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lunedì 27 febbraio 2012

se le private sono queste... ben vengano le pubbliche! IDEA: eliminiamo ANVUR e valutiamo solo i Rettori ?

E' apparsa ieri sul Secolo XiX una interessante inchiesta.

In particolare il caso peggiore pare sia quello purtroppo nella mia citta' di
Bari, anzi alle porte di Bari, nel centro commerciale vicino alla LUM di
proprieta' della Famiglia DeGennaro da sempre chiacchierata per molta ....
spericolatezza.

Quanti soldi drenano le private si vede chiaramente sull'inchiesta, e poi, come mai drenano cosi' tanti soldi pubblici, visto che sono private? Persino le migliori
due o tre, come Bocconi naturalmente, costa tantissimo al privato,
tantissimo al contribuente, e alla fine, e' al 629 posto della classifica
SCIMAGO, dove Politecnico di Bari e' la prima pubblica, per impatto
scientifico normalizzato, a pochi posti di distanza, 634. Qualcosa non
torna, e le Riforme in atto non vanno in nessuna delle direzioni
intelligenti e strategiche. Quindi saranno tutte cosi' le universita'
italiane del futuro? E se ANVUR fara' la certificazione, togliera' subito
a queste qualsiasi valore legale, o invece tartassera' le cmq decenti
Universita' pubbliche che ancora abbiamo, per fortuna?

Valutiamo piuttosto i Rettori con i criteri ANVUR. Invece di fare un
lavoraccio, ci sbrighiamo in pochi minuti, e abbiamo un quadro
significativo. Qualche giornalista magari mi ascolta e lo fa. Se ne
volete parlare, avendo molti dati, sono a disposizione.
--
_________
Prof. Ing. Michele Ciavarella. Centro di Eccellenza in Meccanica
Computazionale. Politecnico di BARI.
+39 080 5962811, mob. +393204316816. Humboldt fellow 2010-2012. University
TUHH. Germany. http://poliba.academia.edu/micheleciavarella

Email: engineeringchallenges@gmail.com, mciava@poliba.it.

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Convegno IL FUTURO DELL’UNIVERSITA’ PUBBLICA ITALIANA Sabato 17 marzo 2012,
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martedì 27 dicembre 2011

un Rettore "Virtuoso" ucraino molto particolare

Alcuni video ce lo presentano subito.

Oggi parliamo di un personaggio emblematico secondo me del collasso delle Università nei paesi ex-sovietici, il cui sito web è imperdibile, ricco di foto curiose, canzoni,e video di spettacoli. Poplawski, Mikhail Mikhailovich - Rettore della Università Nazionale di Cultura e le Arti di Kyiv, il proprietario di una catena di ristoranti, uno dei fondatori della scuola nazionale di gestione delle attività sociali e culturali, il presidente della International Charitable Foundation bambini Ucraina; talento, autore e produttore di passaggio televisivo per bambini nel progetto zіrok.

Nato 28 novembre 1949 nella regione di Kirovograd. Si è laureato dalla scuola Gorlovka professionale № 25 macchinista di specialità, e nel 1979 si laurea nel Istituto di Cultura di Kiev. Nel 1990 - ha difeso la sua tesi di dottorato presso l'Accademia di Cultura Leningrado. Dal 1993 - nominato rettore dello Stato Kiev Istituto di Cultura. Nel 1994 - viene rimosso dal suo incarico dal rettore dello Stato Kiev Istituto di Cultura, nel 1995 - tornò alla carica di rettore KGIKa.

Nel 1999 ha fondato la sua catena di ristoranti. Nel 2000 - insignito dell'Ordine di Michael Grushevsky IV grado rozbudovu per l'Ucraina. Nel 2002 - deputato eletto dell'Ucraina. È stato nominato vice capo della commissione Verkhovna Rada per la cultura e spiritualità. Nel 2004 - Michael Poplawski è stato eletto presidente dell'organizzazione internazionale dell'Associazione degli ucraini nel mondo.

Nel 2009 M. Poplawski è stato insignito del titolo di Man of the Year nella categoria Artista dell'Anno. Nel novembre 2009, M. Poplawski presenta una edizione commemorativa - che comprende i sette volumi edizione: Rettore, Pedigree Michael Poplawski (avt. M. Weaver), Antologia della moderna pop leadership ucraina un'immagine di marca, Relish, Photo Album.

Nel gennaio 2010, ha lanciato un progetto a livello nazionale in televisione, la canzone ucraina, autore dell'idea e il produttore generale. Cavalier pieno dell'Ordine al Merito (2000, 2001. 2007.). Nel 23 agosto 2008 dal DPR M. Poplavskij - Artista del popolo dell'Ucraina, è produttore generale, regista principale, l'autore dell'idea di creare concorrenza per bambini ucraino passaggio televisivo zіrok. E' sposato. Da questo matrimonio un figlio, Alexander. Sito web personale: www.poplavskiy.com

E ora, le critiche. In Anna Herman, "Poplawski - parassita", troviamo che Mikail avrebbe il cattivo gusto di criticare tutti quanti - giornalisti, cantanti, critici musicali. AP Vice Hanna Herman ha detto della sua mancanza di gusto, e che Poplawski sta causando danni enormi alla cultura ucraina "La sua università - un focolaio di kitsch, di cattivo gusto e ragazze nude "(è opportuno ricordare che è stata "attivista" del movimento FEMEN). Anna Nikolaevna "Vogliamo cambiare il concetto di cultura ucraina, e soprattutto, una cultura di insegnamento in Ucraina". Ma il laureato "Kulka" Viktor Pavlik ritiene che le accuse sono esagerate: "Sì, durante un concerto le ragazze hanno una curva con mini-gonne, ma questa è una caratteristica di Mikhail Mikhailovich. Non dimenticare quanto ha fatto per i bambini - ".

Dilettante al liceo ha lavorato in occasione di matrimoni, nell'esercito a suonare la batteria. - Il suo progetto "The Singing rettore" ha colpito la top ten. Lui dichiara di essere andato sulla scena per disperazione, ho dovuto salvare la scuola e me stesso. Era l'unica via d'uscita. Vero, se non fosse per la mia squadra, probabilmente non sarebbe successo qualcosa.

lunedì 14 giugno 2010

Tre storie di emigrati eccellenti - settimanale Il resto 12 Giugno 2010



Tre storie di emigrati eccellenti

L’espressione “cervelli in fuga” è già da tempo divenuta di uso quotidiano nella lingua italiana: indica la partenza da parte di molti laureati, spesso all’estero, alla ricerca di quelle gratificazioni e successi professionali che in Italia, seppure con sforzo, non riescono ad ottenere. Seppure in alcuni casi la scelta è motivata dall’esigenza di arricchire il proprio bagaglio culturale o imparare una lingua straniera, sempre più numerosi, ad oggi sono i giovani che lasciano il loro paese per le scarse prospettive di carriera, il mancato riconoscimento delle proprio capacità, stipendi bassi, contratti a tempo con scarse possibilità di rinnovo e pochi soldi per la ricerca. Infatti se inizialmente l’idea è quella di rimpatriare presto, sempre più frequentemente decidono di stabilirsi nel paese d’arrivo.
Ben nota, ricordiamo, è la lettera che Pier Luigi Celli, rettore della Luiss, scrisse al proprio figlio sulla Repubblica il 30 novembre 2009, dove invitava il ragazzo ad andare via dall'Italia.
Di conseguenza l’unica speranza resta l’esodo, la partenza verso luoghi sconosciuti ma certamente più allettanti ai fini di una promettente futuro professionale.

La circolazione dei cervelli

A tal proposito, informato sull’argomento, è il prof e ing Michele Ciavarella, la cui carriera, dopo la laurea in ingegneria a Bari ed un dottorato ad Oxford, si è sviluppata nei principali centri di cultura a livello mondiale quali gli Usa, Germania e Francia. Attualmente è Professore Associato presso la Facoltà "distaccata" di Ingegneria Taranto del Politecnico di Bari dove insegna progettazione meccanica. E' nel comitato editoriale di 3 riviste scientifiche, ed ha pubblicato ca.100 lavori su riviste specializzate. Il professore porta avanti sul l web un blog, “ Il rettore virtuoso”, in cui scrive , tra gli altri, articoli dedicati ai problemi che affliggono l’ università italiana e in particolare al tema della meritocrazia.
“ Oggi si dovrebbe parlare di circolazione e non solo di fuga di cervelli – dichiara il prof Ciavarella -
ai tempi di Erasmo da Rotterdam la circolazione andava bene ma il problema è che in Italia non si prendono cervelli dall'estero, ma solo calciatori. Non c’è brain drain, ma solo legs drain per non parlare, poi, dell’intera politica dell'immigrazione oggi basata su colf e badanti e non per i cervelli”.
Qualche piccola iniziativa è ogni tanto presa in considerazione, anche al momento super partes da alcuni politici, ma sono sempre palliativi”. A tal proposito il professore fa riferimento alla proposta di legge per il rientro dei cervelli seguita dal sì bipartisan della Camera, proprio di questi giorni, sebbene la situazione sia , comunque , ancora incerta. “Oggi – aggiunge il prof Ciavarella – basta vedere i dati di immigrazione: in Usa ci sono 40% di laureati, da noi 1.5% quindi la differenza è abissale”

La via estera del successo

Il dr Vito Tagarielli di Acquaviva delle Fonti, ex allievo del prof Ciavarella, rappresenta un prova concreta di talento nostrano emigrato all’estero. Dopo una laurea in ingegneria meccanica brillantemente conseguita presso l’università di Bari e il deludente tentativo di assunzione presso alcune aziende locali con sede a Bari-Modugno, come Nuovo Pignone e Bosh, soprattutto a causa delle poco convincenti condizioni contrattuali offerte, inizia a maturare l’idea di guardare altrove. Di qui l’idea di tentare la “via estera” attraverso l’invio del curriculum alle più prestigiose università europee. Successivamente arriva con sorpresa la risposta di un luminare inglese. Allo stesso momento, caso vuole, vince un dottorato in Italia, ma considerando le prospettive che questo avrebbe offerto parte per l’Inghilterra dove consegue un Phd (dottorato) presso l’University of Cambridge cui segue un contratto come ricercatore.
Attualmente il dr Tagarielli si trova ad Oxford dove porta avanti la sua carriera come lecturer, ovvero l’equivalente di un professore associato in Italia. “La differenza tra il Regno Unito e l’Italia – riporta il giovane professore – è abissale. In soli 8 anni ho raggiunto traguardi che in Italia avrei raggiunto con il doppio degli anni e chissà cosa mi sarebbe aspettato; per non parlare poi delle gratificazioni professionali qui, in Uk, riconosciute appieno accompagnate da un’ ottima retribuzione economica.
Vorrei tornare in Italia, nel mio paese – prosegue il dr Tagarielli – ma con quali prospettive future?. Ritornare significherebbe anche fare un passo indietro nella mia carriera. le cose in Italia non cambiano. Ho anche aperto la strada a molti miei compaesani tutti con un brillante futuro davanti.
Il Sud , in particolare, non dà alcuna prospettiva e la strada per conseguire delle gratificazioni personali è troppo faticosa e lunga esattamente il contrario di quanto accade qui in Inghilterra”.
Ennesima testimonianza, quindi, che la meritocrazia sia una delle principali piaghe che colpiscono gli studenti italiani.

Un portafoglio da un milione

Altro giovane pugliese che “ce l’ha fatta” è l’ing Daniele Dini, anch’egli ex allievo del prof Ciavarella. “ Subito dopo il conseguimento della mia laurea 2000 – ha raccontato il prof Dini - ebbi l'opportunitá di contattare il gruppo di ricerca che si occupa di meccanica dei solidi all'Universita di Oxford per discutere eventuali borse di studio per intraprendere un dottorato all'estero. L'offerta di borsa arrivo a Gennaio 2001 poi arrivai ad Oxford verso fine Aprile 2001. Durante il mio dottorato, svolto in collaborazione e finanziato direttamente da Rolls-Royce, la mia ricerca é stata focalizzata sulla progettazione di turbine a gas per uso aeronautico. Alla fine del mio dottorato, conseguito nel Luglio del 2004, mi fu offerta l'opportunitá di diventare ricercatore a tempo determinato per tre anni nedl Dipartimento di Ingegneria e di essere associato come Senior Tutor a uno dei collegi di Oxford (St. Hilda's). Una simile opportunitá non sarebbe stata possibile altrove, e soprattutto in Italia. L'impegno come docente e ricercatore, seppure molto impegnativo, ha rinforzato la mia convinzione di voler intraprendere una carriera accademica all'estero.
La sua carriera è evoluta di nuovo nel 2006 nel momento in cui riceve l'offerta di lavoro a tempo indeterminato come Lecturer nel Dipartimeno di ingegneria meccanica presso l’ Imperial College di Londra dove, da poco, è stato promosso a Senior Lecturer.
”Tutto ciò mi consente, all'età di 34 anni, di guidare un gruppo di 6 ricercatori e dottorandi e di gestire un portafoglio di finanziamenti per la ricerca di piú di un milione di euro. La differenza essenziale con il sistema italiano é che sottolinea il prof Dini – se fossi stato in Italia non avrei potuto usufruire di tale libertà sarebbe stato difficile ottenere l'indipendenza sia dal punto di vista della ricerca dei finanziamenti che dal punto di vista dell'insegnamento. Ulteriori benefici sono da ricercarsi nel fatto che il prestigio delle Università in cui ho lavorato mi ha consentito di attrarre collaborazioni con multinazionali interessate a collaborazioni di ricerca a livello avanzato e di instaurare collaborazioni con i migliori ricercatori in diverse istituzioni a livello mondiale.
Non so quanto la fortuna abbia aiutato (parecchio credo), ma dopo 9 anni in Inghilterra sono convinto che non solo rifarei le mie scelte a livello personale e lavorativo ma consiglierei a molti neo-laureandi di intraprendere lo stesso percorso.”

Gianni Scalera

domenica 13 giugno 2010

Dopo i ricercatori, anche i prof. a contratto scendono in guerra! Avremo 90mila da stabilizzare almeno prima dei ricercatori a tempo determinato.

Avremo ora 90 mila docenti da stabilizzare, prima che qualche povero ingenuo che vuole passare per merito e non è passato finora, magari perchè è all'estero, potrà tornare in Italia. Largo allora alle nuove stabilizzazioni! Poichè tuttavia tutti parlano di merito, ne torno a parlarne anche io, come alla lettera al direttore della Gazzetta, anche se mi attiro le critiche, ben meritate visto che ci sono grandi numeri di persone che si muovo contro il merito. Ora mi attirerà le critiche dei professori a contratto, ma ormai ci sono abituato. Chissà che alle urla rumorose degli arroganti, faccia eco il silenzio assordante dei giusti.

Cosa diranno infatti ora i ricercatori in sciopero, visto che i prof. a contratto chiedono regolarizzazione e minacciano la class action... si va avanti con cicli di assunzioni precarie e stabilizzazioni di massa ope legis -- avanti il prossimo!

E chi sarà daccordo ora con la categoria ultra-precaria dei ricercatori a tempo determinato? Nel resto del mondo, come ho già ricordato in precedenti post, per es. questo sui ricercatori, c'e' la categoria dei docenti in prova "Assistant professor", e dopo 5-6 anni, viene contemporaneamente valutato per la promozione ad "Associate professor" e per la conferma- tenure. In Italia, con la classe dei ricercatori, i docenti in prova vengono confermati praticamente al 99-100% delle volte, ma non promossi sempre, e questo ha creato un certo malumore, esploso pero' ora dopo 30 anni in modo curioso, in concomitanza con i tagli più severi della storia dell'Università, e con la messa in esaurimento della categoria. Si teme cosa esattamente? Che scelta di tempi è questa?


Sui corsi e ricorsi del reclutamento italiano, si veda questo commentando il bel libro di Andrea Graziosi sul degrado dell'Università Italiana ad università di massa per allargamento, e questo sulla proposta di prepensionamento Carrozza-Meloni.

Fino al 1968, c'era un sistema di ordinari-direttori di istituti monocattedra (i "baroni") che avevano un codazzo di assistenti e incaricati sottopagati e non regolari. Con il fallimento di tutte le proposte di Riforma, si arriva agli anni '80, in cui entrarono con "ope legis" ossia senza vero concorso, oltre 30 mila docenti, che nei prossimi 10 anni andranno quasi tutti in pensione -- i numeri esatti cambiano da un autore e un giornalista all'altro, ma in sostanza mi fido di questi numeri di Sylos-Labini e Zapperi.

Ora, non contenti di questo mega-concorso, e di altri mega-concorsi anche per ordinari (dal '73 ad oggi), l'Università italiana ha visto il "mega-concorso" Berlinguer negli anni a cavallo del 2000, con un 20% di incremento della classe docente (da 50 mila a 60mila) e un ben più sostanzioso progresso della classe degli ordinari (+50%). Sarebbe interessante capire dei ricercatori nati nel 1982 ossia 30 anni fa, quanti sono passati associati prima della Berlinguer e quindi probabilmente ordinari con il concorso Berlinguer. E sapere quanti degli associati ex-382 degli anni 80 sono passati ordinari. In definitiva, quanti dei 26 mila attuali ricercatori che vogliono passare associati allargando la categoria, non quelli originari degli anni '80, che hanno avuto fior fior di possibilità di passare associati con concorsi.

Comunque, stabilizzare oggi i 26 mila ricercatori, anche se non in modo oneroso subito (ma shiftato di qualche anno tramite una nuova scala di anzianità), è operazione pari quasi alla 382 come grandezza. E questa della class action dei prof. a contratto è una nuova ondata di stabilizzazione, con numeri senza precedenti.

Si tratta infatti di più dell'attuale classe di professori strutturati, visto che il CODACONS parla di 55% del corpo docente è composto da professori a contratto che, come dicono i ricercatori "pur essendo impegnati in mansioni del tutto paritetiche a quelle dei docenti interni, ricevono un trattamento economico a dir poco insignificante e sono privi di qualunque tutela assistenziale e previdenziale”. Se i docenti italiani sono 60mila, deduco che quelli a contratto sono almeno altrettanti.

Insomma, queste operazioni, guai a chiamarle "ope legis", potrebbero stabilizzare o far passare di grado un totale di 26mila + 60mila= quasi 90 mila docenti, mentre la Gelmini parla di tagliare il fondo FFO del 20%, ossia vorrebbe tornare ai 50 mila docenti del prima Concorso Berlinguer. Un gran casino, e certo, il merito di chi vorrebbe passare per concorso meritocratico, è cosa su cui non fare affidamento!

sabato 5 giugno 2010

Commenti al libro di Graziosi e premesse per il fallimento della Riforma Gelmini, o l'ennesima illusione della meritocrazia nell'Università di massa



Il libro dello storico Graziosi (Andrea Graziosi, L’Universita’ per tutti: Riforme e crisi del sistema universitario italiano, ed. il Mulino, 2010) e’ certamente una piacevole e interessante lettura per chi vuole conoscere piu’ a fondo la storia dell’universita’ italiana, e come si sia arrivati alla attuale universalmente riconosciuta profonda crisi, con spunti interessanti di confronto di alcune realta’ europee e mondiali, e dati non tutti noti, che si completa naturalmente con un’ analisi della Riforma Gelmini attualmente in elaborazione. La storia italiana viene descritta in modo approfondito per un breve pamphlet, mentre semmai la parte relative ai confronti con le Universita’ straniere incuriosisce e meriterebbe persino maggiore approfondimento, cosiccome la discussione della Riforma Gelmini lascia in parte sorpresi rispetto alle premesse dei capitoli precedenti. Ma essendo la materia lunga e complessa, la scelta rimane personale e quindi piu’ che critiche, queste note brevi sono spunti di approfondimento.

Stupisce, a fronte della centralità delle questioni "differenziazione" delle Università, e dell'anzianità della classe docente italiana, peraltro passata in larga parte con gli ope legis degli anni '80 e poi promossa coi concorsi "locali" Berlinguer, che l'autore sia cosi' possibilista riguardo la funzionalità della Riforma Gelmini. Sul prepensionamento e la giusta paura di qualcuno di arrivare presto a 65 anni senza aver nemmeno maturato i contributi minimi, ho già scritto sul dibattito interno al PD, con il blocco turnover la proposta potrebbe essere persino un autogol dato che svuoterebbe le università senza aver alcun ricambio. Ricordo che l'anno di nascita con più alto numero di docenti in Italia è il 1947 con 2531 mentre tra i soli ordinari è il 1946, con 1014 ordinari che andrebbero in pensione l'anno prossimo in base alla proposta Meloni-Carrozza. E' chiaro che quest'ultima andrebbe articolata meglio, per es. mandando in pensione solo su richiesta come si fa nelle aziende, con incentivi, e magari segnalando chi è particolarmente non attivo. Su questo c'e' stato un interessante intervento di Ignazio Marino al convegno sulla ricerca, organizzato anche dal Forum Ricerca e Università del PD, alla sede nazionale.

"credo sarebbe opportuno valutare i circa 30.000 professori (associati e ordinari) entrati in ruolo successivamente alla legge del 1980 e chiedere il pre-pensionamento per coloro che nell'ultimo terzo di secolo non hanno prodotto nulla scientificamente. Al tempo stesso si dovrebbero ammettere nel mondo accademico altrettanti giovani pronti e felici nell'essere valutati sulla base dei loro risultati ogni 3-5 anni. Insomma, un criterio di merito più che anagrafico. "




Lo stesso avviene per il recente editoriale di Ernesto Galli della Loggia, che cita anche il testo di Graziosi tra i 3 migliori degli ultimi anni sul tema.

Il punto di vista dell’autore e’ sintetizzabile nei due commenti rispetto alle esperienze di insegnamento presso due famose universita’ private USA, Research Universities nella definizione corrente centrale nel libro, Yale (nel 1997) e Harvard (nel 2003), che certo arricchiscono il confronto con modelli funzionanti e che troppo spesso vengono tralasciati nelle discussioni italiane, per una spesso patetica pretesa di superiorita’ o diversita’, di natura decadente. Graziosi riporta l’impressione di essere passato da un ponte di terza classe (l’Universita’ di Napoli Federico II dove Egli insegna, che pure non e’ tra le piu’ piccole, anzi e’ la Universita’ con piu’ storia del Sud Italia, essendo l’unica che ha piu’ di centanni di storia) ad un ponte di prima nel passaggio a Yale, e addirittura in un bastimento che `ormai va in un’altra direzione` e che quindi con le Research Universities non ha piu’ ormai molto a che fare, per la successiva visita ad Harvard. Rimarrebbe da tener presente questi paragoni quando si pensa di trasformare una nave siffatta, in qualsiasi altra cosa. Ormai, infatti, le Universita’ italiane che si sono trasformate da Universita’ di elite a Universita’di massa, sono ormai indietro di due generazioni essendo le Universita’americane a loro volta minacciate dalle nuove Universita’asiatiche dove vengono investiti miliardi di dollari in ambiziosi programmi precisamente funzionali a raggiungere le piu’ alte posizioni delle classifiche, non a caso sviluppate anche da Universita’ asiatiche come Shangai.

Colpisce peraltro che la crisi si sia aggravata agli occhi dell’autore nello spazio cosi’ breve tra le 2 visite, a causa inevitabilmente delle Riforme Berlinguer, che hanno visto un’implementazione ben lungi da qualsiasi previsione e impostazione iniziale. In particolare, persino i bilanci delle Universita’ sono stati alterati profondamente, passando per la prima volta il capitolo del trasferimento dello stato a coprire quasi per il 90% gli stipendi del personale, le `tasse universitarie` a coprire una percentuale sempre minore dei costi, non solo con un tetto del 20% fissato negli ultimi anni, ma a volte con valori ben minori, specie al Sud, nella rincorsa frenetica e anacronistica verso una grande utopia, chiesta a gran voce ormai da tutti, dagli studenti alle famiglie, che inseguono, a suon di appelli ripetuti e continui cedimenti della qualita’, quello che e’ sempre piu’ un sogno distaccato dalla realta’, quello del pezzo di carta, la laurea, che permette l’accesso alle professioni e quindi ad un futuro certo e privilegiato.

Il processo di `degrado per allargamento` delle ns universita’ viene ricostruito dall’autore tramite le tappe fondamentali degli ultimi 100 anni, a partire da alcune scelte infauste del fascismo, anche con la Riforma Gentile, un `eroico anacronismo` degli anni 20 gia’ al tempo della sua impostazione (prevalentemente umanistica, in linea con gli studi del liceo classico) che ha profondamente pesato sui successivi lunghi decenni.

Se la trasformazione che Graziosi descrive e’ quella sotto gli occhi di tutti, risulta istruttivo pero’ certamente conoscere i numeri dell’universita’ italiana di centanni fa. Mentre infatti intorno al 1900 l’Universita’italiana era ancora tra le leaders mondiali, e vantava almeno 2 Scuole degne di Premi Nobel (e che infatti avrebbero maturato la maggior parte dei pur pochissimi Nobel italiani), quella di Levi e di Fermi, oggi tutte le classifiche ci collocano fuori dalla competizione delle Research Universities mondiali, con l’eccezione della presenza in posizioni comunque basse, di alcune realta’, da quali sembrerebbe ovvio partire per ricostruire dei tentativi di eccellenza, potenziandole nel senso di avvicinarle alle research universities appunto, specie per i numeri riguardanti la percentuale di graduate students, e in particolare aumentando di molto il numero dei dottorandi, rispetto agli studenti dei normali corsi di laurea.

L’Universita’italiana si sarebbe trasformata interamente per via dell’allargamento avvenuto senza mai essere riusciti ad impostare una sola Riforma (il riferimento in dettaglio e’ ai fallimenti delle riforme Gui, Ferrari Aggradi, Codignola, etc), ma con leggi e provvedimenti presi per urgenza, per ‘sanatorie’, megaconcorsi ed ‘ope legis’ successive ad ondate e periodi di fermo prolungato, l’uso anacronistico della ‘pianificazione e programmazione’ centralistica degli anni 70 e 80 ispirata al modello gia’ allora fallimentare sovietico, e per progressivo cedimento verso il provincialismo ed il localismo, senza preservare almeno in parte il ruolo originario di formazione delle elite.



In figura sono tracciati alcuni dati presi dal libro sul numero di docenti (qui si è voluto equiparare incaricati e assistenti ad associati e ricercatori del post 382 degli anni 80, anche se le figure precedenti erano molto piu' precarie delle successive), con i dati rapportati all'unità nel 2008. Si vede chiaramente che tutte le varie categorie hanno avuto un aumento all'incirca simile, con una certa differenza nella dinamica degli assistenti/ricercatori che sono diminuiti di peso negli anni '80 per via delle promozioni di massa ope legis, e invece curiosamene seguono come numero esattamente la dinamica degli ordinari dopo il 1990. La crescita piu' ripida comunque appare chiaramente quella della categoria degli ordinari, che, contrariamente a quanto si dice solitamente, era piu' numerosa in proporzione in passato, anche se con un ruolo infinitamente piu' importante.

Colpisce tutto sommato che le curve dell'aumento del numero di studenti e di docenti siano abbastanza simili, come dimostrato dal rapporto studenti/docenti, che non è nemmeno triplicato in 100 anni.

Cosi’, fa certo impressione vedere i dati nel passaggio da poco piu’ di 1000 ordinari e altrettanti assistenti e incaricati del 1900, a oltre 60mila docenti, dislocati su 3 fasce dalla legge 382 degli anni 80, che sano’ la posizione di quasi 30 mila tra precari e sottoinquadrati, oggi quasi paritetiche in numero dopo le ondate di concorsi Berlinguer del 1998/2003, con leggera prevalenza di quella dei ricercatori, peraltro quella con lo status piu’ discusso e in parte da sempre contestato, e che oggi e’ l’unica categoria a sembrare particolarmente attiva nella protesta, come se i problemi dell’Universita’ si esaurissero con lo status di questa categoria. Se alla contestazione del 1968 gli ordinari erano cresciuti di poco essendo ancora circa 3000, la categoria e’ quella che e’ letteralmente ‘esplosa’ a successive ondate, dai provvedimenti urgenti Malfatti del ‘73 che li quasi raddoppio’, all’aumento degli anni 80, fino allo tsunami del concorso Berlinguer, nato con premesse innovative e molto severe (commissari internazionali e obbligo di presa di servizio in Ateneo diverso da quello di partenza) e partorito in Parlamento invece completamente stravolto come `trionfo del provincialismo` o `del cretino locale`, secondo le parole di qualcuno, ovvero come `norme per l’avanzamento in carriera non competitivo del personale di ruolo all’interno delle Universita’italiane’ secondo altri, con i dati di Perotti messi in bella evidenza dall’autore a dimostrare che, come riportato da alcuni caposcuola, semplicemente negli anni 80 e poi nel concorso del 2000, le scuole migliori che pure in alcuni casi tenevano un “controllo” sulla qualita’, hanno perso tale controllo e non sono riusciti a formare tanti docenti quanti quelli che si trovavano a vincere concorsi. Ricorrente l`uso della parola `cretino` nella descrizione dei vincitori dei concorsi delle ultime due ondate e in particolare in quella degli anni ‘80 dove, secondo un caposcuola appunto, dovendo fare dei cretini, si `preferivano i propri`.

Ma la legge su cui Graziosi giustamente punta il dito con maggiore decisione e’ la 382 del 1980 che stabilizzo’ nelle categorie di associati e ricercatori senza vero concorso oltre 30 mila persone, che oggi costituiscono la `gobba` nel profilo di eta’ dei docenti italiani, costituendo circa il 50% , ormai in larghissima parte con oltre 60 anni, che cominciano ad andare in pensione nei prossimi anni in gran numero, e che essendo in parte transitati nel ruolo di ordinari, probabilmente occupano posizioni di rilevante peso all’interno dell’universita’ di oggi, un fatto da cui qualsiasi Riforma dovrebbe partire.

Graziosi giustamente ricorda che il processo di allargamento verso l’Universita’di massa e’ in parte stato salutare e necessario, richiesto peraltro da tutte le realta’ perlomeno europee rispetto alle quali si continua a stare indietro, con i vecchi vizi italiani che hanno precisi motivi, ossia quelli della eccessiva durata media dei corsi, dell’eccessivo numero di fuori corso, e degli abbandoni.

Il modello che Graziosi prende come paragone principale e’ il modello Californiano (e qualche spunto di paragone lo fa anche con l’Universita’tedesca o francese), con

• l’University of California (UC) che e’ notoriamente pubblica ma anche di primissimo livello, e che forma ca 200 mila studenti su 10 campus, permettendo pero’ l’entrata solo al migliore 12.5% degli studenti dei licei su base di test nazionale standard
• il California State University (CSU), di livello inferiore ma ancora discreto permettendo l’entrata solo al 30% dei voti piu’ alti, con stipendi piu’ bassi per i docenti e il personale, ma con circa 400 mila studenti e 23 campus
• 110 Community Colleges (CCCS) con oltre 2.5 milioni di studenti, aperta a tutti e completamente gratis per i residenti in California

Interessante notare, in eventuale parallelo con l'Università italiana che, dopo la crisi degli ultimi anni, il budget della UoC e della CSU sono stati profondamente e rapidamente rivisti, con un taglio di circa il 33% del budget, ma il governo regionale spende oltre il 3% del suo budget nel sistema educativo, e ciononostante le tasse sono quasi raddoppiate specie per i corsi dottorali, e i finanziamenti privati sono cercati con maggiore impegno (dati da Wikipedia).

L’Universita’italiana, oggi dislocata su 94 atenei (e 300 sedi) sarebbe secondo Graziosi quindi condannata ad essere, nel migliore dei casi, un CSU californiano, ma come numeri e per criterio (quello dell’assenza di selezione all’ingresso, della quasi gratuita iscrizione, e per numero di studenti), molto piu’ vicina ai CCCS. Peccato non avere dei dati precisi sul collocamento delle varie Universita’ Italiane rispetto appunto ai CSU e CCCS, dato piuttosto difficile da avere, visto che le classifiche internazionali si occupano prevalentemente delle Research Universities, in cui quasi non entriamo.

Soprattutto dalla storia dei vari tentativi di Riforma, falliti prima ancora di passare in Parlamento (Gui e Ferrari Agradi degli anni 60, Codignola del 1971) emerge il ritardo italiano ed la problematicita’ probabilmente dovuta ad un insieme di cause, tra cui quella persistente anche oggi, e in cui persino Graziosi sembra cadere, del voler trattare le universita’ tutte allo stesso modo nei processi di Riforma, e lavorando piu’ per abolizione di realta’ che pure in parte funzionavano, piuttosto che per proposizione e imitazione di modelli di successo. Un esempio importante e’ l’abolizione della libera docenza da parte di Codignola nel 1970 con l’appoggio delle sinister sull’onda di alcuni scandali alle Facolta’ di Medicina, che pure era equivalente ad un dottorato o all’abilitazione tedesca e che lascio’ un vuoto per molto piu’ del decennio che passa alla introduzione dei dottorati della 382 degli anni 80. Infatti, il vuoto e’ aggravato di molto dal fallimento dei tentativi di istituire reclutamento stabile e con concorsi seri, che porto’ infine all’entrata in massa degli anni 80, con successivo blocco fino ai concorsi Berlinguer degli anni ‘90, in cui tuttavia essendosi preferito di gran lunga promuovere gli `interni` locali, si e’ di fatto promosso gran parte dei docenti di una certa eta’ entrati proprio con le ope legis degli anni 80. In definitiva, una vera formazione di classe docente e’ mancata per quasi 30 anni.

Ne viene fuori un quadro crudamente ma realisticamente pessimista delle attuali possibilita’ di Riforma.

Da un lato, l’Universita’di massa funziona solo in parte, dal momento che i dati raccolti da Graziosi dimostrano il ritardo italiano nel risolvere alcuni problemi non solo sui fuori corso sulla durata media e sulla % di laureate nel paese, ma anche sull’ingiustizia sociale e sulla bassa redditivita’ dell’universita’ italiana come `investimento` per le famiglie (intorno al 6.5% contro un 18% delle Universita’inglesi). Ritardo che ha resistito persino alla grande occasione mancata della Riforma Berlinguer del `3+2` del ’98 che, mentre da un lato rispondeva alla urgente necessita’ di rientrare in parametri europei, non e’ stata colta appieno per cominciare a differenziare tra le Universita’in grado di offrire solo il `3` e quelle in grado di offrire anche il `2` e il dottorato, trasformandosi peraltro in un `3 e 5`, secondo alcuni autori, con i tentativi di tutti i successive ministri di centrodestra e centrosinistra di correggere il tiro, andati in parte a vuoto, e persino peggiorati nell’istituzione per es delle Universita Telematiche, in gran parte coperta da scandali delle lauree facili con riconoscimento generalizzato di crediti per esperienze lavorative soprattutto di impiegati e funzionari della PA, laureati in gran numero per facilitarne l’avanzamento in grado, in fondo parallelo a quello visto nell’Universita’. Distorsioni ci sono state anche nella creazione di un eccessivo numero di corsi di laurea, di materie, di strutture, tutte purtroppo maggiormente funzionali alla riproduzione della classe accademica, piuttosto che a presunte esigenze del Paese, poi solo in parte rientrate con successive disposizioni, come quelle comunque prevalentemente burocratiche e nemmeno troppo strette, dei garanti, dei requisiti minimi, etc.

Mi sarebbe piaciuto un maggiore approfondimento dei confronti con le crisi dei modelli sovietici, visto che, oltre agli errori generali del sistema sovietico, il cui collasso certo non permette un confronto diretto, alcuni parametri universitari potrebbero essere interessanti, cosiccome qualche confronto dei dati nelle numerose tabelle con i dati equivalenti di altri paesi europei o mondiali.

In altre parole il degrade per allargamento avvenuto in Italia e’ davvero unico nel panorama mondiale, o ci sono casi simili in altri paesi, perlomeno del terzo mondo? Siamo gli unici che hanno aperto ‘ad ondate’ per es la docenza, per incapacita’ di immaginare Riforme organiche e progressive? Certamente l’allargamento e’ avvenuto, e il solo esempio del caso californiano, o i cenni al confronto con il caso Francese, che ha mantenuto le “grandes ecoles” (in parte simili al caso italiano delle scuole normali volute da insieme in Italia e Francia da Napoleone) o il caso Tedesco con i piani di eccellenza che hanno preservato alcune realta’, sembra insufficiente alla mia curiosita’.

Come impressione personale, avendo anche io frequentato universita’ inglesi (Oxford durante il dottorato a fine degli anni 90, una Grand Ecole, il Polytechnique, in sabbatico nel 2008, e varie Universita’ USA in brevi visite), ritengo che le varie Riforme proposte in Italia e in genere fallite prima di diventare legge, e ben descritte dal Graziosi, compresa la proposta attuale Gelmini, hanno dei paragoni solo corrispondenti nelle universita’ di massa, mentre le grandi Research Universities non vengono da processi e impostazioni paragonabili, ma da lunghe tradizioni e da chiare strategie di impostazione verso l’eccellenza.

Colpisce a questo proposito l’analisi della Riforma Gelmini fatta dall’autore. Intanto, viene riconosciuta la criticita’ di un cambiamento di tale portata (se passasse sarebbe la prima riforma organica del dopoguerra) a `costo zero`, ma sembra strano che all’autore sia sfuggito l’intento del taglio del 20% del trasferimento statale, che porterebbe la spesa a prima della grande ondata dei concorsi Berlinguer, che ormai sono stati fatti, e al quale taglio della spesa non sembra corrispondere con chiarezza un piano finanziario serio di come farlo. L’unico passo concreto sembra quello della Manovra Tremonti, che ha aperto al taglio degli scatti di anzianita’ e quindi forse verso quelli solo per merito, dimostrando peraltro un preoccupante parallelo con le precedenti Riforme, non attuate e invece superate da leggi per urgenza. Si starebbe ripetendo gia’ oggi quindi la storia che tante volte si e’ vista in Italia, ancora una volta.

Sarebbe stato utile, a questo proposito, qualche sviluppo di calcolo sulla base di probabili pensionamenti dei prossimi anni, che vengono riconosciuti come critici, e che hanno motivato il blocco dei turn/over da parte del Ministro. La situazione quindi sembra confusa e simile ad un eterno transitorio che sembra preannunciare un nuovo percorso a ondate, come sembra annunciare l’introduzione del ruolo di Ricercatore a Tempo Determinato, che tanto ricorda le figure precarie che causarono le pressioni verso gli ope legis degli anni 80. In questo senso, le attuali agitazioni della categoria ‘ad esaurimento’ dei ricercatori a tempo indeterminato, nulla di buono fanno presagire riguardo al futuro e alla possibilita’ che la Riforma Gelmini sia davvero la Riforma organica auspicate dal Graziosi.

Semmai, sembra interessante ripercorrere i contenuti delle fallite Riforme Gui e Ferrari Aggradi, che nella istituzione dei dipartimenti e l’abolizione delle Facolta’ sembrano ispirare l’attuale Riforma Gelmini, ma nell’introduzione del docente unico, sembrano invece a mio avviso persino piu’ moderne ed organiche.

Graziosi insiste sulla necessita’ oggi di differenziare le universita’, invertendo la rotta rispetto a quelle che definisce, ed in parte condivido, le utopie della sinistra fino al Governo Prodi e al Ministro Berlinguer, che oggi e’ curiosamente aperto ad alcuni aspetti della Riforma Gelmini. Graziosi infatti trova il testo attuale della Riforma Gelmini poco chiaro e netto nei riguardi della differenziazione, che viene solo `annunciata` e `facilitata` da alcuni aspetti della Riforma, compresa la `valutazione`, una parola inseguita almeno da 15 anni ormai come ripercorso nel dettaglio nel libro con l’istutuzione dei nuclei di valutazione, del CIVR, cui mai ha seguito un serio seguito, a parte il caso peraltro molto discutibile del 7% meritocratico distribuito l’anno scorso a Settembre, che hanno visto, come anche notato dal Graziosi, Universita’ minori vedere posizioni di rilievo, solo per avere inseguito alcuni parametri chiaramente definiti a posteriori e di tipo eccessivamente quantitativo di flusso studentesco, come fatto negli anni passati, senza particolare riguardo alla qualita’, se non in piccola parte.
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Coerentemente, mi sarei aspettato nel capitolo sulla Riforma Gelmini qualche spunto in piu’ su come garantire da subito una differenziazione tra le universita’ italiane, e meno enfasi sui dettagli della Riforma, che proprio per la poca chiarezza potrebbe fallire miseramente o essere stravolta in Parlamento.

Interessante la discussione sui cambiamenti proposti dalla R. Gelmini sul ruolo del CdA e dei Rettori, che vengono ben inquadrati come possibili rischi di ulteriore peggioramento verso il regionalismo e l’inquinamento politico locale, come dimostrato dal cenno al caso Tedesco, di una parte del sistema non inquadrato nel piano di eccellenza tedesco.

Stupisce che la Riforma Gelmini non venga inquadrata nell’ambito della classe docente attuale, che in larga parte viene dagli ope legis degli anni 80. Come potrebbe inquadrare in una seria `valutazione` una classe docente che per quasi il 50% ha oltre 60 anni e viene da questo tipo di promozioni? Non sarebbe meglio aspettare il pensionamento, o accelerarlo in parte, o pensare prima a differenziare le universita’, magari creando nuove aggregazioni? Perche’ non valutare nuovamente i docenti prima di pensare ad una Riforma? Come si puo’ pensare di trasformare un ponte di terza classe in una nave di sola prima classe? Sembrerebbe molto curioso pensare di fare una Nazionale di calcio a partire dalla terza categoria, e allora perche’ non dirlo? Nel calcio in Italia mi pare le cose si fanno seriamente, e certo non in questo modo, dato che gli stranieri hanno invaso le squadre di calico, e vengono pagati in modo molto differenziato, cosiccome si faceva una volta anche nella Universita’ italiana di elite, come nel caso che ricorda Graziosi di Padova, che una volta aveva degli stipendi pari anche a 23 volte il salario minimo.

Ancora meglio, perche’ Graziosi non completa interessanti calcoli come quello relativo alla spesa per una famiglia italiana di mantenere un figlio agli studi, che ridimensiona la spesa della piu’ costosa (ma anche migliore) universita’ privata al mondo, Harvard, come solo il doppio di quella italiana, una volta considerati tutti i parametri, come il mantenimento di vitto e alloggio (coperto nelle tasse nel caso di Harvard), la durata effettiva degli studi, e il probabile periodo di disoccupazione che segue ormai la laurea italiana?

Se l’intento delle Riforme da fare e’ quello di garantire finalmente ai capaci e meritevoli l’accesso, tramite un Fondo al Merito (diverso pero’ da quello visto dalla Riforma Gelmini e criticato anche dal Graziosi) ad una istruzione di alta qualita’, perche’ non pensare a soluzioni piu’ semplici ed immediate, che non queste bozze di Riforma che difficilmente vedranno cambiamenti radicali?

Solo due esempi, il modello scandinavo, che permette ai migliori studenti di accedere direttamente ad Harvard, per es., oppure quello di pensare a facilitare, se proprio si deve pensare a modelli privati, l’istaurazione di sedi italiane di grandi Universita’ Private di consolidata reputazione, rispetto alla creazione o il finanziamento di nuove istituzioni come quelle del 2006, le Universita’telematiche, che tanto scandalo hanno suscitato, creando peraltro la falsa impressione che online sia necessariamente di infima qualita’, e perdendo cosi’ forse l’occasione per fornire un servizio di media qualita’ per incrementare il numero di laureati in modo sufficientemente garantito da qualita’, visto che ormai anche in USA il numero di studenti diminuisce nei college tradizionali?

Sulla necessita’ di un Test Standard Nazionale, non si puo’ non essere daccordo con l’autore, e stupirsi che non sia contemplato nelle attuali bozze di Riforma Gelmini, mentre invece faceva parte integrante di interessanti proposte di autorevoli consulenti come Roger Abravanel ex manager di McKenzie, nel testo “Meritocrazia” pubblicato proprio alla vigilia della vittoria del governo Berlusconi nel 2008.

Ma poiche’ il Test Standard Nazionale sara’ di difficile istituzione, perche’ non partire prima a livello sperimentale, solo come accesso alle nuove possibili Research Universities italiane?

Infine, criticabile sembra il poco spazio dato nel testo sul troppo ancora marginale ruolo svolto dalle donne, pare insufficiente il mero riferimento alle percentuali di donne nei vari ruoli, che vedono ora la quasi parita’ nei ruoli di ricercatore, ma solo percentuali minime nei ruoli maggiori.

In definitiva, un testo interessante, con dati in parte gia’ noti, spunti validi per approfondire le tematiche, e che speriamo contribuisca a migliorare il testo della Riforma Gelmini che, cosi’ come appare oggi, alla luce proprio della storia dell’universita’ italiana ben tracciata da Graziosi, appare destinato ad un sicuro fallimento, che potrebbe fare piu’ danni che benefici. A fronte di tanto discutere, se la Riforma passasse, sia cosi’ com’e’ sia magari ritoccata o persino stravolta dal Parlamento, si corre il serio rischio di non cogliere l’ennesima occasione per impostare un processo di cambiamento, quanto mai necessario, ma forse oggi nel momento peggiore per esser fatto, con la classe docente in gran parte vicina alla pensione, proveniente dai peggiori concorsi degli ultimi 40 anni, e con la prospettiva di non poter effettuare nuove Riforme correttive per chissa’ quanto altro tempo.

Appere auspicabile un ripensamento proprio alla luce di un piano di rinnovamento della classe docente che sia saggio ed equilibrato, e che permetta di rilanciare l’eccellenza italiana all’interno di apposite strutture da individuare, separandole dall’Universita’di massa, cui probabilmente la Riforma Gelmini si rivolge. A questo proposito, potrebbe essere utile anche pensare al ruolo dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che richiama nella sigla l’MIT, uno dei principali istituti universitari “Research University”, il cui nome da solo suscita perplessita’. Ebbene, l’IIT viene spesso richiamato dal Ministro Gelmini come paradigma da cui l’universita’ italiana dovrebbe ripartire. Ma allora perche’ non trasformarlo appunto propriamente in universita’? MIT, che come le altre “Research Universities”, ha nel numero di dottorandi (graduate students) quasi paritari con gli undergraduate, la maggiore differenza con le universita’ di massa italiane, certo non fa solo ricerca come IIT. Non si stara’ perdendo di vista un’altra possibilita’ di riforma organica per non aver colto il ruolo di IIT appieno?

Infine, perche’ sembra tanto difficile, persino per Graziosi, suggerire il modo in cui individuare le “Research Universities” italiane, se sono cosi’ chiaramente gia’ indicate dalle classifiche internazionali? Non sembra questo gia’ un segno di mancanza di coraggio dap arte delle Riforme? Non abbiamo la Normale di Pisa che, come ricorda Graziosi, ha formato fino ad un certo punto un notevolissimo numero di docenti ordinari italiani, fino a quando le grandi ondate di promozioni non hanno reso la cosa insostenibile? Sembra quindi facile immaginare uno dei problemi italiani, che Graziosi ci ricorda anche nella legge per cui fino al 1980 si doveva essere cittadini italiani per essere docenti. Non aver aperto agli stranieri, come si continua in larga parte a fare. Inutile allora parlare di eccellenza. Qualsiasi “Research University” non si sognerebbe mai di partire da una premessa di questo tipo.




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GRAZIOSI A.

L'università per tutti

Riforme e crisi del sistema universitario italiano

Collana "Contemporanea"


pp. 184, € 13,00
978-88-15-13704-3
anno di pubblicazione 2010


in libreria dal 08/04/2010
Copertina 13704

Istituzioni gigantesche, talvolta sull'orlo del fallimento, dove è forte la tendenza alla chiusura provinciale, le università italiane figurano ormai nelle posizioni medio-basse delle graduatorie internazionali. Come si è arrivati a questa situazione e che cosa si può fare per uscirne? Questa lucida e stringente analisi ripercorre cinquant'anni di riforme e mutamenti che hanno trasformato la vecchia università di élite in una grande e indistinta università di massa, che era indubbiamente necessaria alla moderna società italiana ma che ha messo in secondo piano qualità e ricerca. Scelte politiche, interessi corporativi e buone intenzioni si sono spesso saldati inducendo un degrado progressivo della formazione universitaria. A tale situazione, sostiene l'autore, è urgente porre rimedio con una serie di cambiamenti che mirino a separare nettamente le funzioni dello studio universitario, distaccandone l'istruzione professionale superiore, differenziando gli atenei, incentivando e sostenendo le eccellenze.

Andrea Graziosi insegna Storia contemporanea nell'Università di Napoli "Federico II" ed è presidente della Sissco, la Società italiana per lo studio della storia contemporanea. Con il Mulino ha pubblicato "Guerra e rivoluzione in Europa 1905-1956" (2002), "L'Unione Sovietica in 209 citazioni" (2006) e i due volumi di storia dell'Unione Sovietica "L'Urss di Lenin e Stalin" (2007) e "L'Urss dal trionfo al degrado" (2008).

domenica 4 aprile 2010

DDL Gelmini in dirittura d'arrivo tra MILLE tagli critiche e scandali -- dove sta andando l'Università Italiana?

Tento di riassumere e commentare una serie di articoli ed editoriali collegati tra loro sul sito dell'ISSNAF e Scienza in Rete, e una recente indagine del giornale "la Repubblica" sullo scandalo delle Università Online.

Il DDL Gelmini è una realtà in evoluzione e non facile da seguire --- per ora la raccolta più completa è stata fatta dalla Società di Chimica Italiana e la mailing list UNILEX, 283 pagine di "delirio normativo" per lasciare "autonomia" e libertà --- parole di libertà, e liberismo, o 300 pagine di dirigismo che solo per essere decifrate, richiederanno grande fatica ed energia? E ulteriore energia per essere poi aggirate con logica gattopardesca per renderle riforme cosmetiche? In ogni caso, immagino che passeranno con la fiducia nelle prossime settimane!

Cosiccome rimane utile il Gelminometer dell'associazione VIA-Academy degli scienziati italiani in UK, con 138 riferimenti interessanti, di cui per es. segnaliamo solo gli ultimi due: del 26 marzo - Grande sconcerto provoca l'uscita, a nome del Ministro Meloni, e citare le ultime dichiarazioni del Ministro Gelmini , fra cui: "In realta' - spiega il ministro - c'e' qualche emendamento del relatore Valditara che va nella direzione di semplificare le regole per i concorsi. L'importante e' che il Parlamento si riveli piu' riformista del Governo...". Qualche, in questo caso, dovrebbe riferirsi alle varie centinaia di emendamenti presentati dal Sen. Valditara e dalla maggioranza - ad ulteriore dimostrazione della limitata dimestichezza che Ministri di questo Governo hanno con i numeri. The problem of ministerial numeracy appears to be serious! Ma quando mai sara' nominato ministro una matematica in Italia?

Infine, del 1 Aprile l'articolo de La Repubblica che 'scopre' la piaga del precariato gratis che sorregge una buona fetta d'insegnamento nelle universita' italiane [138], situazione inconcepibile in UK. .

"Gelmini’s DDL: A Course Correction is Needed?"
As parliamentary discussion approaches, Paola Potestio* and Aldo Rustichini** ask a few questions focused on the DDL’s vision for reform – which they claim is lacking -- its objectives, and the effectiveness of the strategies designed to ensure that the objectives can be reached. Potestio and Rustichini’s stance on these issues is quite critical, and they make the case for a course correction.

Gelmini-Ddl -- From Words to Deeds, ISSNAF Present and Future of Italian University
Paola Potestio – Aldo Rustichini (The authors write in their personal capacity)
Il disegno di legge sull’università: le necessarie correzioni di rotta che è anche su ScienzainRete qui.

Paola Potestio e Aldo Rustichini dicono: E’ bene fondare una valutazione del disegno di legge sull’università, presentato in Consiglio dei ministri e avviato all’iter parlamentare, sui seguenti tre quesiti:
1. Quale è l’ispirazione del progetto?
2. Quali sono gli obiettivi?
3. Quali sono le linee strategiche verso quegli obiettivi e gli eventuali vincoli percepiti?
Rispondere ai tre quesiti consente di chiarire i limiti del disegno di legge e le correzioni di rotta necessarie.


Si esprime ragionevole dubbio che la Riforma Gelmini vada verso la valorizzazione del "merito" e "dell'efficienza" come sembra decantare, in realtà prevale la linea strategica della "riforma della governance centrale degli atenei". La riforma sembra ispirata dall'Associazione TreeLLLe, è impostata su una forte accentuazione del potere del rettore, e un recente emendamento presentato dal PDL sul DDL lo vede anche nominato dall'esterno, come in Bocconi. Si basa su un Consiglio di Amministrazione che prendere le redini dell'Ateneo come in un'azienda, e la cui dimensione è fissata in 11 membri, di cui almeno il 40% costituito da persone esterne all’ateneo; infine, sulla creazione della figura del direttore generale, in sostituzione dell’attuale direttore amministrativo.

Ci sono degli elementi che sembrano portare verso il modello delle Aziende Ospedaliere, proprio nei momenti in cui tanti scandali sono avvenuti nella Sanità, e tanto si parla di tornare a nomine dei Direttori Generali non di tipo politico, ma basato su concorsi. Insomma, una scelta rischiosa: per tentare di "rendere efficiente" l'Ateneo (perchè è indubbio che l'elezione interna, il meccanismo attuale, porta a troppi equilibri immutabili), si rischia di politicizzare e aziendalizzare gli Atenei. E qui si può essere fortunati, e portare ad un rinnovamento, oppure si può andare verso CdA e Direttori Generali senza scrupoli, specie laddove le aziende possono essere non illuminate, ma senza nessuna visione.

Ma persino con un Rettore più "potente" e un CdA aziendalizzato, cosa prevede e cosa permette la Gelmini nel quadro generale delle Sue riforme? Per assurdo, ben poco spazio di manovra, anzi quasi nullo, ad eccezione forse di pochi "fortunati" (le Università online di recente istituzione), su cui torniamo in seguito!!

Il mio commento pubblicato su Scienza in Rete qui.

#2 Sufficiente forza non vedo ne' nel DDL, nè nei vs commenti !
ritratto di Michele Ciavarella
1 aprile, 2010 - 17:02 da Michele Ciavarella
Il punto fondamentale credo sia quello di lasciare autonomia "vera", appunto non scrivere per "decreto" che si debba arrivare alla correttezza, al merito, al Premio Nobel. Tutte pie illusioni. Io sto vedendo nelle Università questo penoso volersi "ridimensionare" in funzione della "nota 160", che in mancanza di coraggio, in Ministro ha erogato senza dire nè che e' legge, ne' cosa succede a chi non si adegua. I Rettori, la CRUI, si stanno tutti adeguando, nessuno pero' sta facedo vere operazioni di cambiamento, visto che nei tempi si fa tutto in fretta, i grossi centri di potere non mollano "garanti" ai corsi, e si tagliano semplicemente i deboli, non gli inutili. Una cosa saggia sarebbe oggi rimandare tutto alle modifiche degli ordinamenti dei corsi di laurea, ossia a Gennaio dell'anno prossimo, facendo qualcosa di serio, lasciando ai Rettori il tempo di ritrovare orgoglio e coraggio di scelte difficili, come quelle di chiudere dei corsi, o riorganizzarli in chiave moderna. Sta facendo molto rumore, in positivo, l'iniziativa di Napoli II, ossia FEDERICA, un portale di Web-learning http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d097efc1-2206-4f62-a552-34c6428a26d1.html?p=0 oppure http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_marzo_24/universita-federico-napoli-itunes_43eb813a-374d-11df-bfab-00144f02aabe.shtml per cui l'idea che le sedi decentrate siano troppe potrebbe essere capovolta in sedi decentrate troppo poche! In USA la piu' grande università si chiama UNIVERSITY OF PHOENIX, e essa ha quasi tutto online, compreso dei corsi di dottorato, riceve 2.5 miliardi di dollari dal governo federale, e ha 400 mila studenti con 200 sedi decentrate, essa da sola! Noi siamo solo dei provinciali che abbiamo la testa sotto la sabbia, e non conosciamo il mondo che giustamente verrà prima o poi in casa nostra, appena quando sarà conveniente, visto che queste università puntano alla Cina e all'India, e non siamo interessanti se non per fare le vacanze. Io in realtà nel mio piccolo sto sperimentando corsi su FACEBOOK, e sul blog di Harvard dove ho parlato della cosa, ho riscosso molto successo. Credete che qualcuno nella mia Università se ne sia accorto, a parte i miei studenti che sono accorsi 3 volte piu' del normale, anche da fuori la mia sede, e anche i fuori corso, o i già laureati? http://imechanica.org/node/7852 Se ne accorgono prima ad Harvard dei miei esperimenti a Taranto, che nella mia sede principale, il mio Preside o il mio Rettore! Per non parlare del mio Ministro! Le nostre idee sono vecchie, i nostri tempi geologici, i nostri politici vogliono solo intimidire e noi lo facciamo fare, cercando di conservare tutto com'e', dai tempi di Tomasi di Lampedusa, perlomeno. Auguri di Buona Pasqua.


Da questo punto di vista, mi pare più interessante la posizione di Confindustria (che pure, speravo vicina al Governo, invece niente!) quando a fine gennaio, in audizione al Senato. Gianfelice Rocca, "Confindustria Vicepresident for Education, spoke at the Senate Committee on Education Reform hearing. The Ddl is the best chance to turn words into deeds, said Rocca, confirming Confindustria position of constructive criticism regarding Gelmini's Reform -- Rocca remarked, however, that the Ddl doesn't touch the cast-iron rule of degree's legal status in italy, neither does guarantee government's funding for universities beyond 2011!

Se si liberalizzasse dal valore legale, allora almeno permetteremmo a MIT, Harvard, ma anche University of Phonenix, che è specializzata in "online", di valutare se entrare in Italia, e allora si che avremmo vera concorrenza.


Infatti, una delle poche speranze di riformare l'università, sarebbe stata quella delle Università Online che negli ultimi sei mesi del secondo governo Berlusconi il Ministro Moratti e il Ministro Stanca (si, quello dall'altissimo profilo e che doveva risolvere il "digital divide" in Italia, e che oggi presiede Expo2015 guarda caso proprio con la Moratti..., ma anche quello dei 40 milioni di Euro del portale italia.it, mai andato in porto) partoririno, tra le critiche.


Oggi, avrete letto dello scandalo delle università "online" e il mio collegamento con la "nota 160" che la Gelmini ha mandato in giro, senza che sia davvero legge, ma che obbliga ad una forte ristrutturazione dei corsi di laurea, fatta con fretta bestiale, e senza cogliere l'occasione per una seria ristrutturazione che avvenga con dei criteri seri.

Trovate un mio commento qui. che rielaboro qui in forma aggiornata.

Riguardo alla nota 160, alla ipotesi di chiudere Taranto e Foggia, cui resistero' con tutte le forze, viene a fagiolo anche la bella inchiesta su Repubblica

"Esami facili, prof fantasma - com'è facile la laurea online"

La Gelmini dice di voler mettere un freno, ma il punto non e' tanto fermare questi che NON hanno i paletti (che probabilmente non fermerà nemmeno Gelmini), ma non accanirsi fermare gli altri!

Mentre le telematiche hanno infatti l'università GIUSTINO FORTUNATO, che a fronte di una necessità di 222 GARANTI, ne ha solo 42 (alla faccia della legalità! Ossia quasi uno su 6 del necessario?), noi per esempio del Politecnico di BARI, II facoltà di Taranto, dovremmo chiudere dei corsi solo perche' ne abbiamo, dicono, 7 su 10!! Siamo dei fessi noi, o dei furbi loro...?

Possiamo avere un quadro generale, Signora Ministro, prima di decidere noi se chiudere o meno, e cosa? Ci sono, a parte il caso limite della GIUSTINO FORTUNATO, altre Università che si adeguano, altre che si ribellano? Cosa è questa confusione se non un clima di "terrore" onde adeguarsi a questi criteri predeterminati con dubbia visione strategica? E lo chiamiamo liberismo questo, o paradosso del dirigismo nel tentativo di far cambiare una realtà, che effettivamente resiste a qualsiasi cambiamento?

Ma questo cambiamento, se avverrà, sarà una vittoria o una sconfitta? Chi si adegua prima alle direttive Ministeriali, i furbi che si vogliono colpire, o i fessi che erano già molto corretti e non avevano bisogno di queste correzioni?

Pazzesco per esempio che la Guglielmo Marconi, che ha dei concorsi tuttora in atto e chissà cosa farà di questi mentre si erano criticati i concorsi precedenti. Infatti, essa ha assunto finora 9 vincitori su 53 concorsi svolti in 3 anni ... Un qualcosa che meritava un immediato stop dal Ministro! Un meccanismo furbissimo, che sembra voler "chiamare" solo a contratto dei docenti "amici" (dato che un contratto non segue una vera procedura di concorso), che poi probabilmente coincidono con i maestri di chi ha vinto i concorsi, e che insegnano (facciamo una verifica) nelle sedi dove vengono chiamati "davvero" i vincitori!!

Il tutto e' poi assurdo, se i "paletti sui garanti", valgono solo per i deboli come noi di Taranto o Foggia del Politecnico e delle pochissime sedi che stanno davvero chiudendo!! Ma forse Taranto, con tutti i cassintegrati che ha, ha un gran bisogno di una Università che stava crescendo? Sopratutto in un distretto, quello Aerospaziale, che ha assunto quasi solo diplomati, e che potremmo far crescere come cultura. Ma Signora Ministro, venga a vedere le realtà prima di fissare delle norme con delle equazioni, e pensare che sia un successo se vengono adottate!

E pensare che le online nel mondo sono una realtà seria ed enorme. Trovate una mia recente presentazione ad un convegno a Taranto qui, dove peraltro presento i miei corsi sperimentali su facebook, che si stanno rivelando potentissimi... Sul blog di Harvard vedo che ho colto molto interesse My experiment of a FACEBOOK-BASED courses - "Mechanics of materials and Machine Design", and "FEM in mechanical design"

Ma il Ministro non mi permette di lanciarli davvero, perchè è tutto impegnato a risolvere le equazioni che porteranno ad efficienza e merito.


CONCLUSIONE: Si chiudono le sedi DEBOLI, non quelle INUTILI! Si fa una riforma per dare più potere a pochi, con i rischi che i pochi siano un domani dei personaggi senza scrupoli. Al tempo stesso, non si fornisce loro quasi nessun mezzo per aprire nuovi corsi in modo da rivedere le degenerazioni degli anni passati, ma solamente si lascia chiudere quello che è stato fatto magari negli ultimi anni, cancellando lavoro di 10-20 anni (la nota 160).

Infine, mentre si minacciano tutte le università di Italia con la nota 160, che e' riuscita a intimidire quasi tutti, compresa la Crui, i Rettori, alle "università online", almeno a quelle degli scandali, non si è ancora toccato un capello, lasciando le norme transitorie per permettere loro di avere pochi docenti stabilmente arruolati, nonostante abbiano dimostrato di non volerli. Insomma, se questa non è "chaos", cosa lo è!


Prof. Michele Ciavarella Politecnico di BARI, Delegato del Rettore al CNR http://rettorevirtuoso.blogspot.com Associate Editor, Ferrari MilleChili Journal Editor, Italian Science Debate, www.sciencedebate.it

giovedì 18 marzo 2010

La follia tutta provinciale italiana della chiusura delle sedi periferiche

Ai Colleghi del CdF. Vi preannuncio mio intervento, in via confindenziale. Prima di pensare di CEDERE alla follia della "Nota" (che non è una legge) Gelmini, leggete queste cose, che la Gelmini forse non conosce, rischiando di farci fare battaglie fraticide, invece che mondiali, non ci stiamo castrando da soli? Leggetele almeno voi. Altro che chiudere sedi periferiche, ne dovremmo aprire almeno altre 10000 in tutta Italia, per arrivare non dico a Cuba della Terza Revolucion Educativa, ma almeno agli USA!

Michele Ciavarella


USA
Università come social network
economica col "peer to peer"

L'esperimento, ambizioso, della University of the People. Il fatto che sia totalmente in rete e la quasi gratuità del servizio ne fanno un'esperienza unica nel panorama educativo mondiale. Ecco come funziona di PAOLO PONTONIERE

lunedì 25 gennaio 2010

Lettera a ISSNAF -- associazione di scienziati italiani in Nord America

Cara Marina Lapo e Presidente Vito

recentemente è uscito sulla Stampa un bel articolo di Mauro degli
Esposti un brillante economista di Manchester, con cui ho avuto
qualche scambio di Email (peraltro inizialmente ruvido, perchè Mauro
deve essere un tipo "tosto"), e vi segnalo l'ottimo lavoro, se non lo
conoscete, sulla riforma Gelmini
http://rpc264.cs.man.ac.uk/VIA/index.php/Main_Page

Vi volevo segnalare in particolare che Mauro ha segnalato giustamente,
come anche io dico nel mio Manuale del Rettore Virtuoso (per ora non
ancora in forma completa) che i parametri Gelmini, come anche CIVR,
insomma TUTTI gli esercizi di valutazione italiana, sono spesso
inutili, perche' alla fine quelli ben fatti coincidono con quelli già
pronti di istituti seri....

Siccome Mauro in particolare ha trovato una correlazione tra la
provenienza dei cervelli all'estero in UK e le università virtuose, mi
domando se con un rapidissimo sguardo ai Vs database, potete compilare
la equivalente classifica ISSNAF25.

Nel caso, mi basterebbe un grazie per l'idea, se usciamo sulla stampa
con un lavoro piu' completo. Ricordando infine che Riccardo Rossi a
suo tempo aveva raccolto i dati di TUTTI i cervelli italiani in fuga
NEL MONDO, potremmo fare davvero un lavoro che farebbe impatto.

Saluti, Michele


http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=738&ID_sezione=&sezione=

Un ateneo per scappare

La classifica del Via Academy sulle università italiane più
prestigiose ma anche quelle che forniscono più ricercatori
FLAVIA AMABILE



In questi giorni la classifica del Times sulle migliori università del
mondo ha creato un dibattito acceso sul perché ancora una volta le
università italiane non appaiano nemmeno tra le prime cento. Per dare
un contributo al dibattito in rete mi ha inviato una lettera Mauro
Degli Esposti, uno dei cervelli italiani in fuga che vive all'estero
continuando a guardare da lontano all'Italia e a provare a fare
qualcosa.

Tra le tante iniziative, Mauro ha dato vita insieme ad altri cervelli
il VIA-Academy, un'accademia virtuale che vorrebbe mettere in
comunicazione tanti altri cervelli italiani in fuga nel Regno Unito e
in Europa. Il suo contributo al dibattito di questi giorni è la
lettera ma anche una classifica del tutto diversa dalle altre. Si
chiama Via-25, e per la prima volta prende in considerazione anche la
storia e il prestigio delle università italiane e che rovescia
sensibilmente i risultati di altre classifiche più note.



''World ranking delle universita' italiane: piangere o valutare bene?

Come ogni anno di questi giorni, il supplemento Higher Education del
Times pubblica la sua oramai famosa classifica delle migliori
universita' del mondo, 'world ranking'. E a noi Italiani che ci
teniamo allo stato dell'universita' viene quasi da piangere. Come ha
dichiarato ieri con marcato disappunto il ministro Mariastella
Gelmini, nelle prime 200 universita' del mondo c'e' solo un'italiana,
quella di Bologna, che quest'anno si colloca alla 174esima posizione
(e pure ex equo ad altre due, Tsukuba in Giappone e all'istituto KTH
in Svezia). Le altre universita' italiane che rientrano nel Times
World ranking allargato fino alla 400esima posizone rimangino nella
stessa sequenza dell'anno scorso: Roma La Sapienza seconda, seguita
dal Politecnico di Milano, Padova e Pisa.

Dobbiamo quindi rassegnarci ad un confermato declino delle nostre
migliori universita' a livello mondiale, come rilevo' con disappunto
un editoriale del Times di esattamente un anno fa (9-10-08) dal
titolo: ma che fine ha fatto l'Universita' di Bologna? Oppure non
e'che sia il caso di valutare bene il merito delle universita'
italiane, il quale non e' necessariamente misurato in modo accurato
dal world ranking del Times? In effetti, il prestigio relativo di una
universita' non e' misurabile in assoluto e qualsiasi classifica non
puo' che dare una valutazione limitata del 'merito' che
quell'universita' ha accumulato nel tempo. E Bologna del tempo ne ha
avuto piu' di tutte le altre universita' del mondo occidentale - ben
nove secoli! In effetti, per me che ho lavorato sia alla venusta Alma
Mater di Bologna che alla nuovissima Monash university di Melbourne e'
sconcertante vedere come la seconda si collochi cosi' meglio di
Bologna nel world ranking del Times (alla 45esima posizione!). Cio'
non corrisponde certo al prestigio percepito quando uno dice a
colleghi che si incontrano in giro per il mondo - sai, io lavoro alla
Monash; M O N A S H what? La differenza fra prestigio percepito e
valore di ranking assegnato dal Times, la cui elaborazione e' poi
affidata all'agenzia Quacquarelli Symonds Ltd, deriva anche dall'uso
dei criteri scelti da questa agenzia per quantificare il valore delle
universita'. Questi sono 'biased' per il sistema anglosassone e
comprendono la percentuale di studenti e scienziati stranieri -
chiaramente altissima in universita' come la Monash che vivono proprio
sulle rette di studenti asiatici.

Le universita' italiane generalmente hanno pochi studenti e tantomeno
scienziati stranieri, il rovescio della medaglia dell'esodo di
cervelli italiani all'estero. Pero' dall'analisi di questo esodo si
puo' estrarre un ranking delle universita' italiane che danno la
miglior preparazione, o predisposizione, per lavorare e fare carriera
all'estero. Facendo un censimento fra i colleghi qua in UK connessi
alla Virtual Italian Academy (VIA) si evince la seguente classifica di
provenienza accademica, in ordine decrescente: Milano, Roma 1 La
Sapienza, Bologna, Padova, Napoli, Pisa e Torino. Questo ranking 'di
basi per la fuga', se si vogliono chiamar cosi' le universita' da cui
proveniamo, quasi combacia col ranking delle prime sette universita'
italiane elaborato dalla Universita' di Leiden, nel suo ranking orange
top-250 delle universita' europee. Questo orange ranking e' basato
solo sulla produzione scientifica delle universita', calibrata in modo
accurato a seconda del diverso impatto dei vari campi della
conoscenza. Quindi, esiste una forte corrispondenza fra il merito
delle universita' italiane misurato sulla base della loro
produttivita' scientifica e la distribuzione dei loro laureati che ora
lavorano in UK - dove attualmente risiedono un quarto di tutti i
cervelli fuggiti dall'Italia.

Se uno va pero' a guardare la corrispondenza fra il ranking del Times
e quello orange top-250 di Leiden si ritrova un basso valore di
correlazione. La correlazione e' invece molto alta fra il ranking di
Leiden e quello derivato dai colleghi della VIA e, udite udite, anche
quello recentemente stilato dalla UDU rifacendo i conti con i
parametri usati dal ministero. Parametri che, ricalibrati attraverso
astrusi filtri amministrativi, hanno prodotto il primo ranking
'ufficiale' delle Universita' italiane da parte del Ministero, lo
scorso luglio - la cosidetta classifica Gelmini delle 27 universita'
virtuose. Un ranking molto importante, perche' determina la
distibuzione di parte dei (sempre piu' limitati) fondi che il
ministero assegna quest'anno alle singole universita'.
Sorprendentemente, l'analisi comparativa di questo ranking ufficiale
con altri rankings prodotti usando criteri internazionali, sia Times
che Leiden o VIA, mostra dei valori di correlazione intorno a zero! E'
come se il ministro Gelmini, o chi per lei, avesse scelto un gruppo
'random' di atenei italiani e li avesse disposti in una classifica a
casaccio, senza considerare i risultati covergenti di altri rankings.

La realta' di fondo e' che mentre in UK Cambdridge e Oxford saranno
sempre fra le prime universita' (anche se talvolta Oxford scende sotto
una di Londra come e' successo quest'anno nel world ranking del
Times), cosi'in Italia Padova e Bologna rimarranno probabilmente
sempre fra le prime 3-4 universita' nazionali, riflettendo la loro
plurisecolare storia, nonostante che il prestigio consolidato nel
tempo si stia progressivamente appannando.

Ha quindi ragione il ministro Gelmini a scandalizzarsi dei bassi
livelli che occupano le universita' italiane nei ranking
internazionali. Ma dovrebbe pure assicurarsi che le classifiche di
'merito' stilate dal suo ministero siano congruenti con gli stessi
ranking internazionali!

Mauro Degli Esposti


Classifica VIA25

1 - 8.13 Padova
2 - 7.93 Bologna
3 - 7.12 Milano
4 - 7.02 Roma 1 La Sapienza
5 - 6.99 Torino
6 - 6.33 Pisa
7 - 5.81 Firenze
8 - 5.20 Pavia
9 - 5.12 Trento
10- 5.06 Napoli
11- 5.02 Trieste
12 - 4.97 Genova
13 - 4.88 Politecnico MI
14 - 4.20 Politecnico TO
15 - 3.62 Modena RE
16 - 2.94 Ferrara
17 - 2.90 Bari
18 - 2.72 Roma 2 Tor Vergata
19 - 2.68 Palermo
20 - 2.66 Ancona
21- 2.61 Udine
22 - 2.56 Catania
23 - 2.48 Siena
24 - 2.48 Parma
25 - 2.46 Venezia


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Prof. Michele Ciavarella
Politecnico di BARI
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