, come ricorda Graziosi, ha formato fino ad un certo punto un notevolissimo numero di docenti ordinari italiani, fino a quando le grandi ondate di promozioni non hanno reso la cosa insostenibile? Sembra quindi facile immaginare uno dei problemi italiani, che Graziosi ci ricorda anche nella legge per cui fino al 1980 si doveva essere cittadini italiani per essere docenti. Non aver aperto agli stranieri, come si continua in larga parte a fare. Inutile allora parlare di eccellenza. Qualsiasi “Research University” non si sognerebbe mai di partire da una premessa di questo tipo.




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GRAZIOSI A.

L'università per tutti

Riforme e crisi del sistema universitario italiano

Collana "Contemporanea"


pp. 184, € 13,00
978-88-15-13704-3
anno di pubblicazione 2010


in libreria dal 08/04/2010
Copertina 13704

Istituzioni gigantesche, talvolta sull'orlo del fallimento, dove è forte la tendenza alla chiusura provinciale, le università italiane figurano ormai nelle posizioni medio-basse delle graduatorie internazionali. Come si è arrivati a questa situazione e che cosa si può fare per uscirne? Questa lucida e stringente analisi ripercorre cinquant'anni di riforme e mutamenti che hanno trasformato la vecchia università di élite in una grande e indistinta università di massa, che era indubbiamente necessaria alla moderna società italiana ma che ha messo in secondo piano qualità e ricerca. Scelte politiche, interessi corporativi e buone intenzioni si sono spesso saldati inducendo un degrado progressivo della formazione universitaria. A tale situazione, sostiene l'autore, è urgente porre rimedio con una serie di cambiamenti che mirino a separare nettamente le funzioni dello studio universitario, distaccandone l'istruzione professionale superiore, differenziando gli atenei, incentivando e sostenendo le eccellenze.

Andrea Graziosi insegna Storia contemporanea nell'Università di Napoli "Federico II" ed è presidente della Sissco, la Società italiana per lo studio della storia contemporanea. Con il Mulino ha pubblicato "Guerra e rivoluzione in Europa 1905-1956" (2002), "L'Unione Sovietica in 209 citazioni" (2006) e i due volumi di storia dell'Unione Sovietica "L'Urss di Lenin e Stalin" (2007) e "L'Urss dal trionfo al degrado" (2008).