sabato 5 giugno 2010

Commenti al libro di Graziosi e premesse per il fallimento della Riforma Gelmini, o l'ennesima illusione della meritocrazia nell'Università di massa



Il libro dello storico Graziosi (Andrea Graziosi, L’Universita’ per tutti: Riforme e crisi del sistema universitario italiano, ed. il Mulino, 2010) e’ certamente una piacevole e interessante lettura per chi vuole conoscere piu’ a fondo la storia dell’universita’ italiana, e come si sia arrivati alla attuale universalmente riconosciuta profonda crisi, con spunti interessanti di confronto di alcune realta’ europee e mondiali, e dati non tutti noti, che si completa naturalmente con un’ analisi della Riforma Gelmini attualmente in elaborazione. La storia italiana viene descritta in modo approfondito per un breve pamphlet, mentre semmai la parte relative ai confronti con le Universita’ straniere incuriosisce e meriterebbe persino maggiore approfondimento, cosiccome la discussione della Riforma Gelmini lascia in parte sorpresi rispetto alle premesse dei capitoli precedenti. Ma essendo la materia lunga e complessa, la scelta rimane personale e quindi piu’ che critiche, queste note brevi sono spunti di approfondimento.

Stupisce, a fronte della centralità delle questioni "differenziazione" delle Università, e dell'anzianità della classe docente italiana, peraltro passata in larga parte con gli ope legis degli anni '80 e poi promossa coi concorsi "locali" Berlinguer, che l'autore sia cosi' possibilista riguardo la funzionalità della Riforma Gelmini. Sul prepensionamento e la giusta paura di qualcuno di arrivare presto a 65 anni senza aver nemmeno maturato i contributi minimi, ho già scritto sul dibattito interno al PD, con il blocco turnover la proposta potrebbe essere persino un autogol dato che svuoterebbe le università senza aver alcun ricambio. Ricordo che l'anno di nascita con più alto numero di docenti in Italia è il 1947 con 2531 mentre tra i soli ordinari è il 1946, con 1014 ordinari che andrebbero in pensione l'anno prossimo in base alla proposta Meloni-Carrozza. E' chiaro che quest'ultima andrebbe articolata meglio, per es. mandando in pensione solo su richiesta come si fa nelle aziende, con incentivi, e magari segnalando chi è particolarmente non attivo. Su questo c'e' stato un interessante intervento di Ignazio Marino al convegno sulla ricerca, organizzato anche dal Forum Ricerca e Università del PD, alla sede nazionale.

"credo sarebbe opportuno valutare i circa 30.000 professori (associati e ordinari) entrati in ruolo successivamente alla legge del 1980 e chiedere il pre-pensionamento per coloro che nell'ultimo terzo di secolo non hanno prodotto nulla scientificamente. Al tempo stesso si dovrebbero ammettere nel mondo accademico altrettanti giovani pronti e felici nell'essere valutati sulla base dei loro risultati ogni 3-5 anni. Insomma, un criterio di merito più che anagrafico. "




Lo stesso avviene per il recente editoriale di Ernesto Galli della Loggia, che cita anche il testo di Graziosi tra i 3 migliori degli ultimi anni sul tema.

Il punto di vista dell’autore e’ sintetizzabile nei due commenti rispetto alle esperienze di insegnamento presso due famose universita’ private USA, Research Universities nella definizione corrente centrale nel libro, Yale (nel 1997) e Harvard (nel 2003), che certo arricchiscono il confronto con modelli funzionanti e che troppo spesso vengono tralasciati nelle discussioni italiane, per una spesso patetica pretesa di superiorita’ o diversita’, di natura decadente. Graziosi riporta l’impressione di essere passato da un ponte di terza classe (l’Universita’ di Napoli Federico II dove Egli insegna, che pure non e’ tra le piu’ piccole, anzi e’ la Universita’ con piu’ storia del Sud Italia, essendo l’unica che ha piu’ di centanni di storia) ad un ponte di prima nel passaggio a Yale, e addirittura in un bastimento che `ormai va in un’altra direzione` e che quindi con le Research Universities non ha piu’ ormai molto a che fare, per la successiva visita ad Harvard. Rimarrebbe da tener presente questi paragoni quando si pensa di trasformare una nave siffatta, in qualsiasi altra cosa. Ormai, infatti, le Universita’ italiane che si sono trasformate da Universita’ di elite a Universita’di massa, sono ormai indietro di due generazioni essendo le Universita’americane a loro volta minacciate dalle nuove Universita’asiatiche dove vengono investiti miliardi di dollari in ambiziosi programmi precisamente funzionali a raggiungere le piu’ alte posizioni delle classifiche, non a caso sviluppate anche da Universita’ asiatiche come Shangai.

Colpisce peraltro che la crisi si sia aggravata agli occhi dell’autore nello spazio cosi’ breve tra le 2 visite, a causa inevitabilmente delle Riforme Berlinguer, che hanno visto un’implementazione ben lungi da qualsiasi previsione e impostazione iniziale. In particolare, persino i bilanci delle Universita’ sono stati alterati profondamente, passando per la prima volta il capitolo del trasferimento dello stato a coprire quasi per il 90% gli stipendi del personale, le `tasse universitarie` a coprire una percentuale sempre minore dei costi, non solo con un tetto del 20% fissato negli ultimi anni, ma a volte con valori ben minori, specie al Sud, nella rincorsa frenetica e anacronistica verso una grande utopia, chiesta a gran voce ormai da tutti, dagli studenti alle famiglie, che inseguono, a suon di appelli ripetuti e continui cedimenti della qualita’, quello che e’ sempre piu’ un sogno distaccato dalla realta’, quello del pezzo di carta, la laurea, che permette l’accesso alle professioni e quindi ad un futuro certo e privilegiato.

Il processo di `degrado per allargamento` delle ns universita’ viene ricostruito dall’autore tramite le tappe fondamentali degli ultimi 100 anni, a partire da alcune scelte infauste del fascismo, anche con la Riforma Gentile, un `eroico anacronismo` degli anni 20 gia’ al tempo della sua impostazione (prevalentemente umanistica, in linea con gli studi del liceo classico) che ha profondamente pesato sui successivi lunghi decenni.

Se la trasformazione che Graziosi descrive e’ quella sotto gli occhi di tutti, risulta istruttivo pero’ certamente conoscere i numeri dell’universita’ italiana di centanni fa. Mentre infatti intorno al 1900 l’Universita’italiana era ancora tra le leaders mondiali, e vantava almeno 2 Scuole degne di Premi Nobel (e che infatti avrebbero maturato la maggior parte dei pur pochissimi Nobel italiani), quella di Levi e di Fermi, oggi tutte le classifiche ci collocano fuori dalla competizione delle Research Universities mondiali, con l’eccezione della presenza in posizioni comunque basse, di alcune realta’, da quali sembrerebbe ovvio partire per ricostruire dei tentativi di eccellenza, potenziandole nel senso di avvicinarle alle research universities appunto, specie per i numeri riguardanti la percentuale di graduate students, e in particolare aumentando di molto il numero dei dottorandi, rispetto agli studenti dei normali corsi di laurea.

L’Universita’italiana si sarebbe trasformata interamente per via dell’allargamento avvenuto senza mai essere riusciti ad impostare una sola Riforma (il riferimento in dettaglio e’ ai fallimenti delle riforme Gui, Ferrari Aggradi, Codignola, etc), ma con leggi e provvedimenti presi per urgenza, per ‘sanatorie’, megaconcorsi ed ‘ope legis’ successive ad ondate e periodi di fermo prolungato, l’uso anacronistico della ‘pianificazione e programmazione’ centralistica degli anni 70 e 80 ispirata al modello gia’ allora fallimentare sovietico, e per progressivo cedimento verso il provincialismo ed il localismo, senza preservare almeno in parte il ruolo originario di formazione delle elite.



In figura sono tracciati alcuni dati presi dal libro sul numero di docenti (qui si è voluto equiparare incaricati e assistenti ad associati e ricercatori del post 382 degli anni 80, anche se le figure precedenti erano molto piu' precarie delle successive), con i dati rapportati all'unità nel 2008. Si vede chiaramente che tutte le varie categorie hanno avuto un aumento all'incirca simile, con una certa differenza nella dinamica degli assistenti/ricercatori che sono diminuiti di peso negli anni '80 per via delle promozioni di massa ope legis, e invece curiosamene seguono come numero esattamente la dinamica degli ordinari dopo il 1990. La crescita piu' ripida comunque appare chiaramente quella della categoria degli ordinari, che, contrariamente a quanto si dice solitamente, era piu' numerosa in proporzione in passato, anche se con un ruolo infinitamente piu' importante.

Colpisce tutto sommato che le curve dell'aumento del numero di studenti e di docenti siano abbastanza simili, come dimostrato dal rapporto studenti/docenti, che non è nemmeno triplicato in 100 anni.

Cosi’, fa certo impressione vedere i dati nel passaggio da poco piu’ di 1000 ordinari e altrettanti assistenti e incaricati del 1900, a oltre 60mila docenti, dislocati su 3 fasce dalla legge 382 degli anni 80, che sano’ la posizione di quasi 30 mila tra precari e sottoinquadrati, oggi quasi paritetiche in numero dopo le ondate di concorsi Berlinguer del 1998/2003, con leggera prevalenza di quella dei ricercatori, peraltro quella con lo status piu’ discusso e in parte da sempre contestato, e che oggi e’ l’unica categoria a sembrare particolarmente attiva nella protesta, come se i problemi dell’Universita’ si esaurissero con lo status di questa categoria. Se alla contestazione del 1968 gli ordinari erano cresciuti di poco essendo ancora circa 3000, la categoria e’ quella che e’ letteralmente ‘esplosa’ a successive ondate, dai provvedimenti urgenti Malfatti del ‘73 che li quasi raddoppio’, all’aumento degli anni 80, fino allo tsunami del concorso Berlinguer, nato con premesse innovative e molto severe (commissari internazionali e obbligo di presa di servizio in Ateneo diverso da quello di partenza) e partorito in Parlamento invece completamente stravolto come `trionfo del provincialismo` o `del cretino locale`, secondo le parole di qualcuno, ovvero come `norme per l’avanzamento in carriera non competitivo del personale di ruolo all’interno delle Universita’italiane’ secondo altri, con i dati di Perotti messi in bella evidenza dall’autore a dimostrare che, come riportato da alcuni caposcuola, semplicemente negli anni 80 e poi nel concorso del 2000, le scuole migliori che pure in alcuni casi tenevano un “controllo” sulla qualita’, hanno perso tale controllo e non sono riusciti a formare tanti docenti quanti quelli che si trovavano a vincere concorsi. Ricorrente l`uso della parola `cretino` nella descrizione dei vincitori dei concorsi delle ultime due ondate e in particolare in quella degli anni ‘80 dove, secondo un caposcuola appunto, dovendo fare dei cretini, si `preferivano i propri`.

Ma la legge su cui Graziosi giustamente punta il dito con maggiore decisione e’ la 382 del 1980 che stabilizzo’ nelle categorie di associati e ricercatori senza vero concorso oltre 30 mila persone, che oggi costituiscono la `gobba` nel profilo di eta’ dei docenti italiani, costituendo circa il 50% , ormai in larghissima parte con oltre 60 anni, che cominciano ad andare in pensione nei prossimi anni in gran numero, e che essendo in parte transitati nel ruolo di ordinari, probabilmente occupano posizioni di rilevante peso all’interno dell’universita’ di oggi, un fatto da cui qualsiasi Riforma dovrebbe partire.

Graziosi giustamente ricorda che il processo di allargamento verso l’Universita’di massa e’ in parte stato salutare e necessario, richiesto peraltro da tutte le realta’ perlomeno europee rispetto alle quali si continua a stare indietro, con i vecchi vizi italiani che hanno precisi motivi, ossia quelli della eccessiva durata media dei corsi, dell’eccessivo numero di fuori corso, e degli abbandoni.

Il modello che Graziosi prende come paragone principale e’ il modello Californiano (e qualche spunto di paragone lo fa anche con l’Universita’tedesca o francese), con

• l’University of California (UC) che e’ notoriamente pubblica ma anche di primissimo livello, e che forma ca 200 mila studenti su 10 campus, permettendo pero’ l’entrata solo al migliore 12.5% degli studenti dei licei su base di test nazionale standard
• il California State University (CSU), di livello inferiore ma ancora discreto permettendo l’entrata solo al 30% dei voti piu’ alti, con stipendi piu’ bassi per i docenti e il personale, ma con circa 400 mila studenti e 23 campus
• 110 Community Colleges (CCCS) con oltre 2.5 milioni di studenti, aperta a tutti e completamente gratis per i residenti in California

Interessante notare, in eventuale parallelo con l'Università italiana che, dopo la crisi degli ultimi anni, il budget della UoC e della CSU sono stati profondamente e rapidamente rivisti, con un taglio di circa il 33% del budget, ma il governo regionale spende oltre il 3% del suo budget nel sistema educativo, e ciononostante le tasse sono quasi raddoppiate specie per i corsi dottorali, e i finanziamenti privati sono cercati con maggiore impegno (dati da Wikipedia).

L’Universita’italiana, oggi dislocata su 94 atenei (e 300 sedi) sarebbe secondo Graziosi quindi condannata ad essere, nel migliore dei casi, un CSU californiano, ma come numeri e per criterio (quello dell’assenza di selezione all’ingresso, della quasi gratuita iscrizione, e per numero di studenti), molto piu’ vicina ai CCCS. Peccato non avere dei dati precisi sul collocamento delle varie Universita’ Italiane rispetto appunto ai CSU e CCCS, dato piuttosto difficile da avere, visto che le classifiche internazionali si occupano prevalentemente delle Research Universities, in cui quasi non entriamo.

Soprattutto dalla storia dei vari tentativi di Riforma, falliti prima ancora di passare in Parlamento (Gui e Ferrari Agradi degli anni 60, Codignola del 1971) emerge il ritardo italiano ed la problematicita’ probabilmente dovuta ad un insieme di cause, tra cui quella persistente anche oggi, e in cui persino Graziosi sembra cadere, del voler trattare le universita’ tutte allo stesso modo nei processi di Riforma, e lavorando piu’ per abolizione di realta’ che pure in parte funzionavano, piuttosto che per proposizione e imitazione di modelli di successo. Un esempio importante e’ l’abolizione della libera docenza da parte di Codignola nel 1970 con l’appoggio delle sinister sull’onda di alcuni scandali alle Facolta’ di Medicina, che pure era equivalente ad un dottorato o all’abilitazione tedesca e che lascio’ un vuoto per molto piu’ del decennio che passa alla introduzione dei dottorati della 382 degli anni 80. Infatti, il vuoto e’ aggravato di molto dal fallimento dei tentativi di istituire reclutamento stabile e con concorsi seri, che porto’ infine all’entrata in massa degli anni 80, con successivo blocco fino ai concorsi Berlinguer degli anni ‘90, in cui tuttavia essendosi preferito di gran lunga promuovere gli `interni` locali, si e’ di fatto promosso gran parte dei docenti di una certa eta’ entrati proprio con le ope legis degli anni 80. In definitiva, una vera formazione di classe docente e’ mancata per quasi 30 anni.

Ne viene fuori un quadro crudamente ma realisticamente pessimista delle attuali possibilita’ di Riforma.

Da un lato, l’Universita’di massa funziona solo in parte, dal momento che i dati raccolti da Graziosi dimostrano il ritardo italiano nel risolvere alcuni problemi non solo sui fuori corso sulla durata media e sulla % di laureate nel paese, ma anche sull’ingiustizia sociale e sulla bassa redditivita’ dell’universita’ italiana come `investimento` per le famiglie (intorno al 6.5% contro un 18% delle Universita’inglesi). Ritardo che ha resistito persino alla grande occasione mancata della Riforma Berlinguer del `3+2` del ’98 che, mentre da un lato rispondeva alla urgente necessita’ di rientrare in parametri europei, non e’ stata colta appieno per cominciare a differenziare tra le Universita’in grado di offrire solo il `3` e quelle in grado di offrire anche il `2` e il dottorato, trasformandosi peraltro in un `3 e 5`, secondo alcuni autori, con i tentativi di tutti i successive ministri di centrodestra e centrosinistra di correggere il tiro, andati in parte a vuoto, e persino peggiorati nell’istituzione per es delle Universita Telematiche, in gran parte coperta da scandali delle lauree facili con riconoscimento generalizzato di crediti per esperienze lavorative soprattutto di impiegati e funzionari della PA, laureati in gran numero per facilitarne l’avanzamento in grado, in fondo parallelo a quello visto nell’Universita’. Distorsioni ci sono state anche nella creazione di un eccessivo numero di corsi di laurea, di materie, di strutture, tutte purtroppo maggiormente funzionali alla riproduzione della classe accademica, piuttosto che a presunte esigenze del Paese, poi solo in parte rientrate con successive disposizioni, come quelle comunque prevalentemente burocratiche e nemmeno troppo strette, dei garanti, dei requisiti minimi, etc.

Mi sarebbe piaciuto un maggiore approfondimento dei confronti con le crisi dei modelli sovietici, visto che, oltre agli errori generali del sistema sovietico, il cui collasso certo non permette un confronto diretto, alcuni parametri universitari potrebbero essere interessanti, cosiccome qualche confronto dei dati nelle numerose tabelle con i dati equivalenti di altri paesi europei o mondiali.

In altre parole il degrade per allargamento avvenuto in Italia e’ davvero unico nel panorama mondiale, o ci sono casi simili in altri paesi, perlomeno del terzo mondo? Siamo gli unici che hanno aperto ‘ad ondate’ per es la docenza, per incapacita’ di immaginare Riforme organiche e progressive? Certamente l’allargamento e’ avvenuto, e il solo esempio del caso californiano, o i cenni al confronto con il caso Francese, che ha mantenuto le “grandes ecoles” (in parte simili al caso italiano delle scuole normali volute da insieme in Italia e Francia da Napoleone) o il caso Tedesco con i piani di eccellenza che hanno preservato alcune realta’, sembra insufficiente alla mia curiosita’.

Come impressione personale, avendo anche io frequentato universita’ inglesi (Oxford durante il dottorato a fine degli anni 90, una Grand Ecole, il Polytechnique, in sabbatico nel 2008, e varie Universita’ USA in brevi visite), ritengo che le varie Riforme proposte in Italia e in genere fallite prima di diventare legge, e ben descritte dal Graziosi, compresa la proposta attuale Gelmini, hanno dei paragoni solo corrispondenti nelle universita’ di massa, mentre le grandi Research Universities non vengono da processi e impostazioni paragonabili, ma da lunghe tradizioni e da chiare strategie di impostazione verso l’eccellenza.

Colpisce a questo proposito l’analisi della Riforma Gelmini fatta dall’autore. Intanto, viene riconosciuta la criticita’ di un cambiamento di tale portata (se passasse sarebbe la prima riforma organica del dopoguerra) a `costo zero`, ma sembra strano che all’autore sia sfuggito l’intento del taglio del 20% del trasferimento statale, che porterebbe la spesa a prima della grande ondata dei concorsi Berlinguer, che ormai sono stati fatti, e al quale taglio della spesa non sembra corrispondere con chiarezza un piano finanziario serio di come farlo. L’unico passo concreto sembra quello della Manovra Tremonti, che ha aperto al taglio degli scatti di anzianita’ e quindi forse verso quelli solo per merito, dimostrando peraltro un preoccupante parallelo con le precedenti Riforme, non attuate e invece superate da leggi per urgenza. Si starebbe ripetendo gia’ oggi quindi la storia che tante volte si e’ vista in Italia, ancora una volta.

Sarebbe stato utile, a questo proposito, qualche sviluppo di calcolo sulla base di probabili pensionamenti dei prossimi anni, che vengono riconosciuti come critici, e che hanno motivato il blocco dei turn/over da parte del Ministro. La situazione quindi sembra confusa e simile ad un eterno transitorio che sembra preannunciare un nuovo percorso a ondate, come sembra annunciare l’introduzione del ruolo di Ricercatore a Tempo Determinato, che tanto ricorda le figure precarie che causarono le pressioni verso gli ope legis degli anni 80. In questo senso, le attuali agitazioni della categoria ‘ad esaurimento’ dei ricercatori a tempo indeterminato, nulla di buono fanno presagire riguardo al futuro e alla possibilita’ che la Riforma Gelmini sia davvero la Riforma organica auspicate dal Graziosi.

Semmai, sembra interessante ripercorrere i contenuti delle fallite Riforme Gui e Ferrari Aggradi, che nella istituzione dei dipartimenti e l’abolizione delle Facolta’ sembrano ispirare l’attuale Riforma Gelmini, ma nell’introduzione del docente unico, sembrano invece a mio avviso persino piu’ moderne ed organiche.

Graziosi insiste sulla necessita’ oggi di differenziare le universita’, invertendo la rotta rispetto a quelle che definisce, ed in parte condivido, le utopie della sinistra fino al Governo Prodi e al Ministro Berlinguer, che oggi e’ curiosamente aperto ad alcuni aspetti della Riforma Gelmini. Graziosi infatti trova il testo attuale della Riforma Gelmini poco chiaro e netto nei riguardi della differenziazione, che viene solo `annunciata` e `facilitata` da alcuni aspetti della Riforma, compresa la `valutazione`, una parola inseguita almeno da 15 anni ormai come ripercorso nel dettaglio nel libro con l’istutuzione dei nuclei di valutazione, del CIVR, cui mai ha seguito un serio seguito, a parte il caso peraltro molto discutibile del 7% meritocratico distribuito l’anno scorso a Settembre, che hanno visto, come anche notato dal Graziosi, Universita’ minori vedere posizioni di rilievo, solo per avere inseguito alcuni parametri chiaramente definiti a posteriori e di tipo eccessivamente quantitativo di flusso studentesco, come fatto negli anni passati, senza particolare riguardo alla qualita’, se non in piccola parte.
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Coerentemente, mi sarei aspettato nel capitolo sulla Riforma Gelmini qualche spunto in piu’ su come garantire da subito una differenziazione tra le universita’ italiane, e meno enfasi sui dettagli della Riforma, che proprio per la poca chiarezza potrebbe fallire miseramente o essere stravolta in Parlamento.

Interessante la discussione sui cambiamenti proposti dalla R. Gelmini sul ruolo del CdA e dei Rettori, che vengono ben inquadrati come possibili rischi di ulteriore peggioramento verso il regionalismo e l’inquinamento politico locale, come dimostrato dal cenno al caso Tedesco, di una parte del sistema non inquadrato nel piano di eccellenza tedesco.

Stupisce che la Riforma Gelmini non venga inquadrata nell’ambito della classe docente attuale, che in larga parte viene dagli ope legis degli anni 80. Come potrebbe inquadrare in una seria `valutazione` una classe docente che per quasi il 50% ha oltre 60 anni e viene da questo tipo di promozioni? Non sarebbe meglio aspettare il pensionamento, o accelerarlo in parte, o pensare prima a differenziare le universita’, magari creando nuove aggregazioni? Perche’ non valutare nuovamente i docenti prima di pensare ad una Riforma? Come si puo’ pensare di trasformare un ponte di terza classe in una nave di sola prima classe? Sembrerebbe molto curioso pensare di fare una Nazionale di calcio a partire dalla terza categoria, e allora perche’ non dirlo? Nel calcio in Italia mi pare le cose si fanno seriamente, e certo non in questo modo, dato che gli stranieri hanno invaso le squadre di calico, e vengono pagati in modo molto differenziato, cosiccome si faceva una volta anche nella Universita’ italiana di elite, come nel caso che ricorda Graziosi di Padova, che una volta aveva degli stipendi pari anche a 23 volte il salario minimo.

Ancora meglio, perche’ Graziosi non completa interessanti calcoli come quello relativo alla spesa per una famiglia italiana di mantenere un figlio agli studi, che ridimensiona la spesa della piu’ costosa (ma anche migliore) universita’ privata al mondo, Harvard, come solo il doppio di quella italiana, una volta considerati tutti i parametri, come il mantenimento di vitto e alloggio (coperto nelle tasse nel caso di Harvard), la durata effettiva degli studi, e il probabile periodo di disoccupazione che segue ormai la laurea italiana?

Se l’intento delle Riforme da fare e’ quello di garantire finalmente ai capaci e meritevoli l’accesso, tramite un Fondo al Merito (diverso pero’ da quello visto dalla Riforma Gelmini e criticato anche dal Graziosi) ad una istruzione di alta qualita’, perche’ non pensare a soluzioni piu’ semplici ed immediate, che non queste bozze di Riforma che difficilmente vedranno cambiamenti radicali?

Solo due esempi, il modello scandinavo, che permette ai migliori studenti di accedere direttamente ad Harvard, per es., oppure quello di pensare a facilitare, se proprio si deve pensare a modelli privati, l’istaurazione di sedi italiane di grandi Universita’ Private di consolidata reputazione, rispetto alla creazione o il finanziamento di nuove istituzioni come quelle del 2006, le Universita’telematiche, che tanto scandalo hanno suscitato, creando peraltro la falsa impressione che online sia necessariamente di infima qualita’, e perdendo cosi’ forse l’occasione per fornire un servizio di media qualita’ per incrementare il numero di laureati in modo sufficientemente garantito da qualita’, visto che ormai anche in USA il numero di studenti diminuisce nei college tradizionali?

Sulla necessita’ di un Test Standard Nazionale, non si puo’ non essere daccordo con l’autore, e stupirsi che non sia contemplato nelle attuali bozze di Riforma Gelmini, mentre invece faceva parte integrante di interessanti proposte di autorevoli consulenti come Roger Abravanel ex manager di McKenzie, nel testo “Meritocrazia” pubblicato proprio alla vigilia della vittoria del governo Berlusconi nel 2008.

Ma poiche’ il Test Standard Nazionale sara’ di difficile istituzione, perche’ non partire prima a livello sperimentale, solo come accesso alle nuove possibili Research Universities italiane?

Infine, criticabile sembra il poco spazio dato nel testo sul troppo ancora marginale ruolo svolto dalle donne, pare insufficiente il mero riferimento alle percentuali di donne nei vari ruoli, che vedono ora la quasi parita’ nei ruoli di ricercatore, ma solo percentuali minime nei ruoli maggiori.

In definitiva, un testo interessante, con dati in parte gia’ noti, spunti validi per approfondire le tematiche, e che speriamo contribuisca a migliorare il testo della Riforma Gelmini che, cosi’ come appare oggi, alla luce proprio della storia dell’universita’ italiana ben tracciata da Graziosi, appare destinato ad un sicuro fallimento, che potrebbe fare piu’ danni che benefici. A fronte di tanto discutere, se la Riforma passasse, sia cosi’ com’e’ sia magari ritoccata o persino stravolta dal Parlamento, si corre il serio rischio di non cogliere l’ennesima occasione per impostare un processo di cambiamento, quanto mai necessario, ma forse oggi nel momento peggiore per esser fatto, con la classe docente in gran parte vicina alla pensione, proveniente dai peggiori concorsi degli ultimi 40 anni, e con la prospettiva di non poter effettuare nuove Riforme correttive per chissa’ quanto altro tempo.

Appere auspicabile un ripensamento proprio alla luce di un piano di rinnovamento della classe docente che sia saggio ed equilibrato, e che permetta di rilanciare l’eccellenza italiana all’interno di apposite strutture da individuare, separandole dall’Universita’di massa, cui probabilmente la Riforma Gelmini si rivolge. A questo proposito, potrebbe essere utile anche pensare al ruolo dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che richiama nella sigla l’MIT, uno dei principali istituti universitari “Research University”, il cui nome da solo suscita perplessita’. Ebbene, l’IIT viene spesso richiamato dal Ministro Gelmini come paradigma da cui l’universita’ italiana dovrebbe ripartire. Ma allora perche’ non trasformarlo appunto propriamente in universita’? MIT, che come le altre “Research Universities”, ha nel numero di dottorandi (graduate students) quasi paritari con gli undergraduate, la maggiore differenza con le universita’ di massa italiane, certo non fa solo ricerca come IIT. Non si stara’ perdendo di vista un’altra possibilita’ di riforma organica per non aver colto il ruolo di IIT appieno?

Infine, perche’ sembra tanto difficile, persino per Graziosi, suggerire il modo in cui individuare le “Research Universities” italiane, se sono cosi’ chiaramente gia’ indicate dalle classifiche internazionali? Non sembra questo gia’ un segno di mancanza di coraggio dap arte delle Riforme? Non abbiamo la Normale di Pisa che, come ricorda Graziosi, ha formato fino ad un certo punto un notevolissimo numero di docenti ordinari italiani, fino a quando le grandi ondate di promozioni non hanno reso la cosa insostenibile? Sembra quindi facile immaginare uno dei problemi italiani, che Graziosi ci ricorda anche nella legge per cui fino al 1980 si doveva essere cittadini italiani per essere docenti. Non aver aperto agli stranieri, come si continua in larga parte a fare. Inutile allora parlare di eccellenza. Qualsiasi “Research University” non si sognerebbe mai di partire da una premessa di questo tipo.




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GRAZIOSI A.

L'università per tutti

Riforme e crisi del sistema universitario italiano

Collana "Contemporanea"


pp. 184, € 13,00
978-88-15-13704-3
anno di pubblicazione 2010


in libreria dal 08/04/2010
Copertina 13704

Istituzioni gigantesche, talvolta sull'orlo del fallimento, dove è forte la tendenza alla chiusura provinciale, le università italiane figurano ormai nelle posizioni medio-basse delle graduatorie internazionali. Come si è arrivati a questa situazione e che cosa si può fare per uscirne? Questa lucida e stringente analisi ripercorre cinquant'anni di riforme e mutamenti che hanno trasformato la vecchia università di élite in una grande e indistinta università di massa, che era indubbiamente necessaria alla moderna società italiana ma che ha messo in secondo piano qualità e ricerca. Scelte politiche, interessi corporativi e buone intenzioni si sono spesso saldati inducendo un degrado progressivo della formazione universitaria. A tale situazione, sostiene l'autore, è urgente porre rimedio con una serie di cambiamenti che mirino a separare nettamente le funzioni dello studio universitario, distaccandone l'istruzione professionale superiore, differenziando gli atenei, incentivando e sostenendo le eccellenze.

Andrea Graziosi insegna Storia contemporanea nell'Università di Napoli "Federico II" ed è presidente della Sissco, la Società italiana per lo studio della storia contemporanea. Con il Mulino ha pubblicato "Guerra e rivoluzione in Europa 1905-1956" (2002), "L'Unione Sovietica in 209 citazioni" (2006) e i due volumi di storia dell'Unione Sovietica "L'Urss di Lenin e Stalin" (2007) e "L'Urss dal trionfo al degrado" (2008).

giovedì 27 maggio 2010

Il pensionamento a 65 anni: un semplice ritorno al passato glorioso delle nostre università prima del declino degli anni '50

Ha fatto rumore ma ha avuto vita breve, in queste settimane, la proposta di Marco Meloni del PD e della Prof.ssa Carrozza, brillante giovane direttrice della Scuola Santanna di Pisa, una delle piccole eccellenze riconosciute italiane:- abbassare l'età pensionabile a 65 anni per i docenti universitari.

Questo arriva dopo aver bocciato la proposta della maggioranza, leggo dal blog di Sylos-Labini e Zapperi che si sono molto occupati dello "Tsunami generazionale" e cui rimando per approfondimenti con un emendamento al 1441-quater, che permetteva ai professori di rimanere "fuori ruolo", pagati dall'INPS ma mantenendo tutti gli incarichi (direttori etc) per 5 anni, cioé fino a 75 anni di età. Quindi il fuori ruolo che con tanta fatica era stato abolito dal governo Prodi (cosi' come il biennio aggiuntivo) adesso sembra poter ritornare dalla finestra. Su questo emendamento il PD ha fatto opposizione, e grazie a 4 casi di coscienza della maggioranza che si sono astenuti la maggioranza è andata sotto e l'emendamento non è passato.

La proposta Carrozza-Meloni intendeva invece: "Il pensionamento a 65 anni, invece che a 70, del professore avrebbe, infatti, secondo parte degli accademici e dei politici, effetti positivi sul nostro sistema: innanzitutto aprirebbe spazi consistenti al rinnovamento generazionale e poi consentirebbe di valutare anche i professori anziani. Di quanti, all’età di 65 anni, ancora mantengono la freschezza e la vivacità sia nella ricerca sia nell’insegnamento, l’ateneo potrebbe decidere di continuare ad avvalersi mediante contratti a termine dello stesso tipo 3+3 proposti per i giovani studiosi. Una soluzione oggi prevista per i ricercatori che potrebbe adottarsi anche per i professori over 65."

Ovviamente tanto oscillare di vedute, e il fatto che in Parlamento sopratutto fino a poco fa, era ben rappresentata la categoria dei docenti universitari (specie i "baroni"), nel bene e nel male, lascia perplessi sulla cura da adottare.

Ma conviene guardare ai dati, ai commenti, e infine meglio alla storia, e di questo si occupa questa piccola nota.

Baroni in pensione a 65 anni: a Londra si fa già --- Marco Simoni spiega che alla London School of Economics i professori vanno in pensione a 65 anni, ed è meglio anche per loro.

Segnalo per es. le frasi " Quelle incombenze, ad esempio la nomina di professori e ricecatori, l’assegnazione di fondi, la gestione degli esami e degli studenti, sono cose noiose e pesanti che cozzano con la vocazione alla ricerca, alla disseminazione di risultati, all’insegnamento. Un vero luminare, finalmente in pensione, certamente potrà continuare a insegnare il suo corso con un contratto di collaborazione annuale – che arrotonderà la pensione. Sarà la stessa università a chiederglielo e probabilmente a garantirgli un ufficio di appoggio all’università. Certamente continuerà come e più di prima a scrivere libri, stare in laboratorio, e in giro per l’Italia o il mondo per offrire la propria competenza e la propria sapienza. Tuttavia, oltre a essere sgravato da tutte le incombenze amministrative, non potrà nemmeno svolgere alcune funzioni di direzione accademica, quelle che vanno intraprese con la dovuta prospettiva davanti a sé, né seguire in solitudine (senza altri colleghi più giovani) studenti di dottorato la cui ricerca è più di tutte proiettata nel futuro. Niente senato accademico, niente incarichi ufficiali e formali, solo ricerca, contributo intelletuale, e vera libertà.

È a fronte dell’evidenza di queste considerazioni che Simoni conclude che evidentemente gli ostacoli alla condivisione di questo progetto debbano essere cercati altrove.

Al di fuori di un compensibile amore per il potere di chi lo detiene, non vedo alcuna controidicazione alla pensione obbligatoria a 65 anni per professori universitari."


Si veda anche qui per altri commenti di Simoni.

Altri interventi blog di panorama che riporta il commento di un professore emerito :
Si chiama Girolamo Cotroneo, ha insegnato Storia della Filosofia all’Università di Messina per quarant’anni ed è andato in pensione pochi mesi fa a 75, grazie a una proroga biennale allora ancora valida.

L’idea del Pd? “Sbagliata, insensata e miope”. Una sentenza che troverebbe d’accordo pure Hegel, ha assicurato il professore scomodando la nottola di Minerva, assai cara al padre dell’idealismo: “L’uccello della sapienza esce sul far della sera”. Un modo dotto per dire che ”un intellettuale, un ricercatore, dà il meglio di sé invecchiando” e non da giovane.


ma anche della Stampa, Via i Baroni largo ai giovani da cui estraggo:-

I dati parlano chiaro: il 26,6% dei quasi 20 mila professori ordinari ha più di 65 anni e il 54% dei docenti supera i 50 anni, contro il 41% della Francia e il 32% della Spagna. E quindi il pensionamento a 65 anni, che in linea di principio trova concorde la Gelmini, se fosse tramutato in legge, consentirebbe di destinare le risorse all’assunzione di nuovi docenti. «Sempre che sia eliminato il blocco del turn over, decisivo perché la proposta funzioni», spiega Marco Meloni del Pd, che con Chiara Carrozza ha messo a punto il dossier. «La finalità è abbassare di 10 anni l’età media dei docenti. Una proposta a costo zero, considerando che già oggi il 100% del Fondo di finanziamento ordinario, portato da 7 a 6 miliardi con gli ultimi tagli, è utilizzato per pagare gli stipendi».

Sarà pure a costo zero, ma è vero che di questa ipotesi si discute da mesi nei blog e nelle sedi parlamentari senza che si sia approdato a nulla per le troppe resistenze dei «baroni».


Oggi che la Manovra Tremonti porta la scure sugli stipendi, mentre poche settimane fa voleva aumentare l'età pensionabile aumentando i costi dei Baroni, e non si parla di riaprire il turn-over, i "baroni" resisteranno ancora di più e forse con la guerra civile "à la Bossi" con le armi a queste proposte -- vuol dire che andrebbero davvero portate avanti!

Allego infatti la lettera di Turani di Repubblica di ieri 24 Maggio, cui Meloni e la Direttrice della Santanna hanno risposto qua e qua, e anche Marco Meloni richiamando i semplici, brutali dati, cui non vogliamo dar peso: "da noi i docenti sotto i 40 anni sono un terzo che in Germania. E gli over 50 il doppio o il triplo che in altri Paesi UE. In Europa si va in pensione a 65-67 anni."



Ma qua mi pare importante precisare le mie citazioni del bellissimo libro di Andrea Graziosi docente di Storia Contemporanea all’ Università degli Studi di Napoli e presidente della società omonima (Università per tutti: Riforme e crisi del sistema universitario italiano, Mulino, 2010, di cui si trova una bella recensione su Repubblica e può sentire anche interviste radio) che mi pare ogni unilexiano dovrebbe leggere, ecco il testo incrimminato che è oggi di attualità con la proposta Carrozza su tornare al pensionamento a 65 anni.


Dalla Introduzione:

La crisi del sistema universitario... ha subito una brusca accelerazione nella seconda metà deli anni novanta.. ha tuttavia radici profonde ed è espressione di tendenze più generali, italiane ed europee...
C'entra per es. e non poco, più che l'invecchiamento della popolazione, il brusco allungamento dell'aspettativa di vita, che ha bloccato il ricambio e lasciato al potere, specie nelle posizioni di maggiore responsabilità, persone formatesi in tempi dominati da altri problemi e perciò spesso incapaci di rendersi conto che quei problemi erano mutati, se non tramontati, e che altri avevano preso il loro posto. NOTA 1



Nota 1. Anche 50 anni fa i professori morivano tardi, e le posizioni di maggior potere si concentravano nelle mani dei più anziani, ma fino al secondo dopoguerra i professori universitari andavano in pensione a 65 anni. La collocazione fuori ruolo a 70 anni e la pensione definitiva a 75 (nel 1980 si tornò a 65 più 5 di fuori ruolo, ma tra il 1990 e 1992 si arrivò a 72 anni più 3 di fuori ruolo) furono introdotte con la legge 498/1950, quando era appena cominciato il grande balzo in avanti dell'allungamento dell'attesa di vita. Almeno in Italia il passaggio cruciale a una "premodernità" ingiusta ad una "modernità" mal gestita e mal sopportata è avvenuto inoltre proprio tra gli anni 50 e gli anni 80.



Tuttavia, errata corrige ricevuti da Graziosi:- Ho poi controllato e la nota del mio libretto era in parte errata. E' vero che nel dopoguerra l'età pensionabile fu ridotta di 5 anni, e si inventò il fuori ruolo--che prima non c'era--come compensazione. Ma non mi ero accorto che prima si andava in pensione, senza fuori ruolo a 75. Di qui la svista della nota.


Aggiungo io che altri analisti come Walter Tocci (QUALE RIFORMA PER L’UNIVERSITA’
Critica della proposta Gelmini e autocritica delle politiche di centrosinistra
) hanno recentemente messo il dito sugli errori delle riforme dagli anni 50 in poi, con le università che non sono state adeguatamente seguite dalla politica come ammesso da Andreotti in (Intervista ad De Gasperi Laterza 1977), e il balzo dall'Università di inizio 1900 dove eravamo ancora eccellenti ma avevamo 25000 studenti (e già il governo aveva tentato varie volte di "tagliare le troppe (22!) sedi locali" senza riuscirci), e quella degli anni 50 di 10 volte piu' grande fino agli attuali quasi 2 milioni di studenti, altro balzo di 10 volte, non ha corrisposto a grandi finanziamenti o grandi visioni strategiche. Si è andati avanti con logiche piuttosto consolidate, creazioni di università laddove i politici nazionali e locali riuscivano a far convergere interessi, e finanziamento delle stesse su base puramente storica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Vanno considerati tuttavia altri aspetti, a regime, per es. il fatto che chi è entrato a 40 anni come precario, a 65 anni avrà maturato ben poco come pensione "contributiva". Per approfondimenti si veda ancora Sylos-Zapperi.

Tuttavia, l'idea di vedere il funzionamento dell'università prima degli anni 50 mi pare saggia, o perlomeno da considerare. L'università delle èlite non può essere uguale a quella di massa, abbiamo centuplicato il numero di studenti in un secolo. E' tempo di cambiare qualcosa in quello che non funziona, magari ripristinando quello che funzionava, visto che solo 100 anni fa abbiamo prodotto scuole da Premi Nobel.

mercoledì 19 maggio 2010

Lettera al direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, pubblicata 19 Maggio 2010, su Sciopero Ricercatori e Riforma Gelmini


Sullo sciopero contro il decreto GELMINI: perchè questa ossessione pro o contro i ricercatori?


(pubblicato in versione erroneamente bozza su Gazzetta del Mezzogiorno di ieri Mercoledi' 19 Maggio a pag.17 come lettera al Direttore, con il titolo:
ECCO COME FARE MERITOCRAZIA
)

Si fa un gran parlare da molti mesi di Riforma Gelmini, quasi solo dal punto di vista dei ricercatori, che questa settimana hanno dichiarato uno “sciopero” contro l’istituzione dei “ricercatori a tempo determinato”. Questo nuovo ruolo pare estremamente “precario” in teoria, e risponde alla convinzione diffusa che i posti da ricercatore in passato siano stati assegnati senza veri “concorsi” competitivi, a livello locale, gestiti in modo “baronale”, senza possibilità di correzione una volta assegnati. Oggi la categoria, già individuata dal Ministro Moratti, e che propone con forza il Ministro Gelmini (dato che gli ultimi concorsi di vecchio tipo sono ancora in atto, l’ultima tornata “Mussi”) farebbe un salto nel vuoto dopo 3+3 anni, ma nessuno ci crede. Infatti, i vecchi “ricercatori a tempo indeterminato” già in servizio sono preoccupati di risolvere il loro status giuridico e avere qualche garanzia, temendo che i nuovi a “tempo determinato” siano addirittura a loro favoriti in futuro nel passaggio al ruolo superiore di Professori associati. Ecco quindi la proposta di un passaggio ad associati in massa, con o senza aumento stipendiale, che è emerso tra le varie possibilità. La sfiducia nel sistema meritocratico italiano è tanto elevata che ci si muove contro il nuovo ruolo “precario” non tanto perché è più radicale dei sistemi più duri americani, ma solo perché si teme sia l’antecamera di un ope legis generalizzato, che induce i “vecchi” ricercatori a chiedere un “ope legis” preventivo per loro! La riforma “meritocratica” e “liberista” induce desideri a cascata di “ope legis” non meritocratici. I paradossi italiani. Confermati da uno degli emendamenti sul DDL Gelmini che abolisce la tenure (conferma) di associati e ordinari – un segnale appunto della contraddizione della Riforma Gelmini e delle vere spinte che la muovono, non certo meritocratiche. E' vero che in Italia di fatto non serviva la conferma, ma abolirla, perche' mai? Si vuole spostare tutta la fatica e la difficoltà sui giovani? Persino nel durissimo e famoso MIT la selezione durissima in ingresso fa entrare pochissimi (1 su 10 per gli studenti, e uno su varie centinaia per quanto riguarda i docenti), ma di questi mediamente resta dopo la "tenure case" quasi la metà (45% secondo recenti rilevazioni degli ultimi dieci anni)! Quindi Gelmini ci vuole forse fare raggiungere e anche doppiare l’MIT? Ricorda la storia di IIT, che si dichiara estremamente meritocratico e, anche più di MIT, che ha prevalenza di dottorandi su studenti, ha solo dottorandi. Vedremo se IIT farà, con i privati nel CdA, i risultati di MIT, che con poche migliaia di persone laureate all’anno, produce un “PIL” equivalente da parte dei suoi “alumni” che è superiore a quello dell’Italia intera – secondo rilevazioni Istituto Kauffmann.



Ma facciamo anche un quadro generale del momento. La crisi europea induce Tremonti e Brunetta a dire che presto occorrerà fare dei tagli alle pensioni e agli scatti stipendiali automatici, se tutto va bene. Se va male, ci saranno tagli e basta. In queste condizioni, ha dichiarato Brunetta, non si potranno fare le riforme meritocratiche previste. E perché non il contrario? Mi spiego meglio.

Non esiste anche un problema italiano di lassismo e poca efficienza invece dei docenti entrati da tempo? O il “concorso” da loro superato garantisce a vita una dirittura morale, un attaccamento al lavoro, uno spirito di servizio in automatico, per tutti? Difficile che il Ministro Gelmini, o la Emma Marcegaglia, lo possano credere, e risulta curioso quindi che la loro battaglia contro i “Baroni” si riduca a far entrare i giovani in modo precario, con queste mini-riforme parziali e laceranti.

Io avrei proposto questo "emendamento": istituzione di un percorso "tenure-track" esteso a tutte le categorie. A fronte di ogni chiamata di posto tuttavia, ci i sia una garanzia di budget di conferma in ruolo di almeno il 50% dei vincitori di concorso.

Questo, onde evitare che le Università non possano trattenere i migliori per esclusiva mancanza di fondi. O, al tempo stesso, che non possano "liberarsi" dei peggiori una volta entrati.

La questione potrebbe essere spinosa, dato che riguarda il famoso "posto fisso": in Italia, come nella maggior parte dei paesi, si è voluto dare il posto fisso all’università anche con una grande libertà di svolgimento del proprio lavoro e di pensiero e di indipendenza, quando si era usciti dal sistema nazi-fascista (che aveva cacciato molte menti per la loro appartenza razziale), per evitare le persecuzioni da parte dei superiori, i trasferimenti arbitrari, i licenziamenti arbitrari. Questo si fa anche in USA, dove si preferisce correre il rischio che qualche furbo riesca a prendere la conferma senza meritarla ("Tenure") e poi non far più nulla, piuttosto che impedire che qualche pensatore davvero illuminato, mosso da un’idea del tutto geniale, non possa lavorare per 40 anni da solo senza nessun tipo di pressione esterna, e magari portare ad una scoperta da premio Nobel. Si sa infatti che le scoperte migliori seguono la regola di Pareto, ossia l'80% è fatta dal 20% di individui (anzi per i Premi Nobel, il fronte sarà sicuramente più netto). Se ad MIT arrivassero 2 Einstein nello stesso Dipartimento, magari non sarebbero confermati entrambi! E senza scandalo. Noi ci culliamo di fare grande demagogia e di fare entrare tutti e solo i migliori sulla carta, ma poi in realtà quanti Einstein entrano?

Ma se qualcuno ha un comportamento particolarmente grave, in USA esiste la “revocation”. Ebbene, non si tratta di una cosa tanto rara, se uno studio del 7/12/1994 del The Chronicle of Higher Education riporta 50 licenziamenti ogni anno in USA, e un altro del Wall Street Journal del 10 Gennaio 2005 conferma il dato di 50 -75 docenti all’anno. Su un totale di ca.280mila, si tratta del 0.027%. Per la classe dei ca.60mila docenti italiani, dovrebbe corrispondere a 16 docenti licenziati all’anno, non tanto da risparmiare ma almeno un esempio!

La Riforma Gelmini non porta ad un quadro nuovo nell’Università, ma solo lacerazioni tra categorie, e voglia di “ope legis” a catena, in aperto contrasto con la logica “meritocratica”, e in stridente contrasto persino con gli emendamenti che la stessa Maggioranza sta proponendo. Nessuno crede davvero alla meritocrazia, e si stimolano cosi’ rivolte, scioperi, richieste di ope legis.

Questo disordine per mancanza di visione di insieme va di pari passo con il nuovo sistema di valutazione delle Università (VQR?). Non è esso in fatti in aperta contraddizione con l’emendamento della Lega, che introduce un “premio” secondo un nuovo criterio estemporaneo, per 1.5% del Fondo FFO delle Università. Quindi mentre si regolarizza, si fa un ennesimo strappo, qualcuno dice a grande vantaggio delle Università del Nord. Un gran parlare, ma si procede così da 50 anni. Addirittura, si può anche pensare che tutte le Riforme dei concorsi non hanno creato che situazioni transitorie, che si sono risolte nella “paura” che ogni volta fosse “l’ultima utile” per far passare i mediocri allievi, tanto poi i “bravi” passeranno alla tornata con le nuove regole “meritocratiche”. Salvo poi avere altre ondate di riforme, e così via cantando.

Io proporrei passi graduali, e omogenei per tutte le categorie. Quindi, di passare dal 100% di “confermati” che c’e’ ora, non allo 0% che chiede la Gelmini per i ricercatori a tempo determinato (e solo per loro), passaggio estremo e su cui nessuno crede. Chiedo un passaggio al 50%. Sembra logico no? Un primo passo per evitare licenziamenti o tagli di stipendi di massa, e una vera prima, forse, scelta meritocratica.

D'altronde, a cosa servono i ricercatori a tempo determinato? Sono dei Post-Doc a tutti gli effetti, di cui gli USA sono pieni, specie in alcune materie. Evidentemente in Italia il posto di Assegnista di Ricerca o di Post-dottorando non vengono visti bene, quindi la soluzione cui si pensa è cambiare il nome! Che si faccia una tenure sola in una carriera è ragionevole pensarlo, e in questo caso la conferma si potrebbe abolire solo nei passaggi successivi di carriera. Non pensavo certo ad un sistema sbarrato al 50% per tre volte nella carriera, ossia da ricercatore, da associato e da ordinario. Questo è fuori discussione. Però ben venga un inizio di carriera da associato o da ordinario direttamente, così ogni tanto prendiamo qualcuno da fuori.

--
Cordiali Saluti, Prof. Ing. Michele Ciavarella
Politecnico di Bari
delegato del Rettore al CNR
tel+390805962811 fax+390805962777
Editor, ITALIAN SCIENCE DEBATE,www.sciencedebate.it,
Associate Editor, Ferrari MilleChili Journal, http://imechanica.org/node/7878
http://poliba.academia.edu/micheleciavarella
http://www.youtube.com/user/RettoreVirtuoso

giovedì 13 maggio 2010

I miei corsi su YouTube - qualche esempio da Mechanics of Materials - Intro alla Fatica, Intagli e legge di Paris di propagazione cricche

I miei studenti hanno creato dei video, sia trovando del materiale da siti di colleghi universitari italiani, per es dal collega Demelio della I facoltà di PoliBA, sia dal grande Professore e amico Massimo Rossetto del PoliTO (in questo caso li ho sconsigliati di pubblicarli se non con autorizzazione del prof. Rossetto), e sia creando tutta una serie di presentazioni da Wikipedia, Imechanica.org, Youtube, e tutto il materiale, spesso da me segnalato, ma piu' spesso da loro stessi trovato.

Alcuni esempi:

Chiavette e Linguette (Simone Legari)


Sulla legge di Paris e teorie di Barenblatt sulle leggi di scala (con colleghi Paggi e Carpinteri di PoliTO)








intervista Tv -- studio 100 su Riforma Gelmini,chiusura sedi periferiche, Politecnico di Bari, corsi Facebook







mercoledì 7 aprile 2010

Grande prova di virtuosità della II facoltà di Ingegneria di Taranto del Politecnico di BARI --- speriamo che qualcuno da lassù ci premi!

Elaborazione di mio intervento e del resto del CdF del 7 Aprile a Taranto

Visto che, obtorto collo, ho assunto un ruolo di informazione per gli studenti, le famiglie, e i simpatizzanti della Facoltà di Taranto, con il gruppo TUTTI UNITI X NON CHIUDERE I CORSI DELLA FACOLTA' DI INGEGNERIA DI TARANTO! che ha raggiunto in poche ore dalla creazione a Pasquetta il considerevole numero di oltre 600 iscritti, finora, riporto il mio intervento in CdF con qualche commento. Iscrivetevi comunque all’indirizzo
http://www.facebook.com/group.php?gid=108147102552060&ref=ts#!/group.php?gid=108147102552060


Alla presenza del Magnifico Rettore, del nuovo Direttore Amministrativo, dell’Assessore della Regione Puglia Prof. Barbanente e della maggior parte dei docenti della II facoltà, nonché dei rappresentanti studenti anche della I facoltà, si è tenuto oggi 7 aprile un acceso e molto approfondito dibattito sul futuro della ns Facoltà, alla luce delle recenti Riforme. Le Riforme, cominciate con la Riforma Berlinguer nel 1990 (3+2) contestualmente con la creazione sia della II Facoltà sia del Politecnico stesso, cercavano inizialmente di risolvere i problemi atavici dell’Università Italiana , ossia una bassa percentuale di laureati nel Paese (tra le piu’ basse in Europa, pari a circa la metà della media Europea), un gran numero di abbandoni, e un età media altissima dei laureati. Oggi siamo a 12.2 della popolazione laureata, mentre in Canada c’e’ il 38%, in USA il 25.9%, e la media Europea e’ al 18.6. Quindi siamo piu’ o meno al livello di 20 anni fa, chissà cosa sarebbe successo se non fosse avvenuta la Riforma Berlinguer, e chissà cosa succederà ora che, con questa “Razionalizzazione”, si vuole tagliare sulle 300 sedi periferiche che comunque raccolgono grande parte della popolazione che sarebbe andata via, magari all’Estero (oggi gli studenti italiani all’estero sono ben 60 mila (dati Fondazione MIGRANTES, riportati su CorSera del 3 Febbraio 2010), su totale italiano di 1.8 milioni, ossia il 3%, confrontabile con il dato delle Università Private italiane, intorno al 5%). Si stanno agevolando forse le Università Private, che ovviamente costano in genere 10 volte piu’ delle Pubbliche, e anche le Università straniere, circa in egual misura? E chi se ne avvantaggia? Solo pochissimi fortunati.

Oggi queste riforme, continuate con la 270 del 2004 meglio regolata definitivamente dalla 544 del 2007, hanno avuto una rapidissima accelerazione con la “nota 160” del Settembre 2009 cui doveva seguire una versione di “legge” che tuttora manca (caso quasi senza precedenti come ha ricordato il Magnifico Rettore), anche se a fine Gennaio, a pochi giorni dalla scadenza dell’approvazione degli Ordinamenti Didattici, è stata ulteriormente “rinforzata” da “pressioni” (sempre tuttavia non di legge) per cui chi non si adegua sarà svantaggiato nelle prossime ripartizioni del FFO, che ha visto nel settembre 2009 tanto malcontento per la “classifica Gelmini” delle Università Virtuose, classifica fatta “a posteriori” su indicatori solo in parte affidabili e meritocratici.

A fronte dell’accelerazione del Gennaio, a “ordinamenti” già approvati, ci siamo trovati come II facoltà ad avere un deficit di “Garanti”, in parte dovuto all’attivazione delle Lauree Magistrali di nuova Attivazione, per cui oggi ci sarebbe un deficit di pochi garanti (ca. un 8%) per poter mantenere l’offerta formativa.
Questi vincoli sempre piu’ stringenti e complessi da seguire (la raccolta più completa è stata fatta dalla Società di Chimica Italiana e la mailing list UNILEX, 283 pagine, http://sci-list.ing.unitn.it/1905-7.pdf!), promossi dal Ministero come “vincoli di razionalizzazione dell’offerta” con l’ipotesi maliziosa di una tendenza delle Università Statali a riprodursi e gemmarsi in mille corsi uguali e non necessari, sono invece per la II facoltà e per tante altre realtà, proprio il ns tentativo estremo di ampliare il bacino di laureati in vista delle medie Europee. Vorremmo essere creduti!

Tutto ciò mette a dura prova la macchina amministrativa, la docenza, e infine la popolazione studentesca, fino a raggiungere ora i toni del parossismo burocratico, cui la II Facoltà ha dato grande prova di spirito di sacrificio e di devozione, cercando di salvare il “salvabile”, per continuare la Sua nobile missione di fornire a basso costo di cultura tecnica una realtà che ne ha grandissimo bisogno quale il territorio di Taranto.

La II Facoltà inoltre, con il significativo e generoso appoggio del Magnifico Rettore, che ha garantito il massimo impegno in futuro, vuole tuttavia cogliere l’opportunità seriamente e propone persino di ridurre ulteriormente l’offerta in 2 soli canali privilegiando l’eccellenza raggiunta negli ultimi 20 anni e le realtà di fondamentale rilevanza strategica per il territorio.
Quindi, con uno slancio davvero rimarchevole, ha proposto un auspicio nei prossimi ordinamenti ossia di auto-ridursi nel numero di corsi di laurea anche aldilà delle norme vigenti e prevedibili, ossia proponendo 2 soli percorsi completi (3+2):

1) Un corso di Civile-Ambientale
2) Uno di “Industriale” orientato verso il distretto Aerospaziale,
Entrambi aperti a corsi interfacoltà e persino Interateneo, dando cosi’ prova di grande spirito di sacrificio e apertura mentale, che speriamo sia colto dalla I facoltà, dalla Facoltà di Architettura, e dal Ministro Stesso, nel momento in cui si dovranno valutare le nuove “virtuosità”, e le altre realtà del Politecnico dovranno supportarci in queste modifiche radicali.

Una cosa valutata dal Consiglio è stata quella di chiedere una “Proroga” dati i tempi strettissimi di cui non si capisce la logica, per poter consegnare un progetto veramente strategico, nel rimandare tutto alle modifiche degli ordinamenti dei corsi di laurea, ossia a Gennaio dell'anno prossimo, facendo qualcosa di serio, lasciando ai Rettori il tempo di ritrovare orgoglio e coraggio di scelte difficili, come quelle di chiudere dei corsi, o riorganizzarli in chiave moderna.
Tuttavia, questa proposta (partita proprio dai Proff. Ciavarella e Liberti) è stata ritenuta troppo “avventurosa”, dovendo il percorso richiedere forse una lettura dal CUN e potendo risultare troppo in “contrasto” con le attuali direttive.

Non possiamo tuttavia ancora, credo, far pagare sempre gli studenti per gli errori e i ritardi dei docenti e degli ammministrativi e e “furia normativa” e dei Ministri e dei Governo.

D'altronde pero’, uno sforzo di concretezza dovrebbero farlo anche gli studenti per capire che non esiste “l'erba voglio” e che dovremo aumentare le tasse almeno differenziando fortemente per scaglioni di reddito e con esoneri totali per i meritevoli e bisognosi, un po’ come in USA, sia nella versione tradizione, sia in quella innovativa che sta portando avanti il Presidente OBAMA in questo stesso mandato. Non si puo’ credere che gli studenti non sappiano che in USA uno studente si indebita per 10 anni, ossia paga con 10 anni di stipendi successivi, ma sa che ne vale la pena, mentre in Italia non vale la pena laurearsi ormai nemmeno alla Bocconi. Lo dimostrano in particolare
Per questi motivi io personalmente mi sono astenuto, insieme con la Prof. Barbanente ed altri, perché “frastornato” da tanta confusione. Alcuni sono stati contrari, mostrando la sofferenza della decisione.
Risulta difficile non credere alle voci che vorrebbero la vera ispirazione delle Riforme in atto come un voler colpire pesantemente le Università Pubbliche (anche a rischio del fallimento dell’obiettivo di aumentare il numero di laureati e quindi della cultura tecnica del Paese, che e’ l’unica speranza per restare tra i Paesi Sviluppati). Infatti, nell’inchiesta recente di La Repubblica "Esami facili, prof fantasma - com'è facile la laurea online" (http://www.repubblica.it/scuola/2010/04/02/news/universit_telematica-3078781/) si denuncia come le Università telematiche hanno infatti l'università GIUSTINO FORTUNATO, che a fronte di una necessità di 222 GARANTI, ne ha solo 42 (alla faccia della legalità! Ossia quasi uno su 6 del necessario?). Noi del Politecnico di BARI, II facoltà di Taranto, abbiamo chiuso dei corsi solo perche' ne abbiamo una carenza del 8%, non del 75% !

Siamo virtuosi, e lo vogliamo essere riconosciuto.

Altri dati che ho fornito riguardano le questioni generali su cui sollecitavo la riflessione:
1) Immigrazione di cervelli - - in Italia solo 1.3 % degli immigrati sono laureati (dati OECD 2005), mentre in USA sono il 42.4%, peggio di noi solo Irlanda Polonia e Messico nei paesi OECD!
2) La realtà produttiva della Puglia mette a dura prova i laureati, visto che 10mila se ne vanno (dati ricerca IPRES pubblicati su Repubblica del 5 Marzo 2010). Questo vuol dire aprirsi di piu’ agli studenti lavoratori, cosa che dovremmo fare come ha fatto Università di Bari l’anno scorso avendo un aumento del 700% di iscritti con tale modalità.

Con ringraziamenti al Magnifico Rettore per la grande sensibilità mostrata, un augurio perché le altre realtà del Politecnico (I Facoltà, Fac. Di Architettura) colgano questo segnale, e un auspicio che gli iscritti dell’anno prossimo non diminuiscano, anzi aumentino vista la grave crisi specie nel territorio tarantino, che proprio giorni fa ha annunciato 800 nuovi cassintegrati della ditta multinazionale Telepromotion, di cui alcuni miei studenti. E che vorrei tutti far iscrivere per coltivare la speranza di un futuro migliore, con maggiore competenza tecnica, forse (ahimè) non necessariamente a Taranto, ma anche nel mondo, come già alcuni dei miei migliori allievi hanno fatto!



Prof. Michele Ciavarella
Politecnico di BARI
V.le Gentile 182
70125 BARI, Italy
tel+390805962811 fax+390805962777


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Appendici --- da Lorenzo Beltrame. Realtà e Retorica del Brain Drain in Italia.
http://www4.soc.unitn.it:8080/dsrs/content/e242/e245/e2209/quad35.pdf

Tab. 1 mostra il numero di stranieri altamente qualificati in alcuni paesi OECD, la percentuale di attrazione di cervelli, il numero di espatriati laureati di questi paesi, il saldo e il rapporto di cambio, ovvero un indicatore che misura, per ogni cervello che esce, quanti cervelli entrano. USA, Canada, Germania, Australia e Regno Unito sono i paesi che attirano più cervelli, ma mentre ne-gli USA per ogni emigrato entrano circa 20 immigrati qualificati, nel Regno Unito questo rapporto è quasi di parità. Tra i paesi a saldo negativo, come Giappone, Olanda, Italia, Irlanda, Messico e Polonia, i primi due hanno un rapporto di parità, per Italia e Irlan-da, invece, per ogni cervello che entra ne esce circa uno e mezzo, per il Messico invece, per ogni cervello che entra ne escono più di cinque, per la Polonia più di tre.

Sulla stampa quotidiana, quando si parla di fuga dei cervelli, spesso compaiono stime del fenomeno. Queste stime, che variano notevolmente tra loro, non vengono mai accompagnate dalla fon-te da cui sono tratte. Su Repubblica [21 novembre 2003] si parlava di 12.000 ricercatori che emigrano ogni anno, il 10 maggio del 2006, secondo il rettore del Politecnico di Torino, questo numero era salito a 30.000, con un ingresso di 3.000 stranieri [Repubblica, 10 maggio 2006]. Sul versante opposto, cioè nell’ottica di ridimen-sionare la fuga, il viceministro Guido Possa27, aveva sostenuto che non si potesse parlare di fuga dei cervelli perché: «ogni anno le no-stre università sfornano 150mila laureati. Quelli che vanno all’este-ro e vi restano definitivamente sono tra i 150 e i 300. Significa l’1-2 per mille. Come vede, il problema non esiste» [Il Resto del Carlino, 27 Ottobre 2002].
I dati di Docquier e Marfouk [2006] ci dicono che in Italia il tasso di espatrio (livello di drenaggio) si attestava, nel 2000, al 7%, valore che colloca il brain drain italiano ad un livello medio basso. La tabella 2 riporta i tassi di espatrio per alcuni paesi europei e per Canada e Stati Uniti, nonché le medie di alcune zone del mondo, tra cui quelle dove vi sono i paesi con tassi molto elevati. L’Italia non sembra presentare una situazione di brain drain molto dram-matica, dal momento che il livello di drenaggio è più basso delle medie europee e molto lontano da quello di zone del mondo dove si registrano paesi con livelli di drenaggio che superano il 50% (nei Carabi, ad esempio, Giamaica e Haiti sono sopra l’80%).

I dati di Docquier e Marfouk [2006] indicano però che, per quasi tutti i paesi del mondo, il livello di espatrio tra i lavoratori qualificati è più alto del tasso di migrazione generale, a prova che le migrazioni qualificate hanno un effetto di drenaggio maggiore. Un simile dato è compatibile con altri studi. Becker S.O. et al. [2001], lavorando sui dati dell’Anagrafe degli italiani Residenti al-l’Estero (AIRE), hanno calcolato che nel corso degli anni ’90 il livello di capitale umano (misurato in anni di istruzione) degli emi-grati è andato aumentando. Per cui anche se il livello di drenaggio è diminuito, coloro che emigrano sono sempre più qualificati e so-no relativamente più istruiti di coloro che rimangono28 [Becker S. O. et al. 2001]. Dato che Saint-Paul [2004] rileva per i principali paesi europei. I dati OECD stimano che la percentuale di laureati tra gli italiani negli altri paesi OECD è del 12,4% (circa 300 mila individui).

domenica 4 aprile 2010

DDL Gelmini in dirittura d'arrivo tra MILLE tagli critiche e scandali -- dove sta andando l'Università Italiana?

Tento di riassumere e commentare una serie di articoli ed editoriali collegati tra loro sul sito dell'ISSNAF e Scienza in Rete, e una recente indagine del giornale "la Repubblica" sullo scandalo delle Università Online.

Il DDL Gelmini è una realtà in evoluzione e non facile da seguire --- per ora la raccolta più completa è stata fatta dalla Società di Chimica Italiana e la mailing list UNILEX, 283 pagine di "delirio normativo" per lasciare "autonomia" e libertà --- parole di libertà, e liberismo, o 300 pagine di dirigismo che solo per essere decifrate, richiederanno grande fatica ed energia? E ulteriore energia per essere poi aggirate con logica gattopardesca per renderle riforme cosmetiche? In ogni caso, immagino che passeranno con la fiducia nelle prossime settimane!

Cosiccome rimane utile il Gelminometer dell'associazione VIA-Academy degli scienziati italiani in UK, con 138 riferimenti interessanti, di cui per es. segnaliamo solo gli ultimi due: del 26 marzo - Grande sconcerto provoca l'uscita, a nome del Ministro Meloni, e citare le ultime dichiarazioni del Ministro Gelmini , fra cui: "In realta' - spiega il ministro - c'e' qualche emendamento del relatore Valditara che va nella direzione di semplificare le regole per i concorsi. L'importante e' che il Parlamento si riveli piu' riformista del Governo...". Qualche, in questo caso, dovrebbe riferirsi alle varie centinaia di emendamenti presentati dal Sen. Valditara e dalla maggioranza - ad ulteriore dimostrazione della limitata dimestichezza che Ministri di questo Governo hanno con i numeri. The problem of ministerial numeracy appears to be serious! Ma quando mai sara' nominato ministro una matematica in Italia?

Infine, del 1 Aprile l'articolo de La Repubblica che 'scopre' la piaga del precariato gratis che sorregge una buona fetta d'insegnamento nelle universita' italiane [138], situazione inconcepibile in UK. .

"Gelmini’s DDL: A Course Correction is Needed?"
As parliamentary discussion approaches, Paola Potestio* and Aldo Rustichini** ask a few questions focused on the DDL’s vision for reform – which they claim is lacking -- its objectives, and the effectiveness of the strategies designed to ensure that the objectives can be reached. Potestio and Rustichini’s stance on these issues is quite critical, and they make the case for a course correction.

Gelmini-Ddl -- From Words to Deeds, ISSNAF Present and Future of Italian University
Paola Potestio – Aldo Rustichini (The authors write in their personal capacity)
Il disegno di legge sull’università: le necessarie correzioni di rotta che è anche su ScienzainRete qui.

Paola Potestio e Aldo Rustichini dicono: E’ bene fondare una valutazione del disegno di legge sull’università, presentato in Consiglio dei ministri e avviato all’iter parlamentare, sui seguenti tre quesiti:
1. Quale è l’ispirazione del progetto?
2. Quali sono gli obiettivi?
3. Quali sono le linee strategiche verso quegli obiettivi e gli eventuali vincoli percepiti?
Rispondere ai tre quesiti consente di chiarire i limiti del disegno di legge e le correzioni di rotta necessarie.


Si esprime ragionevole dubbio che la Riforma Gelmini vada verso la valorizzazione del "merito" e "dell'efficienza" come sembra decantare, in realtà prevale la linea strategica della "riforma della governance centrale degli atenei". La riforma sembra ispirata dall'Associazione TreeLLLe, è impostata su una forte accentuazione del potere del rettore, e un recente emendamento presentato dal PDL sul DDL lo vede anche nominato dall'esterno, come in Bocconi. Si basa su un Consiglio di Amministrazione che prendere le redini dell'Ateneo come in un'azienda, e la cui dimensione è fissata in 11 membri, di cui almeno il 40% costituito da persone esterne all’ateneo; infine, sulla creazione della figura del direttore generale, in sostituzione dell’attuale direttore amministrativo.

Ci sono degli elementi che sembrano portare verso il modello delle Aziende Ospedaliere, proprio nei momenti in cui tanti scandali sono avvenuti nella Sanità, e tanto si parla di tornare a nomine dei Direttori Generali non di tipo politico, ma basato su concorsi. Insomma, una scelta rischiosa: per tentare di "rendere efficiente" l'Ateneo (perchè è indubbio che l'elezione interna, il meccanismo attuale, porta a troppi equilibri immutabili), si rischia di politicizzare e aziendalizzare gli Atenei. E qui si può essere fortunati, e portare ad un rinnovamento, oppure si può andare verso CdA e Direttori Generali senza scrupoli, specie laddove le aziende possono essere non illuminate, ma senza nessuna visione.

Ma persino con un Rettore più "potente" e un CdA aziendalizzato, cosa prevede e cosa permette la Gelmini nel quadro generale delle Sue riforme? Per assurdo, ben poco spazio di manovra, anzi quasi nullo, ad eccezione forse di pochi "fortunati" (le Università online di recente istituzione), su cui torniamo in seguito!!

Il mio commento pubblicato su Scienza in Rete qui.

#2 Sufficiente forza non vedo ne' nel DDL, nè nei vs commenti !
ritratto di Michele Ciavarella
1 aprile, 2010 - 17:02 da Michele Ciavarella
Il punto fondamentale credo sia quello di lasciare autonomia "vera", appunto non scrivere per "decreto" che si debba arrivare alla correttezza, al merito, al Premio Nobel. Tutte pie illusioni. Io sto vedendo nelle Università questo penoso volersi "ridimensionare" in funzione della "nota 160", che in mancanza di coraggio, in Ministro ha erogato senza dire nè che e' legge, ne' cosa succede a chi non si adegua. I Rettori, la CRUI, si stanno tutti adeguando, nessuno pero' sta facedo vere operazioni di cambiamento, visto che nei tempi si fa tutto in fretta, i grossi centri di potere non mollano "garanti" ai corsi, e si tagliano semplicemente i deboli, non gli inutili. Una cosa saggia sarebbe oggi rimandare tutto alle modifiche degli ordinamenti dei corsi di laurea, ossia a Gennaio dell'anno prossimo, facendo qualcosa di serio, lasciando ai Rettori il tempo di ritrovare orgoglio e coraggio di scelte difficili, come quelle di chiudere dei corsi, o riorganizzarli in chiave moderna. Sta facendo molto rumore, in positivo, l'iniziativa di Napoli II, ossia FEDERICA, un portale di Web-learning http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d097efc1-2206-4f62-a552-34c6428a26d1.html?p=0 oppure http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_marzo_24/universita-federico-napoli-itunes_43eb813a-374d-11df-bfab-00144f02aabe.shtml per cui l'idea che le sedi decentrate siano troppe potrebbe essere capovolta in sedi decentrate troppo poche! In USA la piu' grande università si chiama UNIVERSITY OF PHOENIX, e essa ha quasi tutto online, compreso dei corsi di dottorato, riceve 2.5 miliardi di dollari dal governo federale, e ha 400 mila studenti con 200 sedi decentrate, essa da sola! Noi siamo solo dei provinciali che abbiamo la testa sotto la sabbia, e non conosciamo il mondo che giustamente verrà prima o poi in casa nostra, appena quando sarà conveniente, visto che queste università puntano alla Cina e all'India, e non siamo interessanti se non per fare le vacanze. Io in realtà nel mio piccolo sto sperimentando corsi su FACEBOOK, e sul blog di Harvard dove ho parlato della cosa, ho riscosso molto successo. Credete che qualcuno nella mia Università se ne sia accorto, a parte i miei studenti che sono accorsi 3 volte piu' del normale, anche da fuori la mia sede, e anche i fuori corso, o i già laureati? http://imechanica.org/node/7852 Se ne accorgono prima ad Harvard dei miei esperimenti a Taranto, che nella mia sede principale, il mio Preside o il mio Rettore! Per non parlare del mio Ministro! Le nostre idee sono vecchie, i nostri tempi geologici, i nostri politici vogliono solo intimidire e noi lo facciamo fare, cercando di conservare tutto com'e', dai tempi di Tomasi di Lampedusa, perlomeno. Auguri di Buona Pasqua.


Da questo punto di vista, mi pare più interessante la posizione di Confindustria (che pure, speravo vicina al Governo, invece niente!) quando a fine gennaio, in audizione al Senato. Gianfelice Rocca, "Confindustria Vicepresident for Education, spoke at the Senate Committee on Education Reform hearing. The Ddl is the best chance to turn words into deeds, said Rocca, confirming Confindustria position of constructive criticism regarding Gelmini's Reform -- Rocca remarked, however, that the Ddl doesn't touch the cast-iron rule of degree's legal status in italy, neither does guarantee government's funding for universities beyond 2011!

Se si liberalizzasse dal valore legale, allora almeno permetteremmo a MIT, Harvard, ma anche University of Phonenix, che è specializzata in "online", di valutare se entrare in Italia, e allora si che avremmo vera concorrenza.


Infatti, una delle poche speranze di riformare l'università, sarebbe stata quella delle Università Online che negli ultimi sei mesi del secondo governo Berlusconi il Ministro Moratti e il Ministro Stanca (si, quello dall'altissimo profilo e che doveva risolvere il "digital divide" in Italia, e che oggi presiede Expo2015 guarda caso proprio con la Moratti..., ma anche quello dei 40 milioni di Euro del portale italia.it, mai andato in porto) partoririno, tra le critiche.


Oggi, avrete letto dello scandalo delle università "online" e il mio collegamento con la "nota 160" che la Gelmini ha mandato in giro, senza che sia davvero legge, ma che obbliga ad una forte ristrutturazione dei corsi di laurea, fatta con fretta bestiale, e senza cogliere l'occasione per una seria ristrutturazione che avvenga con dei criteri seri.

Trovate un mio commento qui. che rielaboro qui in forma aggiornata.

Riguardo alla nota 160, alla ipotesi di chiudere Taranto e Foggia, cui resistero' con tutte le forze, viene a fagiolo anche la bella inchiesta su Repubblica

"Esami facili, prof fantasma - com'è facile la laurea online"

La Gelmini dice di voler mettere un freno, ma il punto non e' tanto fermare questi che NON hanno i paletti (che probabilmente non fermerà nemmeno Gelmini), ma non accanirsi fermare gli altri!

Mentre le telematiche hanno infatti l'università GIUSTINO FORTUNATO, che a fronte di una necessità di 222 GARANTI, ne ha solo 42 (alla faccia della legalità! Ossia quasi uno su 6 del necessario?), noi per esempio del Politecnico di BARI, II facoltà di Taranto, dovremmo chiudere dei corsi solo perche' ne abbiamo, dicono, 7 su 10!! Siamo dei fessi noi, o dei furbi loro...?

Possiamo avere un quadro generale, Signora Ministro, prima di decidere noi se chiudere o meno, e cosa? Ci sono, a parte il caso limite della GIUSTINO FORTUNATO, altre Università che si adeguano, altre che si ribellano? Cosa è questa confusione se non un clima di "terrore" onde adeguarsi a questi criteri predeterminati con dubbia visione strategica? E lo chiamiamo liberismo questo, o paradosso del dirigismo nel tentativo di far cambiare una realtà, che effettivamente resiste a qualsiasi cambiamento?

Ma questo cambiamento, se avverrà, sarà una vittoria o una sconfitta? Chi si adegua prima alle direttive Ministeriali, i furbi che si vogliono colpire, o i fessi che erano già molto corretti e non avevano bisogno di queste correzioni?

Pazzesco per esempio che la Guglielmo Marconi, che ha dei concorsi tuttora in atto e chissà cosa farà di questi mentre si erano criticati i concorsi precedenti. Infatti, essa ha assunto finora 9 vincitori su 53 concorsi svolti in 3 anni ... Un qualcosa che meritava un immediato stop dal Ministro! Un meccanismo furbissimo, che sembra voler "chiamare" solo a contratto dei docenti "amici" (dato che un contratto non segue una vera procedura di concorso), che poi probabilmente coincidono con i maestri di chi ha vinto i concorsi, e che insegnano (facciamo una verifica) nelle sedi dove vengono chiamati "davvero" i vincitori!!

Il tutto e' poi assurdo, se i "paletti sui garanti", valgono solo per i deboli come noi di Taranto o Foggia del Politecnico e delle pochissime sedi che stanno davvero chiudendo!! Ma forse Taranto, con tutti i cassintegrati che ha, ha un gran bisogno di una Università che stava crescendo? Sopratutto in un distretto, quello Aerospaziale, che ha assunto quasi solo diplomati, e che potremmo far crescere come cultura. Ma Signora Ministro, venga a vedere le realtà prima di fissare delle norme con delle equazioni, e pensare che sia un successo se vengono adottate!

E pensare che le online nel mondo sono una realtà seria ed enorme. Trovate una mia recente presentazione ad un convegno a Taranto qui, dove peraltro presento i miei corsi sperimentali su facebook, che si stanno rivelando potentissimi... Sul blog di Harvard vedo che ho colto molto interesse My experiment of a FACEBOOK-BASED courses - "Mechanics of materials and Machine Design", and "FEM in mechanical design"

Ma il Ministro non mi permette di lanciarli davvero, perchè è tutto impegnato a risolvere le equazioni che porteranno ad efficienza e merito.


CONCLUSIONE: Si chiudono le sedi DEBOLI, non quelle INUTILI! Si fa una riforma per dare più potere a pochi, con i rischi che i pochi siano un domani dei personaggi senza scrupoli. Al tempo stesso, non si fornisce loro quasi nessun mezzo per aprire nuovi corsi in modo da rivedere le degenerazioni degli anni passati, ma solamente si lascia chiudere quello che è stato fatto magari negli ultimi anni, cancellando lavoro di 10-20 anni (la nota 160).

Infine, mentre si minacciano tutte le università di Italia con la nota 160, che e' riuscita a intimidire quasi tutti, compresa la Crui, i Rettori, alle "università online", almeno a quelle degli scandali, non si è ancora toccato un capello, lasciando le norme transitorie per permettere loro di avere pochi docenti stabilmente arruolati, nonostante abbiano dimostrato di non volerli. Insomma, se questa non è "chaos", cosa lo è!


Prof. Michele Ciavarella Politecnico di BARI, Delegato del Rettore al CNR http://rettorevirtuoso.blogspot.com Associate Editor, Ferrari MilleChili Journal Editor, Italian Science Debate, www.sciencedebate.it

sabato 20 marzo 2010

Trento virtuosa, paletti e Gelmini, versione beta di Italian Science Debate

Cari Amici

avro' piacere di vs contributo al dibattito di sciencedebate.it -- anche se non e' ancora in forma definitiva vi siete iscritti?

www.sciencedebate.it

Avrete saputo dello sciencedebate in UK promosso dalla Royal Society e tante aziende leader che non vogliono perdere la leadership UK http://www.sciencecampaign.org.uk/

Avrete saputo del lancio su Tacco d'Italia
http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=9898

Avrete saputo di quante iniziative ci sono al mondo quando si fa vero liberismo, e non liberismo da mille paletti e lacci http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/03/12/news/universita_social_neetwork-2604108/

Avrete saputo che la "valutazione" viene chiesta spesso da una parte ingenua e poi usata contro di essa dalla parte furba, guardate il commento del sottoscritto http://www.lascienzainrete.it/node/2102#comment-207

Avete saputo che la questione di Trento che superficialmente alcuni dicono "venduta" alla provincia ...

http://giovannistraffelini.wordpress.com/2010/03/18/universita-tra-autonomia-e-responsabilita/#comment-194

Avendo parlato con il Rettore Bassi in un lungo incontro qualche settimana fa, mi sembrava tutta l'operazione non sia altro che un modo per sbloccare i vincoli e i lacci della Gelmini per assumere NUOVO personale!

In altre parole, qui da noi si fa un gran chiasso e una gran fatica, con molti docenti, CUC e presidi impegnati a fare calcoli e salti mortali, ma intanto chi è furbo va avanti senza paletti!

Lo stesso dicasi del Prof. Cingolani, che e' riuscito, con buona pace di chi diceva fosse sponsorizzato dalla Destra, a farsi finanziare su Fondi FAS (quelli del terribile rapporto di Report...) un CAMPUS da 7 edifici e 200 ricercatori nuovi con firma tra Presidente CNR Maiani e Vendola, in DIRETTA campagna elettorale.

SVEGLIAMOCI!!!!

E avrete saputo che il nucleare riparte in Italia, ma non la ricerca promettente italiana di nucleare pulito
http://www.liquida.it/notizie/2010/03/12/8515331/nucleare-cern-di-ginevra-carlo-rubbia/


Avro' piacere di vs contributo al dibattito di sciencedebate.it -- anche se non e' ancora in forma definitiva vi siete iscritti?

www.sciencedebate.it


Questi, e molti altri contenuti, su come trovare i fondi per rilanciare la ricerca, e poi cosa finanziare, sono già presenti nell'area riservata del sito (occorre registrarvi), e saranno oggetto di un dibattito -- per ora non trovate i moduli del dibattito accesi ma presto lo saranno.

Saluti,

Team di Italian Science Debate.


--
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Editor, ScienceDebate.it
Email: editor@italiansciencedebate.it
Italy
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giovedì 18 marzo 2010

La follia tutta provinciale italiana della chiusura delle sedi periferiche

Ai Colleghi del CdF. Vi preannuncio mio intervento, in via confindenziale. Prima di pensare di CEDERE alla follia della "Nota" (che non è una legge) Gelmini, leggete queste cose, che la Gelmini forse non conosce, rischiando di farci fare battaglie fraticide, invece che mondiali, non ci stiamo castrando da soli? Leggetele almeno voi. Altro che chiudere sedi periferiche, ne dovremmo aprire almeno altre 10000 in tutta Italia, per arrivare non dico a Cuba della Terza Revolucion Educativa, ma almeno agli USA!

Michele Ciavarella


USA
Università come social network
economica col "peer to peer"

L'esperimento, ambizioso, della University of the People. Il fatto che sia totalmente in rete e la quasi gratuità del servizio ne fanno un'esperienza unica nel panorama educativo mondiale. Ecco come funziona di PAOLO PONTONIERE

mercoledì 17 marzo 2010

Da Il tacco di Italia 17 Marzo 2010. Per un piano Stimulus e uno Science Debate Italiano


politica

17 marzo 2010
Per un piano Stimulus e uno Science Debate Italiano


Barack Obama

La necessità di temi "europei" in campagna elettorale per potersi confrontare con gli Usa e con le emergenti Tigri Asiatiche

Di Michele Ciavarella*

venerdì 12 marzo 2010

un Nobel pieno di energia anche in Italia? Si, il ritorno di Carlo Rubbia!

Torna attuale una intervista di Carlo Rubbia, premio Nobel, cacciato dalla presidenza ENEA, e chissà un giorno possa tornare come Ministro, per bilanciare la presenza di Stephen Chu ministro di Obama...

A proposito dell'imbarazzo della destra nelle campagne elettorali regionali a parlare di Nucleare (ma Not In My Back Yard, Not In My Term of Office, NIMBY, NIMTO), si potrebbe pensare realisticamente di proporre:

1) invece di spendere 100 miliardi di Euro (ma chissà quanti ne servirebbero davvero) SOLO nella costruzione di centrali di energia, perche' non riprendere SUBITO in mano il progetto di Rubbia da 500 milioni di euro? del "nucleare innovativo"?

In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".

2) perchè, con spirito bipartisan, non si arriva, come ha fatto appunto Stephen Chu con Obama, (Espresso, Giovedi' 4/3/2010, rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2010/02/26SI85089.PDF) rilanciare un piano di STIMULUS di fondi, anche nella ricerca, incluso il Nucleare, per non essere trattati come un paese del Terzo Mondo che la importa tecnologia dalla Francia come la Libia, e al tempo stesso avere le ricadute di ricerca e tecnologia che solo la gloriosa ma interrotta politica di ricerca nucleare in Italia avrebbe potuto portare?

Saluti, e buon weekend...

Rettore Virtuoso

domenica 7 marzo 2010

riforme istituti tecnici, confindustria, mercato del lavoro: COME PREPARARSI ?

Carissimi colleghi e amici,

profitto di una pausa domenicale per segnalarVi alcune cose che
probabilmente non vi sono sfuggite:-

1) Laureati - disoccupati in italia, e in particolare in puglia (10mila se
ne vanno) (articolo di repubblica del 5 marzo u.s., purtroppo non trovo link)

Disoccupati ad honorem

e tuttavia, lo stesso accade in cina


2) la confindustria, recente presentazione allegata del direttore educational, spinge per rinnovare gli istituti tecnici, che portano il 50 degli occupati a tempo indeterminato, mentre altro 50% va a laurearsi, ma poi ha PIU' DIFFICOLTA' a trovare lavoro. Infatti i dati di Irene Tinagli parlano chiaro --- sotto 800Eu ci sono il 30% dei laureati, ma il 14% dei diplomati, e il 14% di quelli con licenza elementare!!!

[ma sarà vero che Faggin, Cingolani e Quarteroni sono diplomati tecnici, e come mai il direttore confindustria fa questi esempi?, bipartisan con Enzo Biagi e Eugenio Montale... ]



3) mie considerazioni: noi abbiamo ben POCO da migliorare sul 50% dei
diplomati che ci entrano, anche perche' in Puglia il sistema universitario è
un fallimento sia per quanto da articolo su Repubblica (studio IPRES)
rispetto alla media nazionale, sia perche' mi pare 1/3 dei ns diplomati va a
studiare fuori.... Peraltro chi resta è la fascia più povera, che non vuole
cedere rispetto al pagare la tassa universitaria più bassa di Italia
(300Eu), ossia meno di un posto letto MENSILE a Bari. Come uscire da
questo circuito vizioso? Dovremmo avere grandi investimenti, invece ci
penalizzano, e per ora non siamo stati capaci di protestare.



MIA PROPOSTA PRATICA ALTERNATIVA: Dovremmo puntare al 50% dei diplomati che
trova lavoro, e fare laureare loro, naturalmente SENZA OBBLIGO di presenza, ossia in teledidattico con centri di tutoraggio, quindi raddoppiando gli studenti, e poi aumentando la loro cultura tecnica, in modo che facciamo un vero servizio al Paese.

SECONDO ASPETTO: Se questa e' la situazione DRAMMATICA per i laureati, per i dottorandi, c'e' solo da sperare che siano RICCHI DI FAMIGLIA, a meno che non pensiamo

MIA SECONDA PROPOSTA PRATICA ALTERNATIVA: tutoraggi che siano fatti da dottorandi e post-dottorandi modello College di Oxford, sponsorizzati da grandi progetti regione, di almeno 10 o meglio 30 volte maggiore del DIRITTO ALLO STUDIO attuale del politecnico di soli 300 mila euro. Infatti con 20 milioni di Euro, potremmo assicurare tutoraggio di 4 ore alla settimana solo a un 10% della popolazione studentesca di Poliba. Ma per fare un progetto del genere, la Regione dovrebbe sbilanciarsi di brutto già da ora..... Chi se ne occupa di farli sbilanciare?

Sarebbe bello un dibattito su questi temi, che io nel piccolo dei miei giri sto portando avanti... ma pochi in Poliba mi aiutano. Sono molto di piu' quelli fuori, Politecnici del nord, gente al nord. Nemo propheta in patria?

Saluti, Michele



--
Prof. Michele Ciavarella
Politecnico di BARI
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domenica 28 febbraio 2010

Sondaggio preliminare al Lancio di ScienceDebate Italiano - per il Rilancio dell'Università e della Ricerca Italiana

Salve,
mossi dalla crisi ormai quasi irreversibile dell'Istruzione, della Università, e della Ricerca, che rischia di portarci rapidamente ad un Paese con solo lavoro per precari sottopagati, in cui tutte le aziende high-tech stanno chiudendo, in cui l'Università non offre più motivazione ai giovani ma si è ridotta ad "esamificio", "Fabbrica di Ignoranti", una "casta", una struttura "Truccata", "baronale", in cui regnerebbe il "nepotismo" più sfrenato, e che quindi forma una classe di giovani destinati ad entrare nel mondo del lavoro sempre piu' tardi e sempre peggio pagati, abbiamo deciso di dare un taglio netto.

Segnaliamo quindi una iniziativa che un gruppo di scienziati, docenti, studenti e cittadini sta predisponendo per il lancio di un Dibattito in stile sciencedebate2008.com (la più grande iniziativa democratica per la politica della scienza della storia, cominciata con la campagna presidenziale USA del 2008), per il recupero di circa 1 miliardo di euro tra fondi "dormienti" nazionali, o Europei non spesi dalle nostre Regioni per cui scatta la restituzione automatica a Bruxelles.

L'Italia è il terzo principale beneficiario dei fondi europei della politica di coesione: l'Unione infatti erogherà al nostro paese circa 28 miliardi di euro di aiuti, ai quali sono da aggiungere 31,4 miliardi di cofinanziamento nazionale. Tuttavia, noi diamo a Bruxelles molto più di quanto torna indietro, per nostra incapacità della macchina amministrativa, e per incapacità di incanalare questi finanziamenti in tempo. Dal 1995 al 2006 l’Italia ha accumulato nei confronti dell’Europa un saldo negativo di 30,3 miliardi di euro!

Solo nel 2007 i contributi italiani versati alla Ue si sono attestati a 13,8 miliardi euro, secondi solo a Germania (20%) e Francia (16,9%), ma le risorse accreditate all’Italia dall’Unione sono state inferiori di 3,5 miliardi di euro. Non solo, dei finanziamenti ricevuti nel biennio 2006-2007 le regioni del Mezzogiorno rischiano di perdere circa 9,3 miliardi di euro «a causa – secondo il Presidente dell’Eurispes, Prof. Gian Maria Fara – dell’incapacità di attivare le procedure adeguate in un apparato estremamente burocratizzato come il nostro, della scarsa propensione a fare rete tra gli Enti Locali, della mancanza di una diffusa informazione presso i cittadini sull’esistenza dei fondi comunitari, dei mille cavilli tra i quali gli stessi fruitori dei finanziamenti devono districarsi». Si tratta di una cifra che da sola coprirebbe una Finanziaria e che fa dell’Italia il paese meno virtuoso dell’Ue in questo settore.

L'idea della petizione, che sembra avere consensi politici bipartisan, mira a utilizzare progetti presentati da giovani studiosi italiani, spesso precari e ciononostante fiduciosi di lavorare nel nostro Paese ricevendo adeguata valutazione, progetti che per il solo numero hanno creato difficoltà di vario tipo per la selezione. Operando secondo il modello di www.Sciencedebate2008.com, la più grande iniziativa sul web della storia della Scienza, che ha portato Obama e McCain a confrontarsi sulle strategie della Scienza nel 2008, i firmatari di questo appello propongono un lancio di un Dibattito on-line per scegliere tra varie petizioni che nel loro insieme coprono tutti i fruitori del settore università e ricerca (fino alle famiglie degli studenti). In particolare sono 6 le linee di azione individuate. Descrizione dettagliata dell'iniziativa sul blog:

http://rettorevirtuoso.blogspot.com

sul quale stesso sito potete partecipare anche a un pre-sondaggio per la selezione delle azioni ritenute più efficaci. Partecipate numerosi al sondaggio. Le 6 petizioni proposte sono:

Quale petizione ritieni vincente/piu' urgente?

SCIENCE DEBATE - pubblico dibattito in cui i candidati alle cariche elettive discutano di strategie su Univ e Ricerca

Young generation (“homo zappiens”) petition. Petizione per lancio progetto “Motivazione dei Giovani nelle Università”, con borse di studio per studenti svantaggiati o meritevoli sulla base di tests PISA, GMAT, e progetti per il tutoraggio

FIRB-Futuro in Ricerca petition: Petizione per riaprire immediatamente la parte meritevole dei progetti FIRB-Futuro in Ricerca, non finanziati in generale per insufficienza di fondi (prima 50 milioni, poi 96, con valutazione dubbiosa

PRIN petition. Petizione per gli ultimi PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) la cui soglia di finanziabilita` era fissata dal MIUR in 48/60 ma di cui e` passato solo una piccola parte di quelli con 58 punti su 60, con estremi dubbi sull’approf

FFO petition. Petizione per il ripristino FFO a quelle Università che siano state svantaggiate dalla Classifica Gelmini, ma che invece presentino un buon posizionamento nella classifica “media” di tutte le classifiche internazionali, per esempio fatta da M

CENTRES OF EXCELLENCE petition. Petizione per “call for proposal” da parte dei Centri di Eccellenza, abbandonati dopo i primi 3 anni di finanziamento, per un totale di 30 milioni di euro l'anno, e che hanno impegnato (e in parte, illuso!) 4.200 ricercatori

IIT- petition. Regolarizzare la situazione contrattuale dei ricercatori, stabilendo delle regole precise di valutazione, sia dei singoli che non possono essere precari a vita, sia dell'istituto, che non va distrutto ma nemmeno iperfinanziato senza controlli



Se desiderate commentare sul sondaggio, formulando proposte prima che il Dibattito vero e proprio venga lanciato definitivamente, potete intervenire sul blog nei commenti degli articoli relativi alla petizione

http://rettorevirtuoso.blogspot.com/2010/02/bozza-n3-del-lancio-sciencedebate-con.html

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